Magnicidio in Venezuela?
di Heinz Dieterich Steffan (Ricercatore Universitario UNAM, Messico) 19/08/2003
Nel suo ultimo programma radiofonico "Aló Presidente", Chávez aveva detto che "nella periferia di Santo Domingo…si sta preparando un magnicidio. Così l'ho a detto al presidente dominicano (Hipólito Mejía), perché se siamo amici dobbiamo dimostrarlo". Ha inoltre affermato di essere in possesso delle prove e che se qualcuno preparasse un magnicidio contro il presidente della Repubblica Dominicana in Venezuela e "io non facessi niente per ostacolarlo, questo sarebbe indegno. Così l'ho detto al governo dominicano."
Il presidente dominicano ha risposto che si tratta di "pura teoria" e che nella Repubblica Dominicana non si cospira contro altri governi. Pérez, a sua volta, ha dato una risposta suggestiva, affermando che anche se non partecipa a nessun movimento per abbattere a Chávez, l'eventuale assassinio di questo non sarebbe un "magnicidio", bensì un "tirannicidio."
Il commento dell'ex presidente venezuelano nasconde una doppia bugia. Carlos Andrés Pérez ha le motivazioni, il curriculum criminale, il denaro, le relazioni politiche e la mancanza di scrupoli necessaria, per istigare e finanziare l'assassinio di Hugo Chávez: cioè, ha tutti i requisiti del profilo criminologico di un “magnicida”.
E lo stesso appellativo del governo di Hugo Chávez come "tirannia" - quando si tratta del governo più democratico che ha conosciuto il Venezuela negli ultimi 40 anni - è, obiettivamente, un incitamento all'assassinio politico dato che il tirannicidio è considerato un elemento costitutivo fondante nella filosofia politica della democrazia borghese.
Anche la risposta del presidente Hipólito Mejía evade il problema, poiché le cospirazioni, e perfino l'incitamento pubblico all'assassinio politico del presidente venezuelano, sono all'ordine del giorno nei mezzi di "comunicazione" della "opposizione".
Il giornale nazionale “El Universal”, per esempio, ha pubblicato a gennaio di quest’anno un articolo che incitava apertamente all'omicidio di Chávez, dicendo che: "Un governante corrotto, repressivo, affamatore del suo paese... deve essere mandato all'altro mondo. Quanto prima e senza domandare troppo."
Lontana da elucubrazioni teoriche, la sovversione è riuscita a creare tre condizioni che sono necessarie per il successo di una politica di distruzione ed assassinio.
In primo luogo, i mezzi di indottrinamento e l'alto clero reazionario del paese hanno alimentato un’isteria generalizzata in ampi settori della classe media, così come in settori sottoproletari, preparando così il clima ed i “grilletti facili” necessari per il crimine annunciato.
La demonizzazione della prassi e dei politici bolivariani ha influenzato le mentalità cittadine più ignoranti ed irrazionali, col “software” della paranoia collettiva, attraverso il quale la realtà viene processata sistematicamente e trasformata in atteggiamenti di angoscia, odio ed annichilimento, invece che verso la costruzione di modelli razionali di convivenza civica.
La mentalità di questi settori si è trasformata in un caso clinico patologico di gruppo, come evidenziano irrefutabilmente i reportage degli stessi canali televisivi dell’oligarchia, quando intervistano nelle manifestazioni dell'opposizione le vittime di questo condizionamento pavloviano.
Il distacco dalle cose empiriche di questi settori è patologico e la sua condotta non si riferisce alla realtà venezuelana, bensì ad una realtà virtuale indotta che, come nella teologia, non ha niente a che vedere coi fatti. Essendo perseguitati dalle orde dell'anticristo, non rimane altra salvezza che il massacro della bestia e dei suoi seguaci selvaggi.
Gli strateghi della sovversione hanno approfittato dell'enorme venatura passionale che caratterizza il gagliardo popolo di Bolivar, per trasformare i deboli di ragione in fedeli soldati della guerra santa.
Questo perfido crimine dei mezzi di comunicazione e della maggioranza dell'episcopato, che è già costato sangue e miseria, prepara la strada verso la guerra civile. Per questo motivo, non può più essere tollerato dallo Stato.
La seconda e la terza condizione, che la sovversione è riuscita a preparare per la sua guerra sporca, sono date da un'infrastruttura sovversiva a livello nazionale ed internazionale che comincia a spingere il paese verso una situazione di preoccupante violenza paramilitare.
In questa guerra sporca non dichiarata, i sicari dell'oligarchia e quelli di Miami, non solo hanno assassinato leader popolari e, in particolare, i contadini che reclamavano i propri diritti costituzionali o che appoggiavano il processo bolivariano, ma non hanno neanche cominciato a pagare un prezzo. Il pericolo di questa incipiente guerra sporca consiste nel fatto che possa oltrepassare le capacità di controllo dello Stato e colpire il consolidamento del progetto bolivariano e la sua stabilizzazione economica.
Questa infrastruttura internazionale sovversiva ha le sue basi operative più importanti a Miami, nella Repubblica Dominicana, ad Aruba - che è parte del Regno dell'Olanda - Panama e Colombia, con appoggio logistico supplementare a Madrid ed Washington. Il suo nucleo organizzativo più pericoloso in Venezuela sono i cosiddetti "falchi", formati da cubani di Miami.
Questi comandi sono incaricati di eliminare i gruppi di generali ed ufficiali vicini al Presidente della Repubblica, soprattutto dell'Alto Comando dell'Esercito e della Guardia Nazionale, ed ad alcuni governatori degli Stati, come quelli di Tàchira e Lara.
Un altro compito dei “falchi” consiste nell’addestrare personale militare dissidente e gruppi di comandanti ed ex-combattenti dell'organizzazione di "sinistra", Bandiera Rossa. Il personale di Bandiera Rossa si incarica anche di reclutare studenti nelle università del paese, per addestrarli, durante le vacanze ed i giorni festivi, per azioni urbane contro circoli bolivariani.
I "falchi" hanno i loro centri d’addestramento in diverse parti del Venezuela come negli Stati di Yaracuy, Miranda e Carabobo. Negli Stati di Carabobo ed Aragua dispongono anche di centri di intelligence che, in alcuni casi, si trovano vicini ad unità militari strategiche, come il Forte Tiuna che controlla la capitale. Alcuni di questi centri sono mascherati come luoghi di attività dei missionari mormoni.
Le vie d’accesso e di uscita dei “falchi” in Venezuela sono diverse. A volte utilizzano le coste di Carabobo, in altre occasioni utilizzano la Penisola di Paraguaná e le sue comunicazioni con Aruba. Sono quasi sempre accompagnati da ufficiali dissidenti della Guardia Nazionale per evadere i controlli di transito e negoziare con le autorità militari qualsiasi problema.
Aruba, Curazao e Bonaire, tre isole costiere fuori dal controllo dello Stato venezuelano, svolgono un ruolo importante per l'infrastruttura sovversiva, tanto per l'intelligence elettronica che per il contrabbando di armi e per la retroguardia dei quadri sovversivi. Ad Aruba, Washington dispone di una base aerea che ha status extraterritoriale e che è stata concessa dal governo olandese.
Nell'organizzazione dei “falchi” è molto importante la figura di un comandante (con rango di colonnello) che, con molte probabilità, viene dalle fila dell'antica Guardia Nazionale assassina di Somoza e che fu addestrato, durante gli ultimi anni della dittatura (1974-78), nell'infame Scuola delle Indie dell'esercito statunitense (USARSA), a Fort Benning e nella Zona del Canale di Panama.
Questo "comandante" dei “falchi”, normalmente, si riunisce con importanti imprenditori venezuelani, passa frequentemente per l'Ambasciata degli Stati Uniti, è conosciuto lui stesso come un imprenditore e commerciante di Miami e mantiene buoni contatti con diversi generali, tra di essi, il generale Medina e González G. Néstor della Piazza Altamira (Caracas).
Secondo le informazioni a disposizione del governo venezuelano si parla anche di un forte coinvolgimento del Comando Meridionale dell'esercito statunitense, SOUTHCOM, a Miami. Il Comandante del SOUTHCOM, il Generale James T. Hill, sostiene che finché il presidente Chávez "continuerà a governare in maniera costituzionale", non ci sarà problema. Salvatore Allende nell’aldilà sarà incantato nell’ascoltare il Generale.
Tuttavia, aldilà della retorica, la realtà è un'altra.
Hill è il Comandante “de facto” nella campagna di controffensiva dei militari colombiani contro la guerriglia; è un ammiratore dichiarato di Álvaro Uribe; è uno che pensa che lo “sciopero” petrolifero - che causò danni economici nell'ordine di sette mille milioni di dollari al Venezuela - era "la democrazia in azione che si sviluppava nelle strade"; che "le FARC operano indisturbate dentro il Venezuela"; che queste possono avere “relazioni con i terroristi islamici attraverso attività illecite” e che le priorità principali del SOUTHCOM sono “la guerra mondiale contro il terrorismo ed i suoi effetti nella nostra regione”.
È per questo motivo che l'informazione circa un forte coinvolgimento del Comando Meridionale nella guerra sporca contro il governo venezuelano, particolarmente nell'elaborazione della propaganda e nelle direttrici per la guerra psicologica, è altamente attendibile.
In una delle operazioni progettate per il futuro, denominata "Operazione Colibrí", si incomincerebbero a far circolare video artefatti; trascrizioni di supposte conversazioni telefoniche del Presidente Hugo Chávez con Fidel Castro, le FARC ed il presidente libico Muhammar Gheddafi; documenti falsi su una acquisizione illecita di beni della famiglia del Presidente Chávez nella Repubblica Dominicana; su una presunta mega villa di Hugo Chávez a Cuba e su un'altra del vicepresidente José Vicente Rangel, nella periferia di Santiago del Cile.
In un'altra operazione di guerra psicologica per screditare a livello mondiale il governo del Presidente Chávez, si arresterebbero a Panama, in Colombia, Aruba e Spagna dei presunti terroristi arabi, colombiani e spagnoli con documenti venezuelani falsi che "dimostrerebbero" che il governo di Chávez avrebbe offerto loro appoggio. Questa operazione rianimerebbe la storia del “terrorista” venezuelano Carlos Ramírez, condannato all’ergastolo in Francia, e che godrebbe delle simpatie di Chávez, e delle sue relazioni con organizzazioni paramilitari arabe e palestinesi.
Le manipolazioni e le operazioni di guerra psicologica a livello internazionale seguirebbero gli usuali modelli di propaganda già utilizzati a partire dall’11 di aprile di 2002 a Caracas.
Il canale “Venevisión”, di proprietà del magnate venezuelano Gustavo Cisneros, trasmise il giorno del Colpo di Stato il video: "Il massacro nel centro di Caracas". Si trattava di una falsificazione dei fatti, realizzata dal giornalista di “Venevisión”, Luis Alfonso Fernández, per accollare ogni responsabilità, davanti al mondo intero, ai sostenitori del Presidente e, per accusare il presidente stesso di avere fatto ammazzare dei civili in una manifestazione dell'opposizione, mostrando dei presunti cecchini bolivariani che sparavano contro la folla.
Il 28 novembre del 2002, Fernández fu proclamato vincitore del "Premio Internazionale di Giornalismo Re di Spagna", nella Casa delle Americhe, a Madrid. La nomination era stata fatta dall’agenzia di stampa statale EFE e dall'Agenzia Spagnola di Cooperazione Internazionale (AECI). Una massiccia copertura mediatica garantì che tutto il mondo sapesse che Chávez era un dittatore ed un assassino.
Il premio di novemila dollari fu concesso da una giuria, selezionata con il criterio della sua sottomissione totale agli interessi del sub-imperialismo spagnolo in America Latina, composta dalla presidentessa dell'Associazione dei Giornalisti di Porto Ricco, Daisy Sánchez; dal produttore del canale televisivo CDN e da un violento anticastrista, Miguel Guerriero ("Cuba è la più vecchia e rancida tirannia latinoamericana") della Repubblica Dominicana; dai direttori del giornale dell’oligarchia argentina “La Nacion”, da “L'Osservatore” dell'Uruguay e dall'editore de “El Nacional” Miguel Henrique Otero, uno dei mezzi d’informazione più ferocemente filo-golpisti del Venezuela.
La giuria - ritratto di quello che il sub-imperialismo spagnolo ed il suo “Fuhrer” José María Aznar considerano come obiettività dell’informazione e giornalismo democratico – ha dichiarato con entusiasmo che l'opera del truffaldino Fernández costituiva un documento giornalistico di “prim’ordine” e che il Re di Spagna avrebbe consegnato i premi in una cerimonia che si sarebbe celebrata agli inizi del 2003 al Palazzo dell'Operetta, a Madrid.
Con la confessione davanti ad un giudice del truffatore pluri-premiato di Venevisión, Luis Alfonso Fernández, che si trattava solo di una messa in scena e che, quindi, era solo un tentativo di legittimare il colpo di stato contro Chávez, il circo mediatico s’interruppe. Ma il danno era stato fatto ed è, praticamente, irreparabile.
Bene, ora si vorrebbe ripetere questa impresa e gli esperti statunitensi svolgerebbero un ruolo di punta. Ci sono informazioni che, dal marzo di quest’anno, ci sarebbe una équipe di specialisti militari statunitensi in guerra psicologica, comunicazioni ed intelligence sul territorio venezuelano, provenienti dalla Colombia dove partecipavano alla guerra contro la guerriglia. Ci sarebbero ufficiali del rango di colonelli e tenenti-colonello in questo gruppo.
Una recente riunione in Colombia - nella quale hanno partecipato generali colombiani effettivi ed in pensione, ufficiali venezuelani, panamensi e di Aruba - aveva la funzione di preparare un piano per destabilizzare a Chávez. Anche i recenti massacri commessi dai paramilitari colombiani nelle comunità indigene venezuelane, il 18 marzo, così come la campagna mediatica dei paramilitari contro José Vicente Rangel ed il Presidente, fanno parte del progetto stesso.
Il colpo di stato dell’11 di aprile dell'anno scorso seguiva il modello del colpo di Stato contro Ceaucescu in Romania. Il modello sovversivo che si sta seguendo attualmente corrisponde, invece, alla strategia utilizzata per distruggere il Nicaragua sandinista. La carta dei "contras" verrà giocata dai paramilitari colombiani e dai settori avversi reclutati in Venezuela, con una componente internazionalista. L'obiettivo strategico dei nuovi “contras” è, come in Nicaragua, la distruzione dell'economia.
Il governo venezuelano deve affrontare, pertanto, cinque fronti di destabilizzazione principali: quello paramilitare, quello economico, quello mediatico, quello istituzionale, in particolar modo nel sistema di giustizia e nel parlamento, e quello internazionale.
I fronti "quattro" e "cinque" sono, in un certo senso, una funzione dei primi tre; cioè, si fortificano o si debilitano con l'evoluzione dei primi tre.
Nel fronte militare, la creazione di battaglioni di riservisti è una misura importante, benché la storia militare indichi che la neutralizzazione dei paramilitari deve essere compito principale di truppe speciali e di volontari.
La stabilizzazione dell'economia è difficile, sebbene non impossibile. Ma la preoccupazione maggiore viene dal fronte mediatico.
Il fatto che in tre anni di governo non si siano potenziate al massimo le capacità del Canale statale della televisione, il Canale 8, del canale nazionale radiofonico, delle radio comunitarie e che non si sia neutralizzata la stampa scritta mediante l'attività combinata del mercato, della legge e della comunità, è inspiegabile ed ingiustificabile.
Si tratta di un atteggiamento di omissione e di disattenzione rispetto al fattore tempo che può costare il potere al progetto bolivariano. E, ovviamente, la vita a molti quadri della rivoluzione.
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