Il discorso di una madre israeliana che ha perso una figlia di 13 anni uccisa da un kamikaze
Sorelle musulmane, siete voi le vittime
di Nurit Peled-Elhanan da Liberazione del 25/3/2005
Nurit Peled-Elhanan è la madre di Smadar Elhanan, che aveva 13 anni quando è stata uccisa da un kamikaze a Gerusalemme, nel settembre 1997. Riportiamo qui di seguito il discorso tenuto da Nurit a Strasburgo in occasione della Giornata internazionale delle donne.
Grazie per avermi invitata in questa giornata. È sempre un onore e un piacere essere qui tra voi. Lasciatemi dire, però, che credo avreste dovuto invitare una donna palestinese, al mio posto, perché le donne che subiscono più violenza nel mio paese sono le palestinesi. Vorrei quindi dedicare il mio discorso a Miriam Raban e a suo marito Kamal, di Bet Lahiya nella Striscia di Gaza, i cui cinque bambini sono stati uccisi da soldati israeliani mentre raccoglievano le fragole nell'orto. Nessuno subirà mai un processo per questo omicidio. Quando ho chiesto a coloro che mi hanno invitato qui perché non avessero convocato una donna palestinese, la risposta è stata che in quel modo la discussione avrebbe assunto una piega troppo localistica. Non ho idea di che cosa si intenda per violenza non localistica. Il razzismo e la discriminazione saranno anche concetti teorici e fenomeni universali, ma il loro impatto è sempre locale e reale. Il dolore è locale; l'umiliazione, la violenza sessuale, la tortura, la morte sono tutte cose molto locali, e tali sono anche le ferite che lasciano. E' vero, purtroppo, che la violenza locale inflitta alle donne palestinesi dal governo di Israele e dall'esercito israeliano si è diffusa in tutto il mondo: anzi, la violenza di stato e la violenza militare, individuale e collettiva, fanno parte del destino delle donne musulmane oggi, non solo in Palestina, ma ovunque l'illuminato mondo occidentale affonda lo stivale dell'imperialismo. E' una violenza di cui non si parla quasi mai e che viene avallata a cuor leggero dalla maggioranza delle popolazioni europee e statunitensi. Ciò avviene perché il cosiddetto mondo libero ha paura del ventre delle musulmane. La Grande Francia della "liberté, égalité et fraternité" ha paura delle ragazzine con il capo coperto, la Grande Israele Ebraica teme il ventre musulmano, che i suoi ministri chiamano "minaccia demografica". L'onnipotente America e la Gran Bretagna contagiano i loro rispettivi cittadini con un cieco terrore dei musulmani, rappresentati come perfidi, primitivi e assetati di sangue, oltre che antidemocratici, nazionalisti e produttori di masse di futuri terroristi. Tutto ciò malgrado il fatto che le persone che stanno distruggendo il mondo, oggi, non siano musulmane: uno è un devotissimo cristiano, l'altro è anglicano e il terzo è un ebreo non praticante. Non ho mai subito la sofferenza che le donne palestinesi sopportano ogni giorno e ogni ora, e non conosco la violenza che trasforma la vita di una donna in un inferno perenne. Mi riferisco alla tortura fisica e mentale quotidiana a cui sono sottoposte le donne private dei diritti umani fondamentali, della riservatezza e della dignità, donne le cui case possono essere violate in qualunque momento del giorno e della notte, a cui viene ordinato, dietro minaccia a mano armata, di spogliarsi di fronte a degli estranei e ai loro figli, le cui case vengono demolite, che vengono private del necessario per vivere e di qualsiasi forma di vita famigliare normale. Tutto questo non fa parte del mio vissuto personale.
Eppure, sono una vittima della violenza contro le donne, nella misura in cui la violenza contro i bambini è anche violenza contro le loro madri. Le donne palestinesi, irachene e afgane sono mie sorelle perché siamo tutte nelle mani degli stessi sciagurati criminali che si definiscono "leader del mondo libero e illuminato" e che in nome di questa libertà e di questo illuminismo ci strappano i nostri figli. Senza contare che le madri israeliane, americane, italiane e britanniche hanno subito, per la maggior parte, un accecamento e un lavaggio del cervello talmente violenti che non riescono più ad accorgersi che le loro uniche sorelle, le loro uniche alleate al mondo sono le madri musulmane - palestinesi, irachene o afgane - i cui figli vengono massacrati dai nostri figli, oppure si fanno saltare in aria insieme ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze. Anche nelle loro menti è stato inoculato lo stesso virus creato dai politici. Anzi, i virus sono tanti, e anche se portano nomi illustri come Democrazia, Patriottismo, Dio e Patria, sono tutti uguali. Fanno tutti parte di ideologie false e posticce che servono ad arricchire i ricchi e a dare potere ai potenti. Siamo tutte vittime della violenza mentale, psicologica e culturale che ci trasforma in un unico gruppo indistinto di madri afflitte o potenzialmente afflitte. Alle madri occidentali viene impartita la convinzione secondo cui il loro utero sarebbe patrimonio dello Stato, mentre quello delle musulmane sarebbe una minaccia internazionale. Alla donne occidentali viene insegnato a non gridare: "io l'ho messo al mondo, io l'ho allattato: è mio figlio, e non lascerò che la sua vita valga meno di una goccia di petrolio e che il suo futuro abbia meno importanza di uno straccio di terra". Tutte noi subiamo il terrore di un'educazione corrotta secondo cui possiamo solo pregare per il ritorno dei nostri figli, oppure crogiolarci nell'orgoglio davanti ai loro cadaveri. E tutte noi siamo state educate a sopportare in silenzio, a contenere l'angoscia e la frustrazione, a prendere il Prozac per controllare l'ansia, ma non certo a fare la Madre Coraggio in pubblico. Mai essere delle vere madri ebree, italiane o irlandesi. Io sono una vittima della violenza di stato. I miei diritti naturali e civili di madre sono stati violati e sono tuttora violati perché devo temere il giorno in cui mio figlio compirà 18 anni e sarà strappato dalle mie braccia per essere trasformato in un giocattolo nelle mani di criminali come Sharon, Bush, Blair e il loro clan di generali assetati di sangue, di petrolio e di terre da conquistare. Vivendo nel mondo in cui vivo, nello stato in cui vivo, nel regime in cui vivo, non ho l'ardire di dispensare consigli alle donne musulmane su come cambiare le loro vite. Non voglio chiedere loro di togliersi il velo o di educare i loro figli in modo diverso, e non le esorterò a costituire delle Democrazie a immagine e somiglianza di quelle occidentali, che disprezzano loro e i loro popoli. Voglio solo chiedere loro, in tutta umiltà, di essere mie sorelle, ed esprimere la mia ammirazione per la loro perseveranza e per il coraggio di andare avanti, di avere dei bambini e di mantenere una vita famigliare dignitosa nonostante le condizioni impossibili che il mio mondo impone loro. Voglio dire a queste donne che siamo tutte unite nello stesso dolore; siamo tutte vittime della stessa violenza anche se loro soffrono molto di più, perché sono loro a essere maltrattate dal mio governo e dal suo esercito, che vive delle mie tasse. L'Islam in sé e per sé, così come l'Ebraismo in sé e per sé e il Cristianesimo in sé e per sé, non rappresentano una minaccia né per me né per nessun altro. L'imperialismo americano è una minaccia, così come l'indifferenza europea, il collaborazionismo e il crudele regime israeliano di occupazione razzista. Sono il razzismo, la propaganda nelle scuole e la xenofobia che ci viene inculcata a spingere i soldati israeliani a ordinare alle donne palestinesi, dietro minaccia a mano armata, di spogliarsi davanti ai loro bambini, invocando motivi di sicurezza; è il più profondo disprezzo dell'altro a consentire ai soldati americani di violentare le donne irachene e a dare ai carcerieri israeliani la licenza di tenere donne giovanissime in condizioni disumane, senza servizi igienici adeguati, senza elettricità d'inverno, senza acqua potabile o materassi puliti, e separandole dai loro bambini, appena nati e spesso non ancora svezzati, impedendo loro di raggiungere gli ospedali, impedendo loro l'accesso all'istruzione, confiscando le loro terre, sradicando i loro frutteti e impedendo loro di coltivare i campi. Non riesco a comprendere fino in fondo le donne palestinesi e la loro sofferenza. Non so infatti se sarei riuscita a sopravvivere a tanta umiliazione e a tanto disprezzo da parte del mondo intero. Tutto quello che so è che la voce delle madri è stata messa a tacere per troppo tempo, in questo pianeta devastato dalla guerra. Il grido delle madri non si sente perché non vengono invitate a forum internazionali come questo. Quello che so è solo questo, e mi rendo conto che è molto poco. Ma è abbastanza per farmi ricordare che queste donne sono mie sorelle e che meritano che il mio grido si levi a nome loro, e che io lotti per loro. E quando perdono i loro figli mentre raccoglievano le fragole oppure su strade luride di fronte ai posti di blocco dove i bambini vengono massacrati mentre vanno a scuola da giovani israeliani educati a credere che l'amore e la compassione dipendano dalla razza e dalla religione, l'unica cosa che posso fare è stringermi a loro e ai loro bambini traditi, e riproporre il quesito della poetessa russa Anna Akhmatova, un'altra madre che ha vissuto in un regime di violenza contro le donne e i bambini: "Perché quel filo di sangue strappa i petali della tua guancia? ".
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