home > la stanza del segretario   ultimo aggiornamento 16 maggio 2005
 
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Contro il capitalismo delle cavallette

di Giorgio Cremaschi da Liberazione del 11/5/2005


«Capitalisti come locuste, flagello della Germania». Così domenica, sulle pagine culturali del Corriere, si dava conto di un'aspra polemica tedesca, esplosa dopo che il presidente del partito socialdemocratico ha accusato alcuni capitalisti, di comportarsi come le cavallette. Arrivano improvvisamente, sfruttano e poi mollano tutto per andare a saccheggiare altrove. Questa metafora, probabilmente figlia del tentativo di riequilibrare in campagna elettorale l'opera liberista del governo Schroeder, ha suscitato disapprovazioni prevedibili nel mondo delle imprese e della cultura economica, ma anche insospettati e diffusissimi consensi popolari.

Questo perché oggi il dominio della finanza e del guadagno immediato sull'impresa e sulle attività di lavoro stanno devastando la società. Quante aziende fanno investimenti in tecnologia, in qualità, in nuovi prodotti? Paradossalmente lo fanno soprattutto quelle legate all'industria che non vorremmo che ci fosse, quella che non ha problemi di mercato, l'industria militare. Le altre devono seguire rigidamente i dettami della speculazione. E così, tutto il lavoro, tutta la vita sociale, diventano sempre più precari.

Il fondo finanziario compra la fabbrica e vuole guadagnarci nel giro di pochi mesi. Non pensa al lavoro, non pensa al futuro. Pensa al guadagno immediato. Se poi questo viene, allora non è che le cose si fanno più tranquille, perché a quel punto la fabbrica viene messa all'asta, per realizzare rapidamente il guadagno. E il ciclo ricomincia.

Le grandi multinazionali operano con la stessa brutalità dei fondi finanziari. Accentrano, trasferiscono, distruggono risorse, seguendo logiche per esse convenienti, ma spesso distruttive per tutti coloro che le devono subire. E se andiamo ad osservare in una dimensione più piccola, troviamo gli stessi effetti.

Tanti piccoli e medi industriali del Nord-Est, così esaltati nel passato, improvvisamente si sono messi a chiudere e a licenziare, attratti dalla possibilità di riprodurre altrove gli alti guadagni che hanno realizzato da noi. Si trasferiscono così in Romania o in Moldavia, magari in attesa di trovare un altro posto dove continuare questa giostra. Si lanciano tanti strali contro l'invasione dei prodotti cinesi, e spesso si dimentica che il "made in Italy", a volte, è semplicemente la ritraghettatura speculativa di prodotti fatti altrove, con condizioni di sfruttamento da noi impraticabili.

Il ricatto degli investimenti finanziari, quello delle multinazionali, la delocalizzazione delle produzioni, lo sfruttamento estremo di lavoratori e territori, tutto questo somiglia molto all'opera di uno sciame di insetti che devasti e consumi ogni cosa. Questi anni di campagna ideologica sul libero mercato hanno evidentemente avuto il solo scopo di abituarci a considerare normale tutto questo. E forse un po' ci sono riusciti.

Se un'azienda inquina l'ambiente, si comincia a chiederle di pagare qualcosa per i danni. Non basta, ma è il segno che non si può far quel che si vuole. Se però il capitale inquina socialmente, usa le risorse umane, sociali, ambientali di un posto e poi, dopo averle spremute, se ne va lasciando solo macerie, allora tutto questo pare inevitabile e persino corretto.

Ma quella che abbiamo di fronte non è una forza della natura incontrollata e incontrollabile. L'inquinamento sociale è frutto di azioni umane, che possono essere corrette dall'agire collettivo. Nulla ci dice che le trasmigrazioni selvagge delle attività economiche siano inevitabili. E' vero, al contrario, che si può agire perché gli sciami finanziari siano imbrigliati e fermati. Bisogna tassare i superguadagni dei ricchi, bisogna mettere vincoli e tasse sulle transazioni finanziarie, bisogna operare sulle scelte delle multinazionali, condizionandole con le politiche industriali. Bisogna penalizzare fiscalmente ed economicamente le delocalizzazioni. Bisogna, in sintesi, rendere le imprese responsabili dei costi sociali della loro attività. E' questo un principio semplicissimo, liberale e democratico, ma chi lo solleva oggi viene accusato di comunismo, di violazione della libertà e dei diritti civili dei ricchi. Eppure il dibattito in Germania dovrebbe insegnare qualcosa. Certo, finché c'è Berlusconi, che con il suo disastroso governo fa da parafulmine di tutti gli scontenti, anche i capitalisti nostrani possono sperare di apparire come farfalle. Ma quando Berlusconi se ne sarà andato, anche da noi si cominceranno a misurare i tanti disastri industriali e sociali prodotti dal nostro capitalismo. E allora le parole della Germania diventeranno di attualità anche qui.

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