home > la stanza del segretario   ultimo aggiornamento 18 ottobre 2004
 
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Il modello autoritario è estraneo all'elaborazione di Marx

di Fausto Bertinotti

Caro Sandro, nella tua lunga lettera (troppo lunga per essere riportata per intero) mi poni essenzialmente due questioni, alle quali cercherò di rispondere in modo distinto, data la diversità della materia. La prima riguarda il rapporto tra l'esperienza storica comunista e fenomeni di totalitarismo. Su questo tema sarebbe molto interessante promuovere una penetrante ricerca storica. Ci servirebbe molto capire come meccanismi di potere antidemocratici si sono riprodotti in società nate da moti rivoluzionari mossi da un bisogno di eguaglianza, di giustizia e di liberazione. Questa eterogenesi dei fini non può restare senza un perché convincente, proprio per evitare che accada di nuovo. Tu distingui la storia specifica dello stalinismo da altre esperienze statuali che però sono sconfinate in forme totalitarie. E' una distinzione utile, anche se non si può dimenticare che lo stalinismo diventò purtroppo un modello di organizzazione non solo statuale ma anche partitica e in questo senso ha influenzato fortemente tutta la storia e l'esperienza del movimento comunista mondiale, sia quello giunto alla conquista del potere, sia quello che è sempre rimasto all'opposizione. Credo che il perché non sia difficile da individuare. L'essenza del totalitarismo stalinista consiste nell'idea del partito che si fa Stato, che identifica se stesso con la dittatura del proletariato. Nel partito avviene poi un'ulteriore e conseguente restrizione concettuale del partito al suo gruppo dirigente, alla linea politica univocamente tracciata, fino alla figura del suo leader. Stalin era capo indiscusso del Partito e padre della patria sovietica.

Parallelamente la teoria della costruzione del socialismo in un paese solo, altro tratto caratteristico e individuante dello stalinismo, costringeva l'insieme del movimento comunista mondiale al compito ritenuto prioritario della difesa dell'Urss come patria del socialismo, fino alla rinuncia per realismo di schieramenti geopolitici a processi di liberazione autonomi. Come giustamente dici, l'esperienza cubana appare assai diversa e in ogni caso non può essere letta attraverso la categoria dello stalinismo. Eppure esistono nella società cubana elementi gravi di deficit di democrazia. Questi sono evidenti e non sono giustificabili solo con lo spietato embargo cui Cuba è sottoposta da decenni. Come ho già detto in altre drammatiche occasioni, come nel caso della pena di morte comminata ad alcuni cittadini, l'unica possibilità per Cuba di vincere la sfida è quella di aprirsi ai movimenti democratici dell'America Latina e del mondo intero, il che comporta una sostanziale democratizzazione della sua vita interna. Ciò che perderebbe in sicurezza, lo acquisterebbe in solidarietà, e sono convinto che il saldo sarebbe del tutto positivo. Se poi volessimo parlare anche della società e dello Stato cinesi, il discorso si complicherebbe ancora di più, ed è comunque un'analisi che non possiamo evitare.

Ma allora, quali sono le ragioni per cui esperienze più che gloriose di tentare la costruzione di società socialiste sono poi sconfinate in esperienze statuali totalitarie? E perché i partiti comunisti non hanno brillato nel loro complesso per democrazia interna, e la teoria del centralismo democratico è stata curvata a beneficio dei gruppi dirigenti, fino a soffocare l'innovazione stessa delle idee e della politica? Poiché non possiamo dare tutta la colpa a Stalin, dobbiamo riconoscere che siamo di fronte ad un problema più generale, che costituisce il cuore stesso del processo di rifondazione di un'idea comunista. Non ho soluzioni pronte, ma ho, e abbiamo, cercato di tracciare alcune linee di ricerca. Certamente un aspetto riguarda il travisamento della concezione della dittatura del proletariato. Da periodo ristretto nel tempo, limitato ai primi momenti successivi alla presa del potere, questa è stata dilatata a un lungo periodo storico, di fatto coincidente con il passaggio dalla società socialista a quella comunista. In questo modo lo Stato anziché iniziare da subito un processo di estinzione, veniva al contrario rafforzato nei suoi aspetti peggiori. La ricerca di nuove forme di democrazia diretta, come i soviet, diventavano l'elemento puramente transitorio o formale, mentre il potenziamento dell'apparato statuale era quello sostanziale. La critica alla democrazia borghese si rovesciava nel suo contrario, cioè nella negazione delle più elementari forme e garanzie democratiche.

Come è noto l'esperienza e il pensiero del movimento operaio italiano ha saputo, prima ancora di potere elaborare una critica esplicita allo stalinismo, fornire delle strade innovative su questo terreno. Tale è stata certamente l'elaborazione dell'idea di una democrazia progressiva, cui ha concorso in modo determinante la stessa sinistra socialista di Rodolfo Morandi, che vedeva nell'esperienza dei consigli di gestione la propria base fondativa. Si trattava di un'idea per cui le forme classiche della democrazia borghese venivano progressivamente modificate dall'allargamento delle forme di democrazia nei luoghi di lavoro e dalla contaminazione con forme di democrazia diretta. Tracce di questo pensiero sono rintracciabili nella stessa prima parte della Costituzione italiana, che speriamo non venga manomessa o svuotata come è accaduto in questi giorni per le parti successive. Tuttavia quel pensiero e quell'esperienza non risultarono vincenti. Prevalsero le grandi logiche politiciste e di schieramento internazionale, oltre che ovviamente l'offensiva intensa dell'avversario di classe. Ma quel modo di pensare e di organizzare la vita civile e delle formazioni sociali e politiche non è stato cancellato. Ha continuato ad agire e riemergere in modo quasi carsico lungo la storia del nostro Paese, come è successo nel '68, nel '69 con i consigli operai, come in condizioni assai diverse succede ora con i nuovi movimenti e la loro articolazione sul territorio. Anche in questo caso c'è un nesso tra le forme di organizzazione all'opposizione e l'idea della società da costruire. Il tratto comune è la fine della separazione tra mezzi e fini, che invece era implicita o in qualche caso addirittura esplicita nella storia del movimento comunista e operaio almeno nella prima metà del secolo scorso.

Ma altre domande sorgono immediatamente. Quali sono le basi materiali di queste distorsioni? La formazione di nuove classi che rinnovano forme di oppressione? Burocrazie soffocanti? Capitalismi di Stato che si camuffano da sistemi comunisti? Oppure tutte queste cose assieme? E ancora, tutto ciò è inevitabile? Come sappiamo le risposte a questi quesiti sono state molte e diverse, lungo tutta la storia del movimento operaio. Dobbiamo perciò accostarci a questi temi senza alcuna semplificazione. Proprio per questo la ricerca è indispensabile e non predeterminata. Penso che si potrebbe partire dalla scissione tra la critica dell'economia politica e la spinta produttivistica imposta alle società socialiste e alle concezioni del movimento comunista internazionale; dal tentativo di piegare le logiche del fordismo alla competizione socialista sullo scenario mondiale. Se questa strada di ricerca è giusta essa ci potrebbe spiegare molte cose, ma soprattutto potrebbe essere preziosa per impostare oggi una critica radicale alla globalizzazione capitalistica, alla distruzione dell'ambiente, all'assoggettamento al capitale del vivente umano e non umano, alla sussunzione nel processo di valorizzazione del capitale di ogni forma di attività umana.

Quello che comunque possiamo affermare con fermezza è che il modello autoritario non è intrinseco all'elaborazione marxiana, che al contrario si qualifica come un salto in avanti gigantesco nella riflessione sulla libertà umana. E' per questa ragione che abbiamo più volte detto che bisogna tornare al marxismo, separandolo dai vari marxismi e dai tentativi di inveramento storico. Arriviamo allora alla seconda questione che poni, cioè alla presunta connessione tra queste riflessioni e la ricerca di un'alleanza con il centrosinistra per battere le destre. Questa connessione non c'è e bisognerebbe davvero contrastare la distorsione mass-mediatica con cui la riflessione politica viene trasmessa. Ai temi della critica dello stalinismo come a quelli della nonviolenza abbiamo dedicato discorsi (quello di Livorno nel 2001 ad esempio, cioè nell'ottantesimo della fondazione del Pci), saggi e interi libri tutti pensati, detti e scritti in periodi politici ben diversi e anteriori a quelli della fase attuale, contrassegnati casomai dal massimo di polemica e di contrapposizione politica con le forze della sinistra moderata. Perciò, caro Sandro, non c'è nessuna trappola che ci attende, tranne quella di restare prigionieri delle nostre paure nel fare i conti con le esperienze passate, di farlo in modo critico ma non autodistruttivo, di cercare di fare progredire la costruzione di un moderno pensiero comunista e della sinistra d'alternativa. Questo compito può anche intrecciarsi temporalmente con la ricerca di un'unità più vasta per sconfiggere le destre, ma la travalica e la trascende, proprio perché non può essere legata ad una fase contingente, ma riguarda l'idea di come organizzare una nuova società, libera da ogni oppressione e ogni sfruttamento.

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