«Walter Rossi, ricordo senza pace»
di Paola Staccioli su Il Manifesto del 30/09/2007
L'omicidio del militante di Lotta continua, trent'anni dopo. Ricordo di un omicidio politico. Gli agguati fascisti, la mobilitazione dei militanti di sinistra, quello sparo alla testa, sotto la «copertura» della polizia. Un compagno di Walter racconta il 30 settembre 1977 a Roma nord
Quello che segue è uno stralcio del racconto che l'autrice ha dedicato a Walter Rossi utilizzando un colloquio con un compagno di Walter. Tratto da «In ordine pubblico», pubblicato da «Carta», «Liberazione», «l'Unità» e «manifesto» nel 2003.
«Forse le emozioni hanno alterato alcuni particolari, eppure a me sembra di ricordare tutto alla perfezione. Avevamo deciso di fare un volantinaggio di protesta per il ferimento di Elena. Eravamo una trentina tra compagni e compagne, furiosi ma anche disorientati. Non era la prima volta che ci sparavano addosso, era già successo durante scontri di piazza, ma per la prima volta eravamo vittime di un attentato premeditato. Sconvolti dall'emozione, non riuscimmo a fare una valutazione razionale. Ci eravamo incontrati verso le sette di sera, avevamo la certezza che l'aggressione fosse partita dalla sede missina della Balduina».
Una sezione famigerata. Assalti contro militanti della sinistra, raid contro le scuole, racket nei confronti dei commercianti. La polizia tollerava, le inchieste giudiziarie si arenavano. Dopo la morte di Walter furono in molti a chiedere lo scioglimento del Msi. Non se ne fece nulla, e i fascisti uccisero ancora.
Elena Pacinelli era stata ferita in piazza Igea la sera del 29 settembre. Raggiunta da tre colpi, dei cinque sparati da una macchina. Un suo compagno era stato salvato da una borsa a tracolla che aveva fermato un proiettile. I feritori scomparvero nel buio, senza mai uscirne. Poi Elena si ammalò, e morì pochi anni dopo.
«Eravate preparati per uno scontro?» chiedo. «No. La nostra manifestazione era stata pubblicizzata e ci aspettavamo una perquisizione. E infatti due macchine civetta della Digos fermarono alcuni di noi. Notammo anche altri veicoli, sicuramente eranopoliziotti in borghese».
«Vi siete avvicinati alla sezione?»
«Iniziamo a distribuire volantini risalendo viale Medaglie d'Oro, fermandoci più o meno a metà fra piazzale degli Eroi e la sede, perché qualcuno ci aveva avvertito della presenza massiccia di fascisti e polizia. Poi torniamo a Pomponazzi. Pochi minuti e arriva la notizia che due compagni sono stati aggrediti a piazza Giovenale. Un po' più su, verso la Balduina. Decidiamo di andare a vedere, anche se qualcuno di noi è contrario. Abbiamo la sensazione che i fascisti ci stiano aspettando. Ci muoviamo in una ventina. Arrivati all'incrocio con via Marziale, la maggior parte prosegue verso piazza Giovenale mentre alcuni si fermano, per evitare che i fascisti possano isolare chi ha raggiunto la piazza. I compagni tornano indietro senza aver notato tracce di aggressioni. In quel momento da una stradina laterale ci piovono addosso sassi e bottiglie vuote. Rispondiamo con quello che troviamo. C'è un veloce lancio di oggetti senza danni per nessuno. Intanto noto che il blindato, prima fermo davanti alla sede missina, si muove lentamente verso di noi, a luci spente. Due poliziotti, a piedi, lo affiancano, mentre un gruppo di fascisti, forse 20 o 25, lo segue, facendosene schermo per nascondersi alla nostra vista. Due o tre persone avanzano sul marciapiede opposto. Mi rendo conto che sta per succedere qualcosa. Dico a tutti di rientrare senza correre, per non lasciare compagni isolati. Avevamo iniziato a spostarci verso piazzale degli Eroi quando sento tre spari. Mi copro dietro una macchina».
Fa una breve pausa carica di emozione poi riprende: «È in quel momento che sento urlare 'hanno ferito Walter'. A ripensarci ora mi sembra una voce femminile, ma non c'erano compagne con noi. Mi volto e vedo Walter disteso a terra. Ha un foro nella fronte e un occhio semiaperto, sotto la sua testa si allarga veloce una macchia di sangue. Mi chino su di lui, respira ancora. Sono frastornato. I manganelli dei poliziotti mi riportano alla realtà. Hanno fermato il blindato e sono scesi caricandoci. Li affrontiamo disperati, riusciamo a bloccarli. Qualcuno grida, vicino a me un compagno si batte con un poliziotto. Urlo a un celerino di chiamare l'ambulanza, mi risponde che non hanno radio a bordo. Corro verso il bar per telefonare, una signora mi dice che già è stato fatto. Non riesco ad aspettare. Fermo un furgone, carichiamo Walter. Chiedo ai poliziotti una macchina che ci faccia strada, ottengo solo che due di loro salgano con me. Sto dietro con un celerino, la testa di Walter poggiata sul mio braccio. L'altro, seduto accanto al guidatore, si sporge fuori e agita nel traffico il manganello. Arrivati all'altezza di via Candia, Walter ha un ultimo orribile respiro. Non dico nulla. Il poliziotto accanto a me grida 'è morto', il furgone è bloccato. Lascio Walter, scendo e apro un varco fra le macchine. Non ce la faccio a risalire. Resto qualche momento inebetito, poi mi spruzzo in faccia l'acqua fredda di una fontanella. Non so che fare».
Senza nemmeno far caso al venditore che si è accostato al nostro tavolo con un enorme mazzo di rose, lui prosegue: «I ricordi successivi sono confusi. Avevo paura di ritrovare i compagni, di dare loro la notizia. Sono tornato nel luogo in cui hanno sparato a Walter, passando in mezzo ai poliziotti e arrivando a pochi metri dalla sede missina. C'erano due o tre fascisti fuori. Uno di loro fa un ghigno, poi si chiudono dentro. Incontro alcuni compagni, andiamo all'ospedale.
Mi confermano che Walter è morto, ed è come se lo sapessi per la prima volta».
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