Il discorso del segretario del Prc alla festa di Liberazione
Giordano: «I vecchi poteri hanno fallito, tocca alla sinistra,
è la sua occasione»
di Stefano Bocconetti da Liberazione del 24/9/2006
E se una volta tanto la notizia fosse data dal clima? Beninteso, la manifestazione di ieri alla Festa di Liberazione di di notizie politiche ne ha date una montagna. In ordine. E’ di fatto avviato il percorso che porterà - entro la primavera - alla nascita di una nuova formazione, la sezione italiana della Sinistra europea. Percorso che già oggi vivrà un altro momento decisivo con l’assemblea all’Angelicum, dove sarà scritto una sorta di manifesto del nuovo soggetto politico. E poi ancora: “notizie” sono sicuramente le cose che ha detto Franco Giordano alla sua prima volta nel tradizionale appuntamento settembrino. Notizie politiche sono i suoi giudizi sulla Telecom, sulle privatizzazioni fatte in Italia (un po’ come la storia di Totò, «si vendono la Fontana di Trevi che non è loro»), su come queste vicende raccontino di un capitalismo malato. Malato ma sempre arrogante: esattamente come la richiesta di Montezemolo di tener fuori la politica dallo scorporo della Tim. «Vogliono tener fuori la politica quando difende il lavoro, la vogliono tenere dentro quando copre i loro intrallazzi».
E ancora. Una notizia è la richiesta - «pacata, come è giusto che sia quando ci si rivolge ad un Presidente del consiglio» - perché l’Italia ridiscuta con gli altri partner la presenza italiana in Afghanistan. Per arrivare al ritiro delle nostre truppe, in modo da concentrare ogni sforzo a risolvere il drammatico conflitto in Medio Oriente.
Tanti, insomma, gli spunti. Ma forse stavolta il “fatto”, il fatto politico, è soprattutto nel clima che si respira qui al parco della Resistenza. Dove migliaia di persone stringono d’assedio quel palco, che già “fisicamente” racconta non più solo di Rifondazione ma di qualcos’altro che sta per nascere. Con Agnoletto, Danielle Mazzonis, Pietro Folena, con Anna Rita Mastrangelo, con Anna Lisa Clark, assieme ai dirigenti del partito. Ai ministri e ai sottosegretari. La “notizia” forse più che nelle nelle parole è nei toni del segretario. Che sgomberano immediatamente - e ad ascoltarle bene, definitivamente -il campo dalle tesi di chi, ancora in queste ore, racconta di un partito molto, troppo interessato alle istituzioni. Giordano invece racconta di ambizioni. Da far valere domani, certo, ma da far vivere oggi. E in questo clima, allora, più che i singoli passaggi dei discorsi contano alcuni gesti. La dedica della Festa ad Angelo Frammartino, per esempio. Ma c’è uno sugli altri: l’abbraccio fra Bertinotti - arrivato a metà comizio, e accolto da qualcosa che non può essere definita solo gioia, visto che era accompagnata da commozione; commozione visibile, lacrime agli occhi, insomma -; l’abbraccio di Bertinotti, si diceva, con Giordano, al termine del comizio. Durante il quale il segretario s’era rivolto così al Presidente della Camera: «Grazie, Fausto. Grazie per le tue intuizioni, per la tua passione che ci hanno portato fin qui». Anche quello fra i due, comunque, è stato un abbraccio irrituale. Col Presidente della Camera in piedi sotto il palco, col segretario - anche lui commosso - che si inginocchia. E con Bertinotti che lo trascina giù, facendogli fare un bel salto. E con i due che restano così per quasi un minuto, davanti ad un muro di persone un po’ sorprese.
Ecco come è nata, di fatto, la Sinistra europea. Con la politica, si diceva. Se con questa parola si intende, come fanno troppi osservatori, solo ciò che riguarda la contingenza. C’è anche questo, c’è anche l’attualità. Che dice della conferma della fedeltà della sinistra d’alternativa allo schieramento che ha permesso di mandare a casa le destre. Una lealtà che non impedisce però di analizzare quel che sta accadendo. Si parte allora dalla Telecom, per disegnare un capitalismo che non rischia mai soldi propri. «Un capitalismo capace solo, in pochi anni, di liquidare un immenso patrimonio di competenze», come aveva detto Anna Rita Mastrangelo, lavoratrice che ha vissuto sulla propria pelle cosa abbia significato la svendita delle telecomunicazioni. Un capitalismo che ha fallito nelle privatizzazioni. Di più, come racconta la cronaca: un sistema che ha fatto crescere - sono di nuovo le parole di Giordano - «un meccanismo occulto e per certi versi criminale di spionaggio». Un sistema, insomma, che ha messo a rischio la stessa democrazia. Ed ora i rappresentanti di quel sistema, Montezemolo e altri, tornano alla carica. Chiedono alla politica di restare fuori dalla discussione su un settore strategico, sono tornati a chiedere sacrifici. Ovviamente, solo per gli ultimi. Giordano risponde citando solo due cifre: in Italia su 2 milioni e 350 mila imprese, oltre due milioni dichiarano redditi da 0 a 40 mila euro. In Italia su 14 milioni di pensionati, 3 milioni sono sotto i 560 euro al mese. Questi ultimi, i pensionati, così come i lavoratori, i precari, i giovani, le famiglie del Sud, non possono più «dare nulla. Hanno già dato». Ed è ora che si cominci a «risarcirli, colpendo quei settori, dagli evasori alla rendita, che hanno goduto durante gli anni del berlusconismo».
C’è la politica, c’è l’attualità, allora. Fatta anche di una riflessione sulla politica estera. Che s’è già distaccata dai dicktat americani, scegliendo la strada del governo multilaterale del mondo. Col ritiro dall’Iraq ma anche con la missione in Libano, che ha messo fine «all’occupazione illegale di Israele». Passi importanti ma pur sempre primi passi. A cui devono seguire tante altre cose. «Perché non basta una missione militare, se non c’è il resto». Deve seguire la politica in Europa, con la messa al bando della vendita di armi, come chiede Lisa Clark, e come «non vuole Prodi», invece che chiede di togliere l’embargo alla Cina su questo mercato.
Politica, fatta di negoziati, di trattative. Con la fine degli atti unilaterali, siamo essi la guerra preventiva o il ritiro da Gaza. Politica fatta di trattative, è di nuovo Giordano, riconoscendo gli interlocutori. Politica alla quale non ci sono alternative: perché la sicurezza di israele - «tema che ci sta a cuore come poche altre cose» - la si raggiungerà solo con la pace, con la fine dell’occupazione militare dei Territori.
Proposte, allora. Ma anche qui tanto altro. Un «in più» fatto di emozioni, di passioni, fatto da un linguaggio a cui mai ricorre la “politica ufficiale”. Linguaggio imparato dai movimenti di questi anni. «Perché forse a ben vedere la Sinistra europea nasce lì, a Genova, in quei giorni», come dirà Vittorio Agnoletto e come confermerà il segretario di Rifondazione. E a proposito, dalla festa parte la richiesta di dare vita, così come previsto dal programma dlel’Unione, alla commissione d’inchiesta sui drammatici giorni che accompagnarono il G8.
Linguaggio atipico per la politica. Come quello di Folena che usa un’espressione biblica, il “Dio dell’oro” per raccontare di quanto le destre, il capitalismo abbiano provato a mercificare tutti gli aspetti dell’esistenza. Linguaggio atipico, come quello della sottosegretaria Danielle Mazzonis che raccontando una delle prime esperienze della Sinistra europea, l’associazione degli aderenti individuali, la definisce come un «tentativo di fusione che non cancella ma esalta le differenze». E ancora: linguaggio atipico che non rifiuta le vecchie parole. Come l’espressione usata da Giordano per descrivere cosa vuole essere la nuova formazione: «un paese nel paese». Espressione pasoliniana, che il poeta usava per chiedere, 40 anni fa, alla sinistra di essere diversa dal potere. Di più: espressione che la grande stampa usava per denigrare la diversità dei comunisti, sempre 40 anni fa, nei momenti in cui il Pci si mostrava “altro” dall’establishment. Ora Giordano la usa per disegnare una formazione che non abbia nulla del tradizionale partito. Che sia interno ai movimenti, che impari e insegni, che si contamini. Una formazione politica che sappia costruire società, relazioni fra persone. Che sappia essere rete, che metta in connessione tutto ciò che in questi anni si è battuto contro il liberismo e la guerra, tutto ciò che ancora dovrà battersi contro la guerra e il liberismo.
Che dovrà battersi contro la precarietà. Intesa non più solo come forma di sfruttamento, come rottura delle regole sindacali (e a proposito: «Chiediamo che lo Stato dia il buon esempio, regolarizzando subito l’esercito di precari che pure consentono all’amministrazione di funzionare»). Precarietà come segno di questa fase del capitalismo. Che avvolge, soffoca ogni manifestazione dell’individuo, che inquina ogni aspetto delle relazioni. La gente, tante gente applaude. E applaude Giordano anche quando - sempre a proposito di nuove parole nella politica - dal palco parla di stupri, delle violenze omofobiche, che hanno drammaticamente segnato quest’estate. E dice che non basta più prendersela con un sistema di valori imposto dove la donna non conta, è ridotta a merce. «Occorre che anche gli uomini mettano in discussione il loro potere, il loro arbitrio».
In questo passaggio c’è addirittura uno scambio di battute fra il palco e qualcuno nella platea. Scambio che nessuno è in grado di cogliere, parole sommerse da migliaia di applausi. Ma che raccontano bene come la nuova formazione nasce scommettendo su tutto, «in mare aperto». Con un’unica certezza: che queste classi dominanti non possono disegnare un futuro. Spetta alla sinistra farlo. «Farlo come quella orchestra di piazza Vittorio, composta da giovani, da migranti, da tante persone diverse, capace di fondere jazz, folk, rock. Dando vita a qualcosa di nuovo». Si comincia, allora.
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