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Seggi, personalizzazione e crisi della rappresentanza

da Liberazione del 20/6/2004 di Rina Gagliardi


Sarà, come è noto, la segreteria nazionale del Prc a decidere l'identità del "quinto eletto" di Rifondazione comunista nel parlamento di Strasburgo. Una scelta saggia, e comunque necessaria, data la difficoltà di una scelta che - come abbiamo potuto constatare dalle lettere dei nostri lettori e dalla discussione che ferve un po' dovunque - interessa, appassiona e divide. Questo intervento si asterrà dunque dal prendere una posizione di merito. Ci pare più utile cogliere questa occasione per cominciare a riflettere, insieme a voi, sui molti e complessi problemi che questa vicenda mette in luce, direttamente e indirettamente.

Intanto, non sembri superfluo sottolineare che quello del "quinto eletto" è un classico "problema di abbondanza": nasce cioè da un risultato elettorale che non solo supera le nostre previsioni, ma che inverte in termini consistenti il trend elettorale degli ultimi anni. E' il profilo politico e ideale d'insieme del Partito della Rifondazione comunista, sono il suo progetto e le sue idee-forza, a dimostrare sul campo una "capacità attrattiva" anche in termini di voti. Questo dato va riaffermato con forza, non tanto per sdrammatizzare a forza una questione che resta in ogni caso difficile e "spinosa", ma per collocarla nel suo contesto effettivo: quei due milioni di voti, cioè di italiane e di italiani, che hanno politicamente investito nella nostra impresa politica. E infatti quasi tre quarti di questi voti, all'incirca un milione e mezzo, sono stati espressi tout court a favore del simbolo, senza preferenza alcuna ad alcun candidato, ivi compresi quelli delle teste di lista.

Si può valutare come si vuole questo dato. Si può considerarlo inessenziale, come si fa per lo più. Si può vederlo come una forma di partecipazione "minore" alla politica o come una sorta di "delega di massa" ai gruppi dirigenti del partito. A mio parere, si tratta comunque di un dato da non rimuovere: resta il fatto che la grande maggioranza dei nostri elettori si "affida" al Prc in quanto tale; al suo programma, ai suoi dirigenti, ai suoi militanti, ai suoi candidati, ovvero all'"equilibrio" d'insieme che le singole persone in carne ed ossa costruiscono o concorrono a costruire.

Spero di non esser fraintesa. Non intendo dire, naturalmente, che gli individui sono tutti equivalenti o tutti "fungibili". Voglio soltanto richiamare, con questa sottolineatura, non solo la priorità, ma la centralità che nella nostra idea di politica devono avere i soggetti (e le soggettività) collettivi e corali: il partito, il movimento, l'associazione, il sindacato, il gruppo, la cooperativa, dove nasce e cresce quell'"individuo sociale" ricco di bisogni e portatore di diritti che è uno dei protagonisti principali della lotta per la trasformazione della società.

Ma perché allora un dibattito così acceso, con tanto di sfumature "referendarie", su chi deve essere il "quinto eletto"? Due sono, a mio modo di vedere, i nodi di fondo - largamente irrisolti e lontano anche dall'essere "ben posti" - che stanno a monte di questo dibattito.

Il primo concerne la personalizzazione crescente della politica, anche nella sinistra radicale e anche all'interno di un partito comunista, come il nostro. Il fenomeno è stato tante volte analizzato, nelle sue radici generali e strutturali, che la società dello spettacolo, il ruolo dei media e il sistema elettorale maggioritario hanno alimentato ed enfatizzato a dismisura: tanto da influenzare e "contaminare" di sé la politica intera, compresi i movimenti e i soggetti radicali. Sarebbe ingenuo pensare di risolverlo a colpi di moralismo, o di prediche che magnificano le "virtù degli antichi". Ma è sbagliato rimuoverlo, far finta di non vederlo, addirittura non affrontarlo, come per lo più si fa.

Che questa campagna elettorale si sia svolta, anche nel Prc, come una sequenza di campagne elettorali individuali e iperindividuali, personalissime, interne ed esterne, di area o di non area; che l'attivazione del partito sia stata indotta (a parte le iniziative del segretario) soprattutto dall'appoggio a questo o a quel candidato; che la "battaglia all'ultima preferenza" sia corsa, alla fin fine, più o meno come in tutti gli altri Partiti; che, insomma, la personalizzazione della politica all'interno del Prc abbia fatto passi da giganti mi sembra indubitabile. E mi sembra altresì che sarebbe bene ragionarci, con calma, senza lanciare anatemi, ma cercando di capire se si tratta, e fino a che punto, di un processo "inarrestabile". Fino a che punto, in sostanza, il Prc farà bene a rinunciare perfino al proposito di una sua "diversità" nel fare politica, nel modo di concepirla e di praticarla, oltre che nei contenuti di cui è portatore.

Il secondo tema, strettamente legato al primo, concerne la crisi della rappresentanza. L'individuo - se preferite il candidato, ma anche il dirigente di partito e il leader di movimento - tende ad assumere un rilievo, ovvero una capacità rappresentativa, che nei casi estremi sostituisce le aggregazioni generali, in molti casi li "corregge", li integra, li "completa". Le figure degli indipendenti nei partiti - anche nel Prc - costituiscono forse la più tipica modalità di questo processo: ci sono sempre stati, a sinistra e nel Pci, ma acquistano una funzione molto più forte, specie se non si tratta di personalità singole (i vecchi "compagni di strada" del Pci), ma appunto di leader di movimenti o di realtà organizzate.

Nel caso concreto di cui stiamo discutendo, la questione e ancora più complicata. Una figura come quella di Nunzio D'Erme esprime e rappresenta sia una realtà sociale molto precisa (il nuovo proletariato giovanile metropolitano) sia un'ala significativa del movimento (i disobbedienti romani): e fin qui siamo ad un meccanismo in fondo classico di rappresentanza. In realtà, il successo della sua candidatura nasce da un'ulteriore espansione della stessa rappresentanza: questa candidatura è stata vissuta da una parte dell'elettorato come un correttivo dei limiti o dei pericoli "burocratici" del Partito. Come l'iniezione di una "politica autentica e radicale" nella politica di Palazzo cui pur Rifondazione comunista appartiene. Come forse perfino un pezzo di "antipolitica dal basso". Il risultato è la sostituzione della nozione di rappresentanza con quella di simbolo, dove molti proiettano attese, speranze e ricerca di senso. Un ragionamento (diverso nel merito ma in fondo analogo) si applica a perfezione anche per tutti i candidati "indipendenti" del Prc che sono stati particolarmente premiati dagli elettori.

E vale anche per una figura come quella di Nichi Vendola, che pure indipendente non è: ma ha ricevuto una grandissima quantità di consensi sia in quanto costruttore di conflitti sia in quanto esponente della politica capace di una speciale connessione sentimentale con il suo popolo. Vale, insomma, anche per lui un meccanismo pressoché identico di "simbolizzazione" che si incrocia con il radicamento territoriale, così come processi di questo tipo hanno portato molti elettori siciliani a scegliere il segretario regionale del Prc, Giusto Catania.

In questo senso, è fuorviante contrapporre la scelta di apertura al movimento, che caratterizza il Prc anche nell'apertura delle sue liste, e la cosìddetta "logica di partito": a parte il fatto che quest'ultima esiste "pour cause" e non può esser cancellata con leggerezza, a parte il non trascurabile dettaglio che il Prc è anche una parte organica e integrante dei movimenti stessi, non è lecito, più di tanto, che tutto questo non solo precipiti, ma sia addirittura identificato in un esito istituzionale personalizzato.

Un seggio a Strasburgo - chiunque lo occuperà - non ha, non può avere, né questo significato né questo valore politico-strategico. Vorrei invitare, sommessamente, tutti coloro che caricano questa scelta di tanto impegno simbolico a non cadere in curiosi iperistituzionalismi, che sono poi l'altra faccia di un anti-istituzionalismo dall'apparenza (ma solo dall'apparenza) estremista o radicale. Voglio dire, in sostanza, che bisognerebbe analizzare, ben più a fondo di quanto si possa fare nello spazio di un singolo articolo, i processi di cui siamo, allo stesso tempo, protagonisti e "vittime".

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