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Che cosa vogliono i generali di Israele?

di Ilan Pappe da Liberazione del 18/07/2006

*Ilan Pappe insegna Scienze politiche all’Università di Haifa ed è uno dei principali “nuovi storici” israeliani, un gruppo eterogeneo di studiosi che da circa quindici anni ha rivisitato la storia di Israele. E’ presidente dell’istituto di studi arabi e israeliani “Emile Touma” di Haifa e ha al suo attivo numerosi articoli e pubblicazioni, tra cui Storia della Palestina moderna (Einaudi, 2005).

Immaginate un gruppo di generali di alto rango che hanno simulato per anni scenari da terza guerra mondiale in cui si possono muovere eserciti enormi, impiegare le armi più sofisticate a disposizione e godere dell’immunità di un quartier generale computerizzato da cui dirigere i propri giochi di guerra. Immaginate ora che vengano informati che di fatto non c’è alcuna terza guerra mondiale e che la loro competenza può essere utilizzata solo per tenere a bada problemi e crimini che possono insorgere nei quartieri più poveri e nelle comunità più degradate. E ora immaginate, come episodio finale di questa crisi chimerica, che cosa succede quando scoprono quanto siano stati irrilevanti i loro piani e quanto siano inutili le loro armi nella lotta contro la violenza di strada, prodotta dall’ineguaglianza sociale, dalla povertà e da anni di discriminazione all’interno della società. Possono ammettere il fallimento o decidere di usare ugualmente l’enorme arsenale di distruzione a loro disposizione. La devastazione a cui stiamo assistendo oggi è voluta dai generali israeliani che hanno optato per la seconda linea di condotta.

Ho insegnato nelle università israeliane per 25 anni. Molti dei miei studenti erano ufficiali di alto livello dell’esercito. Ho potuto veder crescere la loro frustrazione dopo lo scoppio della prima Intifada nel 1987. Detestavano questo genere di confronto, chiamato eufemisticamente dai guru della disciplina americana delle relazioni internazionali “conflitto a bassa intensità”. Troppo bassa per i loro gusti. Dovevano affrontare pietre, bottiglie molotov e armi primitive che richiedevano un uso molto limitato del vasto arsenale ammassato dall’esercito negli anni e non potevano testare la loro abilità effettiva sul campo di battaglia o in una zona di guerra. Persino quando l’esercito usava tank e F-16, si era ben lontani dai giochi di guerra a cui si giocava nel matkal, il quartier generale israeliano, e per i quali avevano acquistato, con i soldi dei contribuenti americani, le armi più sofisticate e aggiornate offerte dal mercato.

La prima Intifada fu sconfitta, ma i palestinesi continuarono a cercare dei sistemi per fermare l’occupazione. Si ribellarono di nuovo nel 2000, ispirati questa volta da un gruppo di leader e attivisti nazionali di ispirazione più religiosa. Ma si trattava sempre di un “conflitto a bassa intensità”, niente di più. Non era quello che voleva l’esercito, che smaniava per una guerra “vera”. Come Raviv Druker e Offer Shelah, due giornalisti israeliani vicini all’IDF, evidenziano in un recente libro, Boomerang, le esercitazioni militari precedenti la seconda Intifada si basavano su uno scenario che riproduceva una guerra su vasta scala. Era previsto che, in caso di un altro sollevamento da parte palestinese, ci sarebbero stati tre giorni di “disordini” nei territori occupati che si sarebbero trasformati in uno scontro frontale con i paesi arabi vicini, soprattutto la Siria. Lo scontro era evidentemente necessario per mantenere il potere di deterrenza di Israele e rinforzare la fiducia dei generali nella capacità del proprio esercito a condurre una guerra convenzionale.

La frustrazione divenne insopportabile poiché i tre giorni di esercitazione si trasformarono in sei anni. Eppure, il concetto di campo di battaglia per l’esercito israeliano ancora oggi è principalmente “colpire e terrorizzare” anziché dare la caccia a cecchini, attentatori suicidi e attivisti politici. La guerra “a bassa intensità” mette in discussione l’invincibilità dell’esercito e ne erode la capacità di impegnarsi in una guerra “vera”. Più importante di tutto, non permette a Israele di imporre unilateralmente la propria visione della Palestina, ossia una terra de-arabizzata.

I regimi arabi sono stati per la maggior parte compiacenti e abbastanza deboli nel consentire agli israeliani di perseguire la propria politica, fatta eccezione per la Siria ed Hezbollah in Libano.

Dopo lo scoppio della seconda Intifada nell’ottobre del 2000, la frustrazione poté in parte evaporare grazie all’uso di bombe da 1.000 chili sulle case di Gaza o durante l’operazione Scudo di difesa del 2002, quando l’esercito distrusse con i bulldozer il campo profughi di Jenin. Ma si era sempre troppo lontani da quello che l’esercito più forte del Medio Oriente poteva fare. E nonostante la demonizzazione delle modalità di resistenza scelte dai palestinesi nella seconda Intifada, gli attacchi suicidi, servivano solo due o tre F-16 e un numero limitato di tank per punire collettivamente i palestinesi distruggendone totalmente l’infrastruttura umana, economica e sociale.

Conosco questi generali bene quanto si può conoscerli. Durante l’ultima settimana, hanno avuto la loro grande occasione. Non più l’uso sporadico di bombe da 1000 kg, navi da combattimento, elicotteri e artiglieria pesante. Il debole e insignificante nuovo ministro della difesa, Amir Perez, ha accettato senza esitazione la richiesta da parte dell’esercito di distruggere la striscia di Gaza e radere al suolo il Libano. Ma potrebbe non bastare. Potrebbe degenerare in una guerra su vasta scala contro lo sventurato esercito siriano e i miei ex studenti potrebbero incoraggiare azioni provocatorie in questa direzione. E, se vogliamo credere a quello che dice la stampa in Israele, si potrebbe persino arrivare a una guerra a lunga distanza con l’Iran, con il supporto dell’ombrello americano.

Anche gli interventi meno obiettivi riportati dalla stampa israeliana in relazione a quanto proposto dall’esercito al governo di Ehud Olmert come possibile evoluzione delle operazioni nei prossimi giorni, indicano chiaramente ciò che in questi giorni entusiasma i generali israeliani. Niente meno che la totale distruzione di Libano, Siria e Teheran.

I politici che contano appaiono relativamente più addomesticati. Hanno soddisfatto solo in parte la fame dell’esercito che vuole un conflitto ad “alta intensità”. Ma il loro modo di fare politica ha già assunto i connotati della propaganda e della mentalità militare. Ecco perché Zipi Livni, il ministro degli esteri israeliano, persona in altri contesti intelligente, ha potuto dire candidamente alla TV israeliana (13 luglio 2006) che il modo migliore per liberare i due soldati catturati è «distruggere completamente l’aeroporto internazionale di Beirut». I rapitori o i soldati che hanno due prigionieri di guerra sicuramente vanno a comprare per rapiti e rapitori dei normali biglietti aerei per il primo volo in partenza da un aeroporto internazionale. «Ma si può usare un’automobile» hanno insistito gli intervistatori. «Oh, è vero» ha detto il ministro degli esteri israeliano, «ecco perché distruggeremo anche tutte le strade che dal Libano portano fuori dal paese». Buone notizie per l’esercito, distruggere aeroporti, incendiare serbatoi di benzina, far saltare ponti, danneggiare strade e infliggere danni collaterali alla popolazione civile. Almeno l’aviazione potrà mostrare la sua vera forza e compensare anni di frustrazione dovuta al “conflitto a bassa intensità” che aveva spedito i migliori e più feroci uomini di Israele a correre dietro a bambini e bambine nei vicoli di Nablus o Hebron. A Gaza l’aviazione ha già sganciato cinque di quelle bombe, mentre negli ultimi sei anni ne aveva sganciato solo una.

Eppure, potrebbe non essere sufficiente, per i generali dell’esercito. Hanno già detto chiaramente in TV che “qui in Israele non dobbiamo dimenticare Damasco e Teheran”. Le esperienze passate ci dicono che cosa può significare questo appello contro la nostra amnesia collettiva.

I soldati catturati a Gaza e in Libano qui sono già stati cancellati dall’agenda pubblica. Stiamo parlando di distruggere Hezbollah e Hamas una volta per tutte e non di riportare a casa i soldati. In modo analogo, nell’estate del 1982, l’opinione pubblica israeliana dimenticò completamente la vittima che aveva fornito al governo di Menachem Begin la scusa per invadere il Libano. Era Shlomo Aragov, l’ambasciatore israeliano a Londra alla cui vita attentò un gruppo palestinese. L’attentato offrì ad Ariel Sharon il pretesto per invadere il Libano e rimanervi per 18 anni.

Eventuali soluzioni alternative al conflitto non vengono nemmeno menzionate in Israele, neanche dalla sinistra. Nessuno parla di idee basate sul buon senso, come uno scambio di prigionieri o l’avvio di un dialogo con Hamas e gli altri gruppi palestinesi che almeno porti a un lungo cessate il fuoco in cui preparare il terreno per negoziati politici più sensati in futuro. Questa strada alternativa ha già il sostegno di tutti i paesi arabi, ma, ahimè, solo il loro. A Washington, Donald Ramsfeld può avere perduto alcuni dei suoi rappresentanti nel Dipartimento della Difesa, ma è ancora il Segretario. Per lui, la distruzione totale di Hamas e Hezbollah, qualunque sia il prezzo e se avviene senza perdite di vite americane, “rivendicherà” la raison d’être per la Terza Teoria Mondiale da lui propagata all’inizio del 2001. La crisi attuale per Ramsfeld è una giusta battaglia contro un piccolo asse del male, lontana dal pantano dell’Iraq e preparatoria in vista degli obiettivi finora disattesi nella “guerra contro il terrore”, Siria e Iran. Se davvero fino a un certo punto l’Impero ha favorito il suo subalterno in Iraq, il sostegno senza riserve del presidente Bush alla recente aggressione israeliana a Gaza e Libano indica che è arrivato il momento di pagare il debito: ora il subalterno deve salvare l’Impero in trappola.

Hezbollah rivuole il pezzo di Libano meridionale ancora in mano a Israele. Vuole anche assumere un ruolo prioritario nella politica libanese e mostrare la propria solidarietà ideologica sia con l’Iran che con la lotta palestinese, in generale, e con quella islamica in particolare. I tre obiettivi non sempre si completano a vicenda e hanno prodotto uno sforzo bellico molto limitato contro Israele negli ultimi sei anni. La totale resurrezione del turismo nel versante israeliano del confine con il Libano testimonia che, a differenza dei generali israeliani, Hezbollah ha i suoi motivi per ritenersi molto soddisfatto di un conflitto a bassissima intensità. Se e quando venisse raggiunta una soluzione globale per la questione palestinese, anche quell’impulso si spegnerebbe. Penetrare per un centinaio di metri in territorio israeliano è un’azione tipica in questo senso. Ricambiare un’operazione di così basso profilo con guerra e distruzione totali indica chiaramente che ciò che importa è il grande progetto e non il pretesto.

Non c’è nulla di nuovo in questo. Nel 1948, i palestinesi optarono per un conflitto a bassissima intensità quando le Nazioni Unite imposero un accordo che strappava dalle loro mani metà della loro terra per darla a una comunità di immigrati e coloni, arrivati per la maggior parte dopo il 1945. I leader israeliani avevano atteso per molto tempo una tale opportunità e lanciarono un’operazione che espulse metà della popolazione nativa del luogo, distrusse metà dei suoi villaggi e trascinò il mondo arabo in un inutile conflitto con l’Occidente, le cui potenze stavano già uscendo di scena con la fine del colonialismo. I due progetti sono interconnessi: più la potenza militare di Israele si espande, più facile è portare a termine il progetto non completato nel 1948: la totale de-arabizzazione della Palestina.

Non è troppo tardi per impedire ai progetti israeliani di tradursi in una nuova e terribile realtà. Ma la finestra delle opportunità è molto stretta e il mondo deve agire prima che sia troppo tardi.

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