Una sindrome Vietnam pesa sul dollaro debole
Rispetto al '91 oggi tutti gli oneri ricadono sugli Usa
di Alfredo Recanatesi
da La Stampa del 17.02.2003
In vista di un evento come la guerra all'Iraq, potenzialmente capace di determinare modificazioni profonde ed anche imprevedibili nell'assetto geopolitico del mondo, il dollaro si è fortemente indebolito, soprattutto nei confronti della moneta europea. La cosa è singolare perché nelle fasi di instabilità internazionale, anche in quelle che hanno direttamente coinvolto gli Stati Uniti, la moneta americana e stata solitamente considerata come il porto comunque più sicuro nel quale ormeggiare le attività finanziarie in attesa di tempi più tranquilli e prevedibili. Le eccezioni a questa regola sono poche, e una sola rilevante per entità e durata; suona sinistro evocarla, ma siccome si tratta di storia va ricordata, ed è la guerra del Vietnam.
Fattori di debolezza
Alla attuale debolezza del dollaro possono essere date molte spiegazioni, dall'abissale disavanzo strutturale della bilancia dei pagamenti, alla sua contropartita costituita dall'indebitamento record delle famiglie, alla inversione dei flussi finanziari che da tutto il mondo sono stati attratti per anni dal mercato azionario americano. Questi fattori, però, sono preesistenti all'indebolimento del dollaro, agiscono in quella direzione, ma non in misura sufficiente per piegarne la quotazione com'è avvenuto in questi ultimi mesi. Il fattore più determinante, dunque, è un altro e più direttamente correlato alla iniziativa dell'amministrazione Bush contro l'Iraq, ed è il fattore fiscale. La guerra che gli Stati Uniti continuano ad annunciare con determinazione viene spesso considerata come una replica della guerra del Golfo, quasi il suo capitolo finale che nel '91, per motivi tuttora non chiari, Bush padre non volle che fosse scritto con la presa di Bagdad e la deposizione di Saddam. Si trascurano, invece, molte differenze tra le quali una che in questa sede va posta nel fuoco della considerazione perché, proprio attraverso la debolezza del dollaro, sembra ben presente ai mercati. È quella che emerge dal fatto che nel '91 la guerra di liberazione del Kuwait fu dichiarata e sostenuta da una moltitudine di Paesi che vi concorsero con uomini, mezzi e soprattutto soldi. Persino l'Arabia Saudita mise a disposizioni basi sul proprio territorio - cosa che Osava presenta come violazione del territorio sacro dell'Islam - ed assunse a proprio carico una cospicua parte della spesa complessiva. Ora invece l'onere della mobilitazione e della eventuale guerra, già più consistente di quello del '91, grava quasi esclusivamente sulle finanze statunitensi, proprio come avvenne per la guerra del Vietnam. Clinton aveva lasciato queste finanze in una condizione di invidiabile floridina, ma Bush in appena due anni le ha mandate in rosso un po' per sostenere l'economia dopo il trauma dell'11 settembre, un po' perché ha dovuto sdebitarsi - a spese del bilancio federale, s'intende - con quanti, dai petrolieri ai farmaceutici, avevano finanziato la sua dispendiosissima campagna elettorale per la conquista della Casa Bianca. È appena il caso di rilevare che la guerra non è ancora cominciata, ma la spesa è già rilevante a motivo dell'imponente schieramento di forze nel remoto e disagevole scacchiere mediorientale. Il presidente della Fed, Greenspan, parlando delle prospettive economiche e finanziarie conseguenti alla guerra, ha usato un eufemismo dicendo che, nel caso la situazione di incertezza dovesse protrarsi, si farebbe concreta l'eventualità di un aumento dei tassi di interesse. L'aumento dei tassi è la soluzione monetaria, se e quando funziona, ad un problema di bilancio la cui soluzione reale e definitiva sta, però, solo in un aumento della pressione fiscale, ed è questa prospettiva che deprime il dollaro così come lo depresse a causa della guerra del Vietnam, che infatti destabilizzò le finanze federali, ed impose per il loro riequilibrio un inasprimento del prelievo fiscale che solo Reagan, negli anni '80, fu in grado di rimuovere.
Consumi e competitività
Del dollaro debole si sottolinea la competitività che attribuisce alle produzioni americane in rapporto soprattutto a quelle europee (qualche economista ha calcolato che per riequilibrare la bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti il dollaro dovrebbe deprezzarsi di un ulteriore 40%!). Ma il guaio maggiore non è questo. È che, risolvendosi in un aumento dei tassi di interesse come dice Greenspan o, come è più verosimile a scadenza più lontana, in un aumento della pressione fiscale (ed escludiamo l'evenienza di una recrudescenza del terrorismo fondamentalista), l'operazione Iraq si risolverà comunque in una ulteriore contrazione dei consumi e, dunque, in ulteriore slittamento a chissà quando della ripresa alla quale, quale che sia il cambio del dollaro, la crescita dell'economia europea è subordinata. Con buona pace, s'intende, di chi ancora spera che la guerra possa produrre un effetto espansivo.
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