Forgione (eletto presidente della Commissione Antimafia): Capitali e consenso. Ecco il "cuore" della mafia da colpire
di Checchino Antonini da Liberazione del 17/11/2006
«Dev'essere chiaro che tutti avranno a fianco, anche nei loro territori, la commissione parlamentare antimafia: coloro che denunciano il racket, i giovani che lavorano nelle cooperative sulle terre confiscate alle cosche, i ragazzi di Locri e quelli palermitani di "Addiopizzo", gli amministratori che difendono dalle infiltrazioni la trasparenza del governo nei loro comuni». La prima uscita pubblica di Francesco Forgione, deputato di Rifondazione, e nuovo presidente della "Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare" sarà, già stamattina, alla tre giorni romana degli Stati generali dell'antimafia. Una coincidenza felice di tempi da utilizzare anche per spiegare quella che definisce «torsione sociale» dell'inchiesta parlamentare. La relazione con la società civile che si oppone alle cosche, per il neopresidente, è «fondamentale se la politica vuole recuperare la sua funzione di lettura delle trasformazioni sociali in cui le mafie hanno ridefinito la loro capacità di accumulazione di ricchezze, profitti e consenso».
Quarantaseienne, calabrese ma dal '94 attivo in Sicilia, Forgione è stato il primo caporedattore di Liberazione, segretario isolano del Prc, responsabile nazionale di Rifondazione per la lotta alla mafia, due volte deputato all'Assemblea regionale siciliana dove ha firmato il Testo unico antimafia nel '99 e la legge per la trasparenza della pubblica amministrazione che stabilisce l'anagrafe tributaria dei dipendenti regionali. Il suo impegno antimafia viene ancora da più lontano, da quando, si occupava della battaglia contro l'istallazione degli F16 a Crotone. Fu allora che scoprì e denunciò l'infiltrazione delle 'ndrine negli appalti della base Usa. Vent'anni dopo l'arrivo a Palazzo Macuto, assieme a Peppino Di Lello, già magistrato del pool antimafia di Palermo, ora capogruppo Prc nella commissione.
Appena eletto, con una maggioranza più ampia di quella garantita dai voti dell'Unione (33 voti su 48, 15 le schede bianche), ha annunciato l'intento programmatico di far «uscire l'Antimafia dall'esclusiva funzione giudiziaria e repressiva per riconnetterla alla ritessitura della trama democratica di intere aree del Paese». Tutto ciò non significa certo che, nei «punti di crisi drammatica di recrudescenza criminale, come Napoli e Lamezia Terme, non serva una presenza forte dello Stato e che vanno riconquistate alla democrazia fette di territorio nelle quali le mafie esercitano un controllo totale su economia, società e sulla vita delle persone. Occorrono - spiega a Liberazione Forgione - capacità investigativa, presidi delle istituzioni e sostegno alle forze dell'ordine. Ma non riusciremo a sconfiggere le cosche se non si prosciuga, con politiche pubbliche (lavoro, scuola, servizi), il brodo sociale nel quale le mafie e le camorre rappresentano la risposta alla domanda di vita di migliaia di persone. Penso a donne e uomini dei bassi o delle periferie di Napoli, ad esempio, che vivono del ciclo di produzione della microelettronica o delle griffe della moda. Penso ai commercianti e agli imprenditori di Lamezia a cui il condizionamento mafioso nega una reale libertà di mercato. Bisogna prefigurare un modello di interessi e valori alternativo a quello mafioso». Perché lo scontro è «strutturale», sottolinea Forgione, «non riguarda solo questa o quella emergenza. A Palermo, dove le strade non sono insanguinate, Cosa nostra s'è inabissata e questa sua scelta di gestione "politica" del rapporto con economia e società ha prodotto un suo rafforzamento». A gestire la fase c'è quella che Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, chiama borghesia mafiosa. «Dopo l'arresto di Provenzano, falsamente rappresentato come un boss di campagna - ricorda Forgione - una straordinaria operazione di polizia ha svelato tutti i capimandamento di Palermo: medici, primari, avvocati, commercialisti, imprenditori. La forza della mafia è quella di unire in un blocco sociale questo tipo di borghesia e, in basso, quella parte di degrado e di bisogni sociali che vivono ai margini».
La capacità d'inchiesta e l'azione di contrasto passeranno anche attraverso l'adeguamento della strumentazione legislativa: «E' maturo il tempo per un testo unico delle norme antiracket, antiusura e antimafia, per riuscire a colpire non più delle "semplici" organizzazioni criminali ma vere e proprie holding finanziarie e criminali che sono in grado di misurarsi con la globalizzazione su scala mondiale. Occorre individuare il "cuore" da colpire: patrimoni, ricchezze, capitali». Dice ancora Forgione che esistono leggi, come la Mancino del '92 sui conti correnti, che non sono mai state applicate, che altre norme vanno armonizzate e altre ancora vanno adeguate al salto di qualità dimostrato dai poteri mafiosi: «Resta la finalità della confisca dei beni e del sostegno al loro riuso sociale - spiega - per rendere palpabile l'alternativa tra lavoro prodotto da e con la legalità e ricchezza ottenuta con violenze e soprusi». Sullo sfondo l'urgenza di rendere impermeabile la politica dal «sistema delle collusioni». La commissione può essere utile «a costruire anticorpi - conclude Forgione - la politica deve riuscire a selezionare a monte di quel sistema la propria rappresentanza e le forme di costruzione del consenso. Deve essere portatrice di uno sforzo di autoriforma se vuole promuovere una più larga riforma morale della società».
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