home > la stanza del segretario   ultimo aggiornamento 1 aprile 2003
 
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Benvenuti nella stanza del segretario, questo è un luogo dove potrete trovare articoli interessanti e particolari che sfuggono sotto le polveri dell'informazione spazzatura di cui ormai sono stracolmi giornali e telegiornali. Ogni settimana un articolo nuovo e scaricabile e la costruzione di un archivio della stanza. Se vuoi, compagno visitatore, puoi fornirmi suggerimenti utili di pezzi da noi non rilevati attraverso l'e-mail del nostro sito.
Buona lettura!
Il segretario
 
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Ricostruendo le difese “americane”
(Pnac 2000 – un nuovo secolo Usa)

Si riportano qui appresso numerose documentazioni sul secondo studio prima citato, edito a cura della ricordata “organizzazione educativa” [sic!] non profit Usa Pnac [che ha sede nella diciassettesima strada di Washington – cfr. www.newamericancentury.org], e diffuso giornalisticamente da John Pilger [cfr. www.canadiandimension.mb.ca]; il testo integrale (che è molto esteso, circa 300 mila caratteri) lo ab-biamo trovato al sito della Diocesi di Pueblo [?!], in Colorado [www.dioceseofpueblo.com] . Data la sua lunghezza si possono citare solo alcuni più rilevanti passaggi e la sintesi dei principali punti chiave. Sia queste sintesi, sia i diversi commenti che spesso riportano (non virgolettate) parti del testo del documento stesso, tuttavia, sono tratti e tradotti testualmente da quanto trovato in rete al proposito; ovviamente si sono fatte le opportune ed evidenti interpolazioni redazionali per rendere scorrevole il presente testo.

“Il processo di trasformazione sarà probabilmente lungo, a meno che non accada qualche evento cata-strofico e scatenante – come una nuova Pearl harbor”, si legge nel Pnac del 2000 [si osservino le date]. A meno che ...: ma per caso [per caso?] la catastrofe è accaduta, col crollo delle due torri. Diversi commentato-ri hanno definito codesta osservazione come una “premonizione” [noi, alla “curiosa” coincidenza attuale con gli eventi di Pearl harbor, dedicammo tempestivamente una ricca documentazione nel no. 87 della fine del 2001]. Donald Rumsfeld, in un suo successivo rapporto divulgato l'11 gennaio 2002, ha pure lui sottolineato la “crescente vulnerabilità degli Stati uniti” ad una “Pearl harbor” – spaziale ha rincarato la dose (... overdo-se), auspicando una mobilitazione militare di “alta tecnologia” – e ha proposto di affrontare il rischio fornen-do “al presidente la disponibilità di armi spaziali quali deterrente, se necessario, contro possibili minacce per difendere gli interessi americani da attacchi nemici”.
Ancora prima, sempre Rumsfeld, sùbito il 12 Settembre 2001, senza alcuna prova su chi potessero essere stati gli eventuali dirottatori degli aerei, chiese l’immediato attacco contro l'Irak. A quanto ha riferito sul Wa-shington post Bob Woodward (il giornalista del “Watergate”), secondo lo stesso Rumsfeld l’Irak era già previsto come “uno dei principali obiettivi del primo intervento di guerra al terrorismo”. Christopher Maletz, vicedirettore del Pnac, ha spiegato che “una nuova Pearl harbor” stava a significare che “senza un disastro o un evento catastrofico” né i politici né i militari avrebbero approvato “il necessario aumento degli stanzia-menti per il bilancio della difesa”. Dopo l’attacco dell’11 settembre il parlamento Usa ha immediatamente “stanziato 40 mrd $ per iniziare la guerra al terrorismo”.
Fortunatamente perciò, chi giornalisticamente se ne intende [come, tra gli altri, Tom Barry tom@irc-online.org, analista del centro risorse interemisferico (Interhemispheric resource center) www.irc-online.org, e condirettore di Foreign policy in focus www.fpif.org], conoscendo bene i precedenti storici decennali, ha asserito in un suo scritto che “l’11 settembre non ha cambiato niente”. Anche noi non abbiamo fatto altro che insistere su ciò, da allora in poi. Altri hanno osservato che la “nuova strategia per la sicurezza” non è caduta dal cielo all’improvviso come reazione al terrorismo dell’11 settembre 2001. Al contrario, piut-tosto, quella catastrofe ha spalancato le porte – et pour cause, direbbero i francesi – alla drastica strategia di autodifesa preventiva dell’espansione militare Usa nel mondo.
Il gruppo di lavoro di estrema destra del Pnac fa capo, nel governo di Bush jr, alla fazione autodefinita dei “vulcani” di Cheney e Condoleeza Rice, col reaganiano George Schultz, e che ha come collaboratori di-retti anche Paul Wolfowitz (estensore nel 1992 della ricordata Dpg), Richard Perle, Richard Armitage, James Kelley e John Negroponte. [Per inciso, è stato fatto notare come anche Linda Tripp, l’“amica repubblicana” all’origine del caso Lewinsky, fosse ufficialmente impiegata come funzionaria civile del Pentagono, ma da sempre in forza ai guerrafondai dei servizi segreti Usa].
Tutta questa iniziativa, come appena accennato, è servita per portare il finanziamento del Pentagono dai 310 mrd $ dell’ultimo Clinton ai 469 mrd $ stanziati per il 2007, denotando una pervicace capacità del com-plesso militare-industriale. Il governo Clinton aveva ridotto la spesa militare di circa 40 mrd $ l’anno, scen-dendo ai 277 mrd $ nel 1996. Il centro per l’adeguamento del bilancio strategico ha stimato attualmente un’insufficienza di stanziamenti annui di quasi 50 mrd $. Gli Usa sono arrivati a spendere per la difesa meno del 3% del pil, il “livello più basso da quando come potenza si sono stabiliti alla guida del mondo”. Il pro-gramma del Pnac, per “soddisfare le richieste strategiche poste all’unica superpotenza del mondo, prevede l’innalzamento del bilancio al 3,8% del pil”, arrivando a un aumento di almeno 100 mrd $ nel periodo qua-driennale.
“Se il bilancio della difesa rimanesse com’è ora, sarebbe impossibile conservare il predominio militare Usa nel mondo, e le forze armate risulterebbero insufficienti e obsolete. Un ulteriore taglio delle spese, dell’ordine del 30% dai livelli attuali, con una riduzione complessiva di più della metà dai tempi della guerra fredda”, renderebbe “chiaramente inadeguata la trasformazione e la modernizzazione necessarie per le mis-sioni odierne e per la strategia militare nazionale”. La nuova strategia di rapida militarizzazione all’interno, accompagnata dall’espansione militare Usa all’estero, da “misure proattive di antiproliferazione” e da una politica di “primo colpo” nucleare anche contro potenziali nemici che non dispongano di armi atomiche, ha esiti prevedibili.
Ora, siccome il XX per gli Usa è stato un “ secolo breve”, adesso essi puntano a prendersi anche il XXI. Ma per poter conservare questa “pax americana” durante tutto il secolo XXI, il rapporto Pnac conclude che “l’ordine mondiale deve trovare sicuro fondamento in un’indiscussa superiorità militare Usa”. È appena il caso di osservare che anche nel documento sulla strategia per la sicurezza nazionale (National security stra-tegy statement), diffuso dal secondo governo Bush (quello jr) nel settembre 2002, in occasione dell’anniversario dell’“evento” delle torri, si ritrovano aggiornate e precisate le linee già espresse nel Dpg di dieci anni prima e dal Pnac nel 2000. Il consiliori del clan Bush intende “difendere l’ordine mondiale combattendo contro terroristi e tiranni”, reagendo alle loro minacce e “scontrandosi con gli stati canaglia alla ricerca delle armi di distruzione di massa” (come ha ripetuto il reazionario Ikenberry), e “agendo contro simili minacce prima che esse siano completamente definite”.
“Da questo punto di vista la guerra al terrorismo deve essere vista come "facciata" per una strategia più ambiziosa di espansione del potere militare Usa nel mondo, specialmente in Eurasia, tagliando di netto tutti i legami multilaterali che hanno limitato la libertà d’azione e il potere di Washington”. Abbandonando il qua-dro di sicurezza collettiva, sono abbandonati i princìpi formulati più di mezzo secolo fa a base della vecchia Nato. La nuova “grande” strategia non riguarda solo la sicurezza nazionale Usa ma anche la “nuova” Nato. La Nato, infatti, è profondamente cambiata. L'Alleanza atlantica sembra ormai essere considerata dagli Usa solo uno strumento utile per spingere i paesi membri ad aumentare le spese per la difesa, usando il pretesto di operazioni interconnesse per favorire il complesso industriale militare Usa.
Prima di esaminare con qualche maggiore dettaglio il Pnac, è curioso notare come il termine usato dai “gorilla” dello scimmione di Washington non sia in genere “prevenzione” (prevention) ma, giocando in in-glese su un paio di lettere significanti, sia “prelazione” (pre-emption). Anche se i militari la intendono come “prevenzione”, quest’ultima dizione evoca immediatamente la contrattualistica giuridica civile: un “diritto” acquisito, appunto con la “prelazione”. Manco a dirlo, ormai internazionalmente il “diritto” è per antonoma-sia quello Usa. Inoltre, il solito “Stranamore” Rumsfeld ha organizzato un “gruppo di superspionaggio coper-to”, chiamato, per noi abbastanza sinistramente, P2/og (che sta per Proactive Pre-emptive operation group). Esso è preposto a provocare attacchi terroristi che richiederanno quindi un “contrattacco” da parte degli Usa.

Il gruppo Pnac, dopo una versione purgata del Dpg, è stato rimesso in funzione da Dick Cheney insieme a Donald Rumsfeld, dal novembre 1997 (all’epoca del secondo governo Clinton). In esso, sono tornati al la-voro i vecchi cospiratori, da Frank Gaffney (direttore del centro per la politica della sicurezza), Robert Ka-gan (finanziere sionista), ovviamente Paul Wolfowitz, Lewis Libby (capostruttura di Cheney), Zalmay Kha-lilzad (ambasciatore del clan Bush in Afghanistan), Jeb Bush (il fratello, attuale governatore della Florida), Elliot Abrams e Thomas Donnelly (principale estensore del documento, poi passato non direttamente al go-verno ma alla principale appaltatrice, Lockheed-Martin). Il documento è stato pubblicato nel settembre 2000.
Insieme a tanti altri, anche Richard Perle, uno dei principali consulenti di “dabliu”, è della partita, prove-nendo dalle file reaganiane. L’esperto giornalista critico, già citato, John Pilger aveva intervistato Perle quando era consigliere di Reagan e già a quei tempi parlò di “guerra totale”. Recentemente Perle, tornato alla ribalta col secondo Bush, ha riutilizzato il medesimo concetto a proposito del “terrorismo”, affermando che “non si va per stadi; questa è una guerra totale. Stiamo combattendo contro molti nemici. Ce n’è una monta-gna là fuori. Dire che prima ci faremo l’Afghanistan, poi l’Irak, ecc., è il modo più sbagliato per affrontare la questione. Se riusciamo ad affermare la nostra visione del mondo, se vi aderiamo completamente senza cer-care di predisporre una "diplomazia intelligente", ma scateniamo una guerra totale, i nostri discendenti can-teranno le nostre lodi per anni a venire”. Per raggiungere un tale obiettivo, gli Usa non possono essere “vulnerabili da parte di "stati canaglia" che possiedono piccoli arsenali di missili balistici e testate nucleari o altre armi di distruzione di massa”. Gli Usa non possono permettere che “Corea del nord, Iran, Irak o stati simili minino la loro guida, intimidiscano gli alleati o minaccino lo stesso territorio "americano". Il bene della "pace americana", conquistata a caro prezzo in un secolo di sforzi, non può essere dilapidato così banalmente”.
Mentre nemici potenziali come la Cina desiderano sfruttare al massimo le nuove tecnologie militari, av-versari come Iran, Irak e Corea del nord tendono a sviluppare missili balistici e armi nucleari come deterren-te contro l’intervento Usa nella loro area. Il rapporto quadriennale del Pentagono afferma che sia Kim Jong Il sia Saddam Hussein potrebbero cominciare la guerra, magari impiegando armi chimiche, biologiche o anche nucleari. Secondo la Cia, “diversi regimi profondamente ostili” agli Usa, come “Corea del nord, Irak, Iran, Libia e Siria, già detengono o stanno sviluppando missili balistici, in grado di minacciare forze armate e alle-ati Usa all’estero. E uno in particolare, la Corea del nord, sta dispiegando missili che possono colpire il terri-torio americano. Simili potenzialità portano una grave sfida alla "pace americana" e alla forza militare che garantisce codesta pace”. Perciò la “pianificazione delle forze nucleari Usa, e le relative politiche di controllo degli armamenti, devono tener conto di un insieme di variabili molto più esteso che nel passato, includendovi la crescita di piccoli arsenali nucleari – dalla Corea del nord al Pakistan, fino, forse presto, all’Iran e all’Irak – oltre alla più moderna e crescente forza nucleare cinese”. Conseguentemente, “ il documento strategico della Casa bianca mette l’accento non soltanto sugli "stati canaglia" ma anche sulle grandi potenze, come la Cina, considerate concorrenti di pari livello”.
Il Pnac indica tra l’altro anche “un cambiamento di regime in Irak” (ma Brent Scowcroft, già consigliere per la sicurezza nazionale di Bush sr, e anche James Baker, entrambi a sostegno del “tradizionalismo” di Co-lin Powell, hanno provato a mostrarsi inizialmente più prudenti circa l’accettabilità di massa dell’ideologia della guerra totale). Senonché il problema è molto più complicato. Intanto ci sono già accordi per lo sfrutta-mento del petrolio di Baghdad, che avrebbero decorrenza a partire dalla rimozione dell'embargo. I sottoscrit-tori di tali accordi con l’attuale governo irakeno sono Russia, Cina, Francia, Italia, India, Algeria e Vietnam; ma gli accordi sottoscritti decadrebbero se vi fosse “un cambiamento di regime in Irak”.
Ma è proprio il Pnac che considera in una più ampia prospettiva il problema irakeno. “La missione im-mediata delle forze armate Usa è di esercitare la propria autorità sulle "no-fly zone" nel nord e nel sud Irak; ciò rappresenta una consegna a lungo termine per gli Usa e gli alleati in un’area di vitale importanza. In ef-fetti, gli Usa hanno per decenni ravvisato di dover ricoprire un ruolo permanente per la sicurezza nella regio-ne del Golfo” e non c’è ragione di sospendere anticipatamente le operazioni di sorvolo e di presenza aerea Usa finché Saddam Hussein rimane al potere. Perciò, se il non ancora risolto “conflitto con l’Irak fornisce una giustificazione immediata, la necessità di una sostanziale presenza delle forze Usa nell’area trascende le sorti del regime di Saddam Hussein” [corsivi nostri]. “Dal punto di vista "americano", il valore di simili basi durerebbe anche qualora Saddam dovesse uscire di scena.
Nel lungo termine, l’Iran potrebbe rappresentare per gli Usa una minaccia altrettanto forte di quella irake-na nell’area del Golfo. Anche se i rapporti tra Usa e Iran dovessero migliorare, tenere forze d’attacco nella zona costituirebbe un elemento essenziale nella strategia della sicurezza Usa, dati i perduranti interessi "ame-ricani" nell’area”. Le continue sfide lanciate dall’Irak suggeriscono di non ritirare forze dal Golfo. “Se si po-nesse fine alle operazioni delle forze militari Usa nell’area del golfo Persico, si consegnerebbe nelle mani di Saddam Hussein un’importante vittoria”.
Gli “obiettivi immediati” riguardano “Medioriente, golfo Persico, Asia sudoccidentale, compreso lo stan-ziamento delle truppe Usa nell’Asia centrale e nei dintorni della Cina”. Anche le forze Usa in Europa devono essere pronte per altre crisi, come la pianificazione formale del Pentagono presuppone. In fondo il vero obiettivo per gli Usa sta nella necessità di disporre di forze in grado di operare in qualsiasi zona del pianeta con un preavviso minimo, e di un potenziale tale da permettere di affrontare contemporaneamente due con-flitti di alto livello. Insomma, il problema è nell'espansione della presenza militare Usa all'estero. “I compiti che costituiscono le più frequenti missioni attuali, richiedono forze configurate per il combattimento, ma che siano anche capaci di condurre autonomamente operazioni di polizia internazionale a lungo termine”.

Le conclusioni del Pnac possono essere riassunte in alcuni punti fondamentali. In preparazione del terre-no, il governo Bush ha annullato il trattato Abm del 1972, congiuntamente alla decisione Usa di varare il si-stema di difesa antimissile Nmd, militarizzando al contempo lo spazio. È stato vanificato il protocollo di Kyoto sull’ambiente e quello dell’Ocse sul lavoro, e il controllo dei cosiddetti “paradisi fiscali” (fiscalità off-shore) compreso il contenzioso con l’Ue sulle imprese americane, sfidando le decisioni dell’Omc su even-tuali sanzioni contro di esse. A ciò si aggiunga che il governo Bush rifiuta la Corte penale internazionale dell’Aja.
In siffatto contesto, riferendosi più in particolare al progetto Usa, il Pnac indica: “sviluppo e dispiegamento delle difese missilistiche mondiali da parte di Usa e alleati, tali da garantire anche basi sicure per l’espansione mondiale della potenza Usa; controllo sulla nuova "comunità internazionale" di spazio e cyberspazio ai fini della creazione di un nuovo servizio militare – le forze spaziali Usa; sviluppo della "rivoluzione militare" – conversione degli armamenti verso l’alta tecnologia senza uomini – per assicurare una superiorità Usa a lungo termine nelle forze armate convenzionali”. Ciò significa “modernizzare selettivamen-te le attuali forze armate Usa” attraverso strumentazioni avanzate, annullando costosissimi programmi tradi-zionali obsoleti, per indirizzare le “risorse verso la trasformazione militare”.
Tenendo conto che gli Usa hanno di fatto interrotto l’“evoluzione di armi nucleari più sicure ed efficaci”, occorre programmare lo “sviluppo di una nuova serie di armi nucleari in grado di assolvere ai nuovi compiti militari, per conservare la superiorità strategica nucleare Usa, basandola come deterrente rispetto a tutte le minacce mondiali, presenti e potenziali, e non più solo sulle installazioni russe”. Inoltre, occorre “affrontare la realtà di molteplici missioni di "polizia" che richiedono la dislocazione permanente di forze armate Usa; difendere il territorio nazionale, riconfigurando la forza nucleare e la difesa missilistica per rispondere agli effetti di una proliferazione di missili balistici e di armi di distruzione di massa”.
Tutto ciò “richiede un perimetro di sicurezza Usa più largo dell’attuale, cosa che implica una rete di "basi di dispiegamento" e di "basi operative espansive" capaci di raggiungere le forze nemiche presenti e future”; il che significa andare al di là dell’Europa occidentale e dell’Asia nordorientale, incrementando la presenza militare permanente nell’Asia sudoccidentale e in altre regioni dell’Asia orientale, “riposizionando le forze armate Usa in funzione della nuova realtà strategica del XXI secolo, attraverso lo spostamento permanente verso basi nell’Europa sudorientale e nell’Asia sudorientale, e dispiegando le forze navali in funzione di o-biettivi strategici nell’est Asia”. Ciò rende necessario “fronteggiare l’ascesa della Cina verso la condizione di grande potenza, riqualificando le forze aeree Usa come forza mondiale di "primo colpo"”.
Le “principali missioni militari” necessarie per mantenere la “pax americana” e un “XXI secolo unipola-re” devono “garantire ed espandere le zone di pace democratica [sic!]; dissuadere l’ascesa competitiva di nuove grandi potenze; difendere le aree più importanti (Europa, Asia orientale, Medioriente), e sfruttare le occasioni di trasformazione portate dalle guerre” (anche sotto forma di “affari militari”). Ciò può avvenire “in due tappe: massimizzazione dell’attuale valore dei sistemi di armi attraverso l’applicazione di tecnologie avanzate; miglioramento delle capacità militari attraverso la sperimentazione concorrenziale tra singoli ser-vizi e servizi coordinati”.
“Una forte politica militare reaganiana può sembrare oggi fuori moda. Ma essa è necessaria se gli Usa vogliono costruire gli stessi successi del secolo scorso e garantirsi la medesima sicurezza e grandezza nel prossimo”: così esordisce il programma del Pnac. E fin dal principio nel documento governativo preparato per Bush jr è scritto: “L’unica strada per la pace e la sicurezza è la via dell’azione”. Non si tratta più di difesa ma di offesa.


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