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Soltanto la proporzionale ci potrà salvare

Il tramonto del leaderismo

di Rina Gagliardi da Liberazione del 22/5/2005


E se, dentro e dopo il "venerdì nero" di Prodi e Berlusconi, il dato nuovo fosse proprio quella "gran voglia di proporzionale", di rappresentanza, forse di partiti? Se ci si convincesse che quel che sta saltando in Italia è il bipolarismo, e con esso il sistema maggioritario, il leaderismo plebiscitario l'alternanza? Che, insomma, un ciclo più che decennale è finito, ed è all'ordine del giorno l'avvio di una fase diversa, nella quale si potrebbe avviare, perfino, una riforma della politica? All'indomani del "Rutelli Pride", come lo ha chiamato il "Riformista", dello scontro ormai dichiarato tra Prodi e la Margherita, ma anche e soprattutto della bocciatura impietosa dei "partiti unici", di destra o di sinistra che siano, una riflessione, chiamiamola così "strategica", ci sembra obbligata. In questo momento, la situazione politica appare soprattutto confusa (e certo in gran parte lo è). Ma è, forse, la confusione tipica delle fasi di transizione e di movimento: come quando (ce lo spiegava Lenin qualche decennio fa) il vecchio è morto, molti vi si afferrano un po' scompostamente, altri vanno alla ricerca del "vivo", ma il nuovo non è ancora nato. Sono i momenti (aggiungiamo noi) nei quali il ruolo della soggettività può molto crescere, anche galoppare.

Intanto, si tratta di capire che cosa sta succedendo. A sinistra, si è "definitivamente" rotto l'Ulivo, cioè il progetto, fortemente sostenuto da Romano Prodi, di una lista unica dei riformisti, per le prossime elezioni politiche - una lista che era in realtà il preludio inevitabile di un partito unico, "riformista", "democratico" (nel senso americano del termine), progressista. Gran registi di questa rottura, non soltanto la cicoria di Francesco Rutelli, ma il ritorno sulla scena delle vecchie volpi democristiane, a cominciare da Franco Marini. A destra, la proposta di "partito unico" perentoriamente avanzata da Silvio Berlusconi (e sostenuta dal più sofisticato "pensatoio" di Forza Italia) viene bocciata da coloro che dovrebbero esserne i principali interlocutori - i leghisti, Fini, i postdemocristiani di Follini e Casini. Il parallelismo tra i due eventi, che pure coinvolgono soggetti e soggettività tra di loro marcatamente diverse, è singolare, quasi come la coincidenza dei tempi. Che cosa hanno in comune? Un tentativo, e una sconfitta. Il tentativo è quello di creare, "a forza", un nuovo soggetto politico: un vero e proprio Partito del Leader, capace di rispondere a un comando centrale, di saltare le defatiganti mediazioni a cui le "oligarchie" partitiche attuali costringono un premier o un candidato premier, e anche di sintetizzare, per questa via, le troppe e tumultuose pretese identitarie che vanno avanzando. La sconfitta è quella registrata dalle cronache di questi giorni: i "federandi", gli "unificandi", gli "aggregandi" non ci stanno. E anzi rialzano la testa, ciascuno con le proprie specificità, ciascuno con un suo progetto - e, a differenza dei borbottii e dei mugugni del passato, anche recente, ora lo dicono apertamente e anzi lo rivendicano. Così, il parallelismo tra Prodi e Berlusconi, per quanto ci risulti un po' imbarazzante registrarlo, si conferma. E' curioso: non ci potrebbero essere due uomini più diversi, tra il Professore e il Cavaliere, questi essendo e rimanendo il nostro principale avversario politico, l'altro essendo e rimanendo il più autorevole dei candidati che possono guidare l'opposizione.

Eppure, Prodi e Berlusconi, da distanze oltreoceaniche, hanno espresso in questi giorni un concetto identico: il partito unico, o unitario, "lo vogliono gli elettori", hanno detto tutti e due con impressionante sicurezza. Proprio come fossero gli interpreti della più autentica e riposta volontà popolare. Proprio come se fossimo ai tempi d'oro del bipolarismo, all'indomani di Tangentopoli e del crollo della Prima Repubblica.

In quegli anni - si ricorderà - a cavallo del fatale quadriennio 1989-1993, nacque la così detta "seconda Repubblica": spazzati via, quasi d'incanto, i partiti di massa, ovvero i soggetti sui quali si era retta per cinquant'anni la democrazia italiana, nasceva la "democrazia limitata" del maggioritario italiano. Non semplicemente un nuovo meccanismo elettorale, ma un nuovo sistema politico fondato sul ruolo preminente del leader, sulla personalizzazione crescente della rappresentanza, sulla marginalizzazione dei soggetti organizzati.

Questo era il senso effettivo del passaggio, ben al di là della fuffa ideologica che lo ha accompagnato (e infatti gli obiettivi sbandierati, come la stabilità e l'efficienza dell'esecutivo, o la semplificazione almeno numerica degli attori politici, non si sono mai neppur lontanamente realizzati).

Quanto alla sua pratica, è stata la famigerata "discesa in campo" di Silvio Berlusconi a renderla effettiva: la destra, cioè, non solo era in sintonia profonda con questa idea della politica, ma aveva l'"uomo giusto" che poteva incarnarla nel momento giusto, nel momento più buio della storia della sinistra e di massimo trionfo del neoliberismo; la sinistra moderata, che pure del maggioritario e del bipolarismo era stata l'artefice, non aveva, in realtà, nella sua storia e, di più, nelle sue corde gli strumenti "adeguati" per rendersene protagonista. Infatti ha sofferto non poco proprio la questione del leader. Infatti, non ha risolto (e continua a non risolvere) i problemi della sua strutturazione unitaria - anche dell'unità tra soggetti politici relativamente simili, e certo affini (sarà un caso, o sarà magari una spia minore dei grandi e irrisolti dilemmi strategici: ma non sono circa sedici anni, dalla Bolognina in poi, che nello schieramento progressista va avanti, senza mai riuscire a raggiungere un risultato stabile, il gioco dei "nomi" e della "Cosa"?).

Ad ogni buon conto, il tramonto di Berlusconi, le cui avvisaglie sono visibili da un biennio, è diventato un fatto tangibile nelle ultime elezioni. E la crisi del berlusconismo - e del centrodestra - trascina con sé non solo il Cavaliere e i suoi alleati, ma le stesse fondamenta del bipolarismo, aggredito a sua volta, certo, dalla recessione economica, dalla crisi sociale, dalla disgregazione galoppante di "corpi" e soggetti - e, non ultimo, dalla esplosione dei movimenti che hanno riportato in cima all'agenda la necessità di "un'altra politica". Nella società del più grave dei malati d'Europa, come dice l'"Economist", la dialettica binaria (due opzioni, due schieramenti, un Sì o un No) tende a tramontare il riferimento al leader (al leader come sintesi in sé e per sé di domande e istanze generali) e riemerge con prepotenza il bisogno di una rappresentanza articolata, ravvicinata, "proporzionata" e forse proporzionale. Un bisogno, certo, che rimane, a tutt'oggi, sotto il segno della crisi della politica e che quindi tende ad assumere forme ambigue, dimensioni diverse e diversamente inquietanti: il neocentrismo, prima di tutto, ma anche il localismo. Lo sfrangiarsi delle identità forti (compresa, magari, quella nazionale), ma anche l'autonomismo, dove si mischiano quello comunitario e quello dei nuovi "signorotti" dei territori. Ma non si tratta, al fondo, dello stesso bisogno che ha mosso la crescita dei movimenti nelle sue fasi più alte? Dell'abbattimento della distanza siderale tra i cieli della politica e la materialità dei soggetti in carne ed ossa? Della ricerca, insomma, di uno spazio nuovo tra "cittadino astratto" e "uomo reale"? Sarà pur vero quello che lamenta Arturo Parisi, con la sua lucida intelligenza: siamo ormai alla frammentazione totale dei partiti, non c'è più nessun partito che, allo stato, vada oltre la soglia elettorale del 20 per cento. Ma, posto che questo sia davvero un problema, la soluzione non sta certo nelle camicie di forza da far indossare, appunto per forza, ai resistenti.

La soluzione - la salvezza - sta intanto nell'offrire una nuova cornice politica al processo in atto: la ri-nascita del sistema proporzionale. E, se non si vuole che esso divenga sempre più centrifugo e disperso, bisognerebbe farlo al più presto: proprio per ridare alla rappresentanza uno sbocco credibile. La Margherita, certo, vi coglie l'occasione storica per diventare il soggetto centrale - non solo neocentrista - della politica italiana ed imprimere al cambiamento, oramai ineludibile, un segno moderato: logico, perciò, che vi si butti come un pesce nell'acqua. Quasi altrettanto, a destra, stanno tentando forze come l'Udc o la stessa An, in preda ad una crisi politica e d'identità sempre più devastante. Ma non crediate che il problema non riguardi anche noi.

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