Giustizieri e riformisti
di Raniero La Valle da Liberazione del 27/6/2004
Ieri era a Roma Naela Zwaiter, docente di lingua e letteratura all'Università di Nablus, sorella di Wael Zwaiter, il primo palestinese ucciso nel 1972 a Roma dai Servizi israeliani. Sono passati trent'anni, e i palestinesi non hanno ottenuto giustizia, cioè una terra libera e una vita normale, né dall'Onu, né dagli Stati Uniti, né dall'Europa, né da Rabin, né da Shimon Peres, né dalla prima Intifada delle pietre, né dalla seconda Intifada degli attentati e dei suicidi, né dalla "guerra contro il male" di Bush. Alla domanda: «In che cosa possono sperare oggi i palestinesi?» non c'è stata risposta, possono resistere ma non sperare, almeno non di una speranza terrena e politica. È perché questa speranza non venisse estinta, che ci sono stati in Italia e in Occidente uomini e donne come Tom Benetollo. Ma mai come oggi la speranza è stata una virtù difficile, e il suo oggetto improbabile. E quando, come in Palestina, ma oggi anche in Iraq, e in Cecenia, e in tutti i luoghi che nello stesso modo entreranno nelle cronache di domani, la vita viene resa peggiore della morte, allora essa non vale più nulla, e per questo viene tolta a se stessi ed agli altri.
Guerra e terrorismo sono i grandi esecutori di questa sentenza. Ma ci sono altri giustizieri, le medicine brevettate, il debito, la fame, la sete, i genocidi religiosi e tribali, che sono all'opera indisturbati, basta toglierli alla vista, come si fa con l'Africa, che abbiamo messo tutta intera in un nuovo gigantesco apartheid.
I giustizieri hanno dunque molti nomi, ma le sentenze extragiudiziali che eseguono sono scritte altrove, alle pompe di benzina, nei consigli di amministrazione delle I (una delle "I" di Berlusconi), nelle Banche mondiali, nelle Sale ovali o quadrate dei Comandanti in capo, nelle moschee, nelle sinagoghe e nelle telepredicazioni delle sette cristiane. I pacifisti, quelli che volevano togliere le truppe di occupazione dall'Iraq, sono stati tacciati di estremismo. D'accordo, un mondo in pace, senza invasioni, una vita normale, morire di malattie incurabili e tuttavia curate, sono ormai progetti politici estremi. Ma il riformismo, quello per cui "le elezioni si vincono al centro", è un rimedio sufficiente?
Il riformismo sarebbe la guerra ma senza torture, l'invasione portata a termine dagli stessi nativi, la Nato ma solo per addestrare gli ascari, i palestinesi a Gaza tenuti a bada dagli egiziani, gli indesiderabili confinati al di là del muro, l'occupazione senza resistenza, la resistenza senza terrorismo, i brevetti che chiudono un occhio sui farmaci clonati per i poveracci. Tutte sicure sconfitte.
È vero, i moderati non sono come i neoconservatori, che vogliono dominare con la disperazione, si propongono piuttosto di governare la disperazione, rendendola innocua. Sbagliano tutti e due, perché non conoscono l'animo umano; la sola politica possibile è di togliere la disperazione, ridando forma alla speranza.
In merito agli eletti di Rifondazione comunista al Parlamento europeo
Nessuno nelle nostre liste sia ospite sgradito
di Maria Cristina Perugia,
segretaria federazione Roma da Liberazione del27/6/2004
Ho detto da subito, anche in modo aspro e a volte polemico, ma sempre nelle sedi che ho ritenuto proprie e utili al conseguimento del risultato, di non condividere la scelta che il nostro partito andava maturando sugli eletti al Parlamento Europeo. Oggi, a scelta compiuta, credo sia doveroso precisare la mia posizione.
Innanzi tutto l'elezione del compagno Vendola ha piena legittimità e so bene che qualsiasi altra forza politica non si sarebbe nemmeno posta il dubbio sulla strada da intraprendere: quindi non è stato scippato nulla a nessuno; non c'è stato alcun accordo all'atto della candidatura del compagno D'Erme che impegnasse il partito sull'eventuale 5° seggio: anche qui, quindi, nessun tradimento o venir meno alla parola data. La questione è tutta politica e come tale va assunta per darle la dignità che merita.
Il 6,1 per cento che il Prc ha preso con il contributo fondamentale dei tanti/e indipendenti candidati/e nelle proprie liste, premia la linea politica centrata sui movimenti, mentre lo straordinario successo del sud e del centro ci dice che finalmente le lotte sociali, tutte, Scanzano e Melfi, ma anche Terni, Fiumicino e le lotte per la casa a Roma, riconoscono la politica.
Riaffiora la speranza nel cambiamento possibile e la politica esce da quella cappa di diffidenza e di separatezza dal conflitto sociale in cui la globalizzazione selvaggia ed il primato dell'economia volevano confinarla. Così la contaminazione del movimento, da cui abbiamo voluto essere attraversati, dopo la rottura e il superamento del "pensiero unico", ha agito da moltiplicatore del conflitto. Ha messo in campo pratiche e modalità partecipative in grado di ottenere il risultato e ridar voce al disagio dell'astensionismo e del non voto. Questa inversione di tendenza, così importante da farci parlare di un risultato di svolta, è reale in tutto il paese, ma ha la sua massima espressione nel sud e nel centro: da qui la difficoltà reale del partito di operare una scelta di prospettiva nei rapporti con pezzi di società e di movimento.
In questo quadro la candidatura di Nunzio nasce proprio dalla volontà di valorizzare un processo di differenziazione, operato dai disobbedienti romani, nei confronti di altre pratiche rimaste caparbiamente legate all'autonomia del sociale o all'uso strumentale delle forze politiche.
A Roma, viceversa, il percorso di riconoscimento reciproco viene da un lavoro comune di molti anni, accidentato e difficile, ma di cui si vedono i frutti nel modello partecipativo e reticolare che innerva l'amministrazione capitolina e innesca, in questa città, una sperimentazione inedita di nuovo municipalismo e di apertura di nuovo "spazio pubblico", inclusivo.
Questo percorso, tutt'altro che compiuto, ma con elementi forti di progettualità alternativa, ha ridato protagonismo al disagio metropolitano vecchio e nuovo, che ha identificato nel successo di Nunzio, all'interno della nostra lista, la possibilità di un riscatto sociale e politico per anni mortificato.
Più in generale la pratica della disobbedienza ha segnato, oltre il movimento contro la globalizzazione propriamente inteso, le lotte e i conflitti sociali che, per questa via, hanno coniugato con efficacia pratica dell'obiettivo e ricerca del consenso: così a Scanzano si sono chiamati "disobbedienti alle scorie", e a Terlizzi "partorienti disobbedienti" le donne che hanno occupato l'ospedale chiuso. Prende corpo, così, nell'immaginario collettivo la possibilità di portare il conflitto direttamente nelle istituzioni, attraverso l'unità del movimento e la pari dignità di tutti i soggetti che lo animano, noi compresi.
D'altra parte sta proprio qui la nostra scelta innovativa, e unica tra le forze politiche europee, che ci ha consentito una collocazione interna ai movimenti e non, come da tradizione, sponda o avanguardia. Ed è proprio qui che rischia di consumarsi una rottura che ci porterebbe a fare un salto indietro negli anni.
Mi ha colpito una frase che ho sentito più volte ripetere da Luisa Morgantini "Sono un'indipendente ma non mi sento ospite dentro Rifondazione Comunista": ecco, io credo che noi abbiamo fatto sentire i disobbedienti romani ospiti nella nostra lista, e forse anche un po' sgraditi. Proprio nel momento in cui il nostro rapporto perdeva quel carattere corporativo e strumentale, che forse ne aveva caratterizzato la nascita, quando, cioè, si faceva più labile il confine tra "noi" e "loro", avremmo dovuto valorizzare insieme il risultato ottenuto e assumere insieme il problema di una scelta difficile per trovare una soluzione in grado di proiettare in avanti il progetto comune che era, questo sì, alla base dell'accordo.
Le cose non sono andate così e la rottura è stata consumata: è una rottura grave per quanti fanno politica a Roma, per i conflitti aperti in questa città e per quel modello in costruzione, cui accennavo all'inizio, che è sì romano, ma anche in grado di parlare alle aree metropolitane e di alludere ad una ipotesi praticabile di costruzione della sinistra di alternativa.
Per tutto questo credo che oggi spetti a noi, partito romano, tentare di riannodare i fili di un discorso interrotto, attraverso la pratica politica e l'avvio di un ragionamento con i disobbedienti che individui gli elementi utili e necessari a riprendere insieme il cammino; contemporaneamente mi sento di chiedere al mio partito di condurre, insieme, una analisi attenta di quanto si è determinato perché in futuro i nostri percorsi siano lineari e attenti alle dinamiche in atto, dall'inizio alla fine del loro svolgimento.
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