home > la stanza del segretario   ultimo aggiornamento 21 aprile 2003
 
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Le lezioni dall'Iraq

Chomsky intervistato da Michael Albert 18/04/2003


Ci sono delle persone in festa per le strade delle città irachene. In retrospettiva, ciò indebolisce la logica dell'opposizione alla guerra?
Sono rimasto sorpreso da quanto fossero pochi e da quanto abbiano tardato. Ogni persona ragionevole, e gli Iracheni più di tutti, dovrebbe vedere con favore la caduta di un tiranno, e la fine delle devastanti sanzioni economiche. Ma il movimento di opposizione alla guerra, o almeno quella parte di cui sono a conoscenza, era sempre stato a favore della loro fine, perché si era opposto alle sanzioni che stavano distruggendo il paese e minando alla radici la possibilità di una rivolta interna che inviasse Saddam sulla via di altri brutali assassini sostenuti dagli attuali governanti a Washington. Il movimento contro la guerra ha sostenuto che gli Iracheni, non il governo degli Stati Uniti, debbano governare il paese. Ed ancora lo sostiene, o almeno dovrebbe; e può avere un sostanziale impatto a questo riguardo. Gli oppositori al conflitto sono stati anche giustamente sconvolti dalla totale mancanza di preoccupazione per le possibili conseguenze umanitarie dell'attacco, e dalla inquietante strategia secondo cui questo avrebbe dovuto "costituire un precedente". Le questioni fondamentali rimangono: Chi governerà l'Iraq: gli Iracheni o una élite texana? Il popolo americano permetterà a dei ristretti settori reazionari che sostengono apertamente il potere politico di mettere in pratica i propri obiettivi in materia di politica interna ed estera?
Non sono state trovate armi di distruzione di massa. In retrospettiva, ciò indebolisce le ragioni dell'amministrazione Bush in favore della guerra?
Solo se le si fosse prese sul serio fin dall'inizio. La leadership finge di crederci ancora, come evidenziano gli attuali commenti di Fleischer. Se riescono a trovare qualcosa, il che non è improbabile, sarà strombazzato ai quattro venti come giustificazione della guerra. Se non ci riescono, l'intera questione sarà "insabbiata" come d'abitudine.
Se adesso le armi di distruzione di massa verranno trovate, e la loro scoperta sarà comprovata, in retrospettiva verrà indebolita l'opposizione alla guerra?
Questo è impossibile dal punto di vista logico. Le politiche e le opinioni su questo argomento sono determinate da ciò che si sa o si suppone essere vero, non da ciò che viene scoperto successivamente. Dovrebbe essere ovvio.
Ci sarà una democrazia in Iraq, come conseguenza di questa invasione?
Dipende dal significato che attribuiamo alla parola "democrazia". Immagino che lo staff delle pubbliche relazioni di Bush vorrà introdurre qualche tipo di democrazia formale, purché non abbia consistenza. Ma è difficile immaginare che verrà data realmente voce alla maggioranza sciita, che probabilmente si unirà al resto della regione nel tentativo di stabilire relazioni più strette con l'Iran, l'ultima cosa che la congrega di Bush desidera. O anche che venga data effettivamente voce all'altra componente più numerosa della popolazione, i Curdi, che probabilmente richiederanno una certa autonomia all'interno di una struttura federale, e questo suonerebbe come un anatema per la Turchia, il più importante avamposto del potere statunitense nella regione. Non bisognerebbe farsi fuorviare dalla recente reazione isterica al "crimine" del governo turco, reo di aver adottato una linea politica condivisa dal 95% della sua popolazione, un altro indicatore dell'odio appassionato che qui i circoli delle élite nutrono dei confronti della democrazia, ed un'altra ragione per cui una persona ragionevole non può prendere sul serio questa retorica. Lo stesso vale per tutta la regione. Una democrazia funzionante darebbe vita a conseguenze inconciliabili con gli obiettivi dell'egemonia americana, come sempre avviene nei "cortili dello zio Sam" da più di un secolo.
Quale messaggio è giunto ai governi di tutto il mondo, e quali le sue conseguenze più probabili?
Il messaggio è che l'amministrazione Bush desidera che la sua Strategia per la Sicurezza Nazionale venga presa sul serio, come dimostra il "precedente" attualmente stabilito. Con tale strategia, gli Stati Uniti si propongono di dominare il mondo con la forza militare, l'unico campo in cui primeggiano incontrastati, e vogliono farlo in modo permanente. Un messaggio più specifico, illustrato drammaticamente dal caso Iraq-Corea del Nord, è che se desideri metterti al riparo da un attacco statunitense fai meglio a procurarti un deterrente credibile. È assolutamente evidente nei circoli delle élite che la conseguenza probabile sarà la proliferazione di armi di distruzione di massa e del terrorismo, sotto varie forme, basato sulla paura e sul ribrezzo per l'amministrazione statunitense, considerata come la più grande minaccia alla pace mondiale già prima dell'invasione. Non si tratta di questioni da poco, in questi giorni. Le problematiche della pace sfumano rapidamente all'interno di questioni concernenti la sopravvivenza della specie umana, a causa della portata distruttiva di questi armamenti.
Qual è stato il ruolo dell'establishment dei media americani nello spianare la strada alla guerra, nel motivarla, nel restringere i termini della discussione, ecc?
I media hanno riportato in modo acritico la propaganda governativa sulla minaccia alla sicurezza statunitense portata dall'Iraq, sul suo coinvolgimento nei fatti dell'11 settembre e nel terrorismo, ecc. Alcuni hanno amplificato il messaggio per quanto fosse loro possibile, altri lo hanno semplicemente riportato. I risultati dei sondaggi sono stati sensazionali, come è già capitato spesso in precedenza. La discussione è stata, come al solito, ristretta alle "argomentazioni pragmatiche": il desiderio del governo americano di mettere in pratica i suoi piani ad un prezzo accettabile per il paese. Una volta che la guerra è iniziata, tutto si è trasformato in un vergognoso tifo per la squadra di casa, disgustando parecchio il resto del mondo.
Qual è il prossimo obiettivo in programma, in linea di massima, per Bush e i suoi amici, qualora siano in grado di perseguire i loro intenti?
Hanno annunciato pubblicamente che i prossimi bersagli potrebbero essere Siria ed Iran, il che richiederebbe una forte presenza militare in Iraq, presumibilmente; ecco un'altra ragione per cui è improbabile la realizzazione di qualsiasi significativa democrazia. Fonti degne di fiducia hanno riferito che da qualche tempo gli Stati Uniti ed i loro alleati (Turchia, Israele e altri) si starebbero preparando allo smembramento dell'Iran. Ma ci sono tanti altri obiettivi possibili. La regione delle Ande presenta molti requisiti: dispone di molte risorse preziose, petrolio compreso. Si trova in una situazione tumultuosa, con molti movimenti popolari indipendenti che non sono sotto controllo. Ed è circondata da basi statunitensi, con forze militari americane già sul terreno. E ci sono anche altri obiettivi pensabili.
Quali ostacoli si trovano attualmente sulla strada di Bush e dei suoi amici per fare ciò che vogliono, e quali altri ostacoli possono sorgere?
Il primo ostacolo se lo ritrovano in casa. Ma quello tocca a noi.
Quale è stata la tua impressione sul movimento di opposizione alla guerra e come dovrebbe agire adesso?
Il movimento di opposizione alla guerra qui è stato assolutamente senza precedenti per dimensioni ed impegno, ne abbiamo già parlato prima, e questo è sicuramente evidente per chi abbia avuto una qualche esperienza in materia negli ultimi quaranta anni. I suoi obiettivi attuali, penso, dovrebbero consistere nell'assicurarsi che l'Iraq venga governato dagli Iracheni, che gli Stati Uniti provvedano ad un ingente risarcimento dei danni causati all'Iraq negli ultimi venti anni (con il sostegno a Saddam Hussein, con le guerre, con delle sanzioni brutali che probabilmente hanno causato un maggior numero di morti e di danni delle guerre); o quantomeno, se chiedere un risarcimento vero e proprio fosse aspettarsi troppa onestà, almeno dei massicci aiuti umanitari, che gli Iracheni possano utilizzare a proprio piacimento: sarebbe già qualcosa di più rispetto ai sussidi pagati dai contribuenti a favore della Halliburton e della Bechtel. Dovrebbe essere un obiettivo primario anche porre un freno alle politiche estremamente pericolose annunciate nella Strategia per la Sicurezza Nazionale e messe in pratica come in un esperimento chimico di coltura. E, in relazione a tutto questo, bisognerebbe sforzarsi seriamente di bloccare la cuccagna della vendita delle armi, felicemente anticipata come conseguenza della guerra, che contribuisce a rendere il mondo un luogo più spaventoso e pericoloso. Ma questo è solo l'inizio. Il movimento contro la guerra è legato indissolubilmente ai movimenti per la giustizia globale, che mirano legittimamente ad obiettivi molto più ambiziosi.
Quale pensi che sia la relazione tra l'invasione dell'Iraq e la globalizzazione capitalistica, e quale dovrebbe essere la relazione tra il movimento no global e quello pacifista?
L'invasione dell'Iraq è stata fortemente contestata dai principali centri della globalizzazione capitalistica. Al Forum Economico Mondiale di Davos, in gennaio, l'opposizione è stata talmente forte che Powell è stato praticamente zittito quando ha cercato di esporre la tesi della guerra - una dimostrazione lampante che gli Stati Uniti avrebbero "comandato" anche se nessuno li avesse seguiti, ad eccezione del patetico Blair. Il movimento per la giustizia globale e quello pacifista presentano una tale convergenza nei propri obiettivi che non c'è molto da dire. Dovremmo, tuttavia, ricordare che i politici tessono questi collegamenti, e dovremmo farlo anche noi, sebbene in maniera differente. Hanno prefigurato che la loro versione della "globalizzazione" procederà in modo naturale, portando ad una "cronica volatilità finanziaria" (che significa rallentare ulteriormente la crescita specialmente ai danni dei poveri) e "un ampliamento della disparità economica" (che significa meno globalizzazione nel senso tecnico di convergenza). Prevedono inoltre che "l'approfondirsi della stagnazione economica, l'instabilità politica e l'alienazione culturale promuoveranno estremismi etnici, ideologici e religiosi, e violenza", in gran parte diretta contro gli Stati Uniti: detto in breve, più terrorismo. Gli strateghi militari condividono le stesse argomentazioni. Ecco uno dei motivi per cui crescono rapidamente le spese militari, compresi i piani per la militarizzazione dello spazio che il mondo intero sta cercando di ostacolare, senza molte speranze fino a quando questo tema non verrà messo in discussione dal popolo americano, che detiene la responsabilità primaria di fermarlo. Presumo sia per questo che alcuni dei più importanti eventi dello scorso ottobre non sono stati riferiti, tra i quali il voto espresso all'Onu dagli Stati Uniti, unica nazione (insieme ad Israele) ad aver votato contro una risoluzione per la riaffermazione della convenzione di Ginevra del 1925 che mette al bando le armi biologiche, e contro un'altra risoluzione che corroborava il trattato internazionale sullo spazio cosmico del 1967, che proibisce di utilizzare lo spazio per scopi militari, compreso l'uso di armamenti che possono facilmente farci fuori tutti quanti.
La programmazione degli obiettivi, come sempre, inizia cercando di scoprire cosa sta succedendo nel mondo, per poi agire al meglio delle nostre possibilità. Pochi condividono i nostri privilegi, il nostro potere, la nostra libertà, e perciò stesso le nostre responsabilità. Questa dovrebbe essere un'altra verità incontestabile.

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