Il Piddì e i dolori della Quercia
di Rina Gagliardi da Liberazione del 15/10/2006
A sinistra - e nel centrosinistra - si sta vivendo una accentuata “fase di transizione” che, nel giro di pochissimi anni, potrebbe modificare profondamente l’attuale geografia politica. Il “potrebbe” è d’obbligo, non solo per lo scarto che spesso si verifica tra le intenzioni e gli esiti, ma per la crescente aleatorietà (e imprevedibilità) di tutti i progetti umani. Tuttavia, il processo sembra ormai avviato.
Da un lato, il Partito Democratico, varato formalmente nel seminario di Orvieto. Dall’altro lato - meglio sarebbe dire sull’altro piatto della bilancia - il Partito della Sinistra Europea-Sezione italiana. Tra le due iniziative non c’è alcuna correlazione meccanica, così come non c’è alcun rapporto di dipendenza reciproca: si tratta, piuttosto, delle due principali risposte politico-strategiche ai problemi della sinistra italiana che sono oggi sul tappeto.
L’una tesa alla riorganizzazione del fronte “riformista”, l’altra all’espansione dell’area radicale, antagonista e alternativa. L’una e l’altra destinate a definire - o ridefinire - patrimoni identitari, culture politiche, perfino “mete finali”. In ogni caso, potrebbe aprirsi una stagione interessante, e utile, anche rispetto alla stanchezza (chiamiamola così, per scrupolo eufemistico) della politica attuale.
Sul Partito Democratico (Pd), lo confesso, ho a lungo dubitato della sua realizzabilità. E tenderei a tutt’oggi a nutrire moltissimi dubbi, se non fosse che siamo arrivati ad un livello di “impegno” pubblico dei dirigenti massimi di Ds e Margherita, tale da far dubitare di questi o di altri analoghi dubbi: a questo punto, sarà molto difficile farlo davvero, il Piddì, ma forse ancora più difficile sarà non farlo. Insomma, il treno si è messo in moto, anzi è partito. Ma verso quale destinazione si sta dirigendo, o potrà effettivamente arrivare?
Qui, conviene concentrare la riflessione sul dato di forza che ha innescato il processo: un bisogno diffuso di “unità democratica”, visibile in una parte rilevante delle giovani generazioni, come risposta duplice al berlusconismo per un verso, alla crisi della politica (e delle ideologie novecentesche) per l’altro verso.
Lo confermano i risultati delle elezioni di aprile, dove l’Ulivo (alla Camera) ha ottenuto molti più voti che non la somma di Ds e Margherita (al Senato): non si trattava soltanto di premiare l’“azionista maggiore” dell’Unione, la forza che più di ogni altra garantiva il successo finale contro il centrodestra, ma di fuoriuscire, sia pure simbolicamente, dai “vecchi” partiti (che per la verità tutto sono tranne che di antico conio), o dal “vecchio” schema dei post (postcomunisti e postdemocristiani).
Una scelta ambigua, nel senso politico dell’aggettivo: dove i confini tra spinta unitaria, domanda di innovazione e umore “antipolitico” sono apparsi incerti e confusi. E anche commisti e contigui a istanze di sinistra, nei contenuti e nei metodi - si pensi al successo dell’istanza della partecipazione diretta, dell’esser-ci in prima persona, mente e corpo, della voglia di recuperare un ruolo decisionale, non è esso il vero collante comune di tutti i nuovi movimenti, dai no global ai girotondini?
Ma se questo, all’incirca, è lo stato del “target” autentico del Piddì - la parte maggioritaria dell’elettorato dell’Unione, quello attuale e quello potenziale - il Partito che (forse) sta per nascere non potrà che rappresentarlo e anzi rifletterlo nelle sue coordinate di fondo: una identità politico-programmatica di tipo “centroprogressista”, fortemente deideologizzata e molto pragmatica, ma soprattutto “spogliata” delle sue culture di provenienza, così come di tutte le possibili culture “organiche” che eventualmente la vorranno comporre.
Logico, perciò, che scompaia ogni riferimento nominalistico al socialismo o alla socialdemocrazia - o anche perfino al laburismo. Altrettanto logico che l’approdo liberale - liberal-liberista temperato - non costituisca la cifra identitaria preponderante o peggio esclusiva, non fosse che per il suo carattere elitario e minoritario. Logico, invece, l’aggettivo che sarà declinato più di ogni altro: “riformista”. Esso rinvia a tutte le culture politiche precedenti, senza sceglierne in partenza alcuna, e diventa una sorta di passepartout funzionale a politiche, e a tattiche, tra di loro anche sensibilmente diverse.
Se, molti decenni fa, nel movimento operaio, i “riformisti” erano coloro che si opponevano ai “rivoluzionari”, e privilegiavano riforme graduali del capitalismo rispetto alla conquista del potere politico con metodi illegali ed extraparlamentari, oggi i “riformisti” sono sostanzialmente tutti coloro che, nello schieramento progressista, si propongono come obiettivo massimo della politica la correzione delle più gravi storture dell’esistente. C’è una differenza abissale, in questo senso, tra il moderatismo turatiano o il legalitarismo fabiano o il più classico compromesso sociale socialdemocratico, e l’attuale “riformismo senza riforme” - senza referenti sociali o di classe determinati, senza un’idea di società, senza alternative di politica economica alla logica del mercato e dell’impresa.
Ma una tale “povertà” fondativa e d’impostazione - per tornare al nostro assunto iniziale - costituirà alla fine la vera forza del Pd: oltre il minimo comun denominatore democratico, oltre il robusto corpo politico dirigente ereditato da Quercia e Dl, esso potrà contenere una grande molteplicità di culture, storie, subideologie. Dev’essere questa la precisa ragione per la quale tutti si stanno (sub) organizzando - ultimi, solo in senso cronologico, i Teodem, interessante area “valoriale”, a mezza strada tra tentazioni integraliste e ritorni conciliari. Perché, alla fin fine, il Pd potrebbe strutturarsi mixando l’antico modello della Democrazia cristiana, denso di correnti e anche di correnti ideali, con quello del suo progenitore americano, ancora più denso di lobbysmi, particolarismi e vocazione pragmatica. Quel che ci pare sicuro è che non potrà che essere la Quercia - e il suo popolo non ancora estinto - a fare il maggior sacrificio politico e ideale.
Non è solo una questione, nient’affatto secondaria, di un nome e di un riferimento che scompaiono - che comunque sarebbe un caso unico in Europa. E’ qualcosa di più del taglio delle radici, operato quasi vent’anni fa alla Bolognina. E’ una vera e propria eutanasia politica, quella che riduce il socialismo (o i socialisti o la sinistra che non accetta il capitalismo come ultimo approdo della storia) ad una “corrente” tra le altre, come ha lucidamente detto Gavino Angius.
Una “sinistra di” può stare, certo, quasi dovunque. Ma se sinistra rinvia ad un progetto per quanto lontano di società, se sinistra è un contenuto forte (e non solo e non tanto laterale), non può accettare di essere parte di un contenitore che la trascende: se lo fa, scompare o contraddice radicalmente la sua ragion d’essere protagonistica.
Per tutte queste ragioni, il processo che si è avviato sarà dinamico, ma non certo indolore. E libererà grandi spazi a sinistra: non per le ragioni ovvie e quasi banali che sono evidenti - la sofferenza del correntone diessino e di larghe zone dei Ds, nient’affatto legate alla sinistra interna - ma per ragioni più profonde. Se c’è ancora la necessità e la domanda, qui e ora, di una sinistra di massa, capace di ridefinire se stessa e i suoi obiettivi in uno spirito non conservativo, lo si capirà davvero nel corso del sommovimento che si annuncia e si prepara.
Se questa sinistra più grande sarà capace di oltrepassare davvero la logica dei ceti politici, e di rilanciare la sua piena attualità strategica anche assumendo come proprie le domande (le inquietudini, le confusioni) che circolano nel popolo dell’Unione, allora la stagione potrebbe essere doppiamente interessante.
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