Per un'analisi del successo di Rifondazione comunista
Un voto rosso (e arcobaleno)
da Liberazione del 15 giugno di Rina Gagliardi
Ricapitoliamo: Berlusconi, e il suo partito, perdono quattro milioni di voti rispetto alle politiche del 2001 e un milione, all'incirca, rispetto alle europee del '99. Il listone Prodi, che si ferma al 31,1 per cento, registra un insuccesso o, se si preferisce, un mancato successo. Ma, soprattutto, con i due milioni di voti conquistati (per la precisione, 1.926,607), Rifondazione comunista ha un grande risultato, il migliore mai avuto nelle elezioni per il parlamento di Strasburgo. Superata di slancio la soglia (dotata anche di forte valore simbolico) del 6 per cento, il Prc diventa la quarta forza politica nazionale, per consistenza elettorale. I seggi ottenuti sono cinque, uno in più del (prudenzialmente) previsto. Davvero c'è che di essere soddisfatti, di fronte alle cifre - finalmente definitive, non truccate e non manipolate - del voto del 12-13 giugno. A corredo, ed anche ad illuminazione di questa brillante affermazione, i primi dati delle elezioni amministrative proiettano il nostro Partito attorno al 7 per cento. Anche questo, se sarà confermato, sarà un risultato inedito. Ma conviene "gustare" questi dati all'interno di un'analisi più dettagliata.
Il Prc,
un partito nazionale
Intanto, va detto che Rifondazione comunista avanza in voti e percentuali sia rispetto alle precedenti europee del '99 sia rispetto alle elezioni politiche del 2001: al di là delle differenze, che pure evidentemente restano, tra zona e zona, e regione e regione, questo dato dà la misura di una forza politica nazionale che è nazionalmente in espansione. Rispetto al voto del '99, il Prc ottiene 600 mila voti in più e un incremento percentuale dell'1,8 per cento. Rispetto alle ultime politiche (alle quali la partecipazione fu notevolmente più alta di quelle di sabato e domenica scorse) l'incremento numerico è di circa 60 mila voti, quello percentuale è dell'1 per cento. Che cosa indica un voto così omogeneo, nella sua tendenza generale? Indica, in tutta evidenza, il successo di un progetto, di una linea politica, di una coerenza programmatica, quali quelle che si sono espresse, in questi ultimi anni, nella scommessa sui movimenti, nell'audace (e tenace) inizio di costruzione del Partito europeo, nel rinnovamento profondo, prospettato senza "pentitismi" di sorta, del quale la proposta nonviolenta è stato e resta un cardine. Si manifesta, altresì, in questo voto, la chiusura di un "circolo virtuoso" tante volte mancato: ovvero, un consenso insieme popolare e di opinione. Una capacità di consenso del Prc che si sviluppa sia all'interno delle élites intellettuali, di movimento, sindacali sia nell'ampio elettorato di sinistra che non ne può più della destra, della guerra e del neoliberismo, ma non si accontenta della pallida ambiguità dei "riformisti".
Da questo punto di vista, il successo di Rifondazione comunista è anche un segno rimarchevole dell'impasse, se non della crisi incipiente, del bipolarismo, inteso sia come riduzione della lotta politica a due poli in parte consistente sovrapponnibili, sia come prevalenza, dentro di esso, delle vocazioni neopresidenziali, neoautoritarie, insomma oligarchiche. L'incoraggiamento esplicito, dunque, è alla costruzione di una sinistra di alternativa, nel contesto dichiarato della sinistra europea, capace di rimettere in moto una dialettica diversa anche a sinistra. Un'opzione chiara, che non va confusa nè con le scorciatoie confederative nè con i «listini», ovvero con la somma, giocoforza verticistica, dei ceti politici della sinistra a sinistra della lista Prodi.
Regioni centrali
e Sud, il grande balzo
Il risultato assoluto migliore per il Prc è quello della III Circoscrizione (Toscana, Umbria, Marche, Lazio), dove il Partito conquista uno squillantissimo 8 per cento. Se il «cuore rosso» è l'Umbria, che sfiora il 10 per cento, con un aumento del 3,4 per cento rispetto alle europee e di 2 punti rispetto alle politiche 2001, la Toscana sfonda il tetto del 9 per cento e avanza di oltre trentamila voti e due punti percentuali rispetto alle politiche. Nell'ambito delle «aree rosse», sono buoni anche i risultati delle Marche (più 1,6 sul 2001) e dell'Emilia-Romagna (quasi un punto in più). Ma il grande balzo del Lazio, dell'Abruzzo e del Molise - e il bellissimo voto di Roma, dove la lista Prodi straripa - ci inducono a parlare di una "centralità" di Rifondazione comunista più nelle regioni del centro Italia che nelle tradizionali roccaforti rosse. Presumibilmente, le due dimensioni si integrano e si intrecciano: per un verso, torna a votare per il Prc una fetta non piccola dell'elettorato comunista e di sinistra-sinistra, per l'altro verso viene conquistato il consenso dei nuovi soggetti di movimento (ed anche di opinione) che sono intensamente cresciuti proprio in queste zone - da Roma al Gran Sasso.
Ma il grande balzo, dicevamo, concerne anche tutto il Mezzogiorno, isole comprese. Il picco alto, sia in valore assoluto che in aumento percentuale, è la Sardegna: 7,4 per cento. Notevoli i risultati della Campania - con sorprendenti affermazioni a Napoli e in varie aree di lotta - della Basilicata e della Puglia. Più modesta (stiamo sempre confrontando i dati del 12-13 giugno con quelli delle ultime elezioni politiche) la crescita percentuale del Prc in Sicilia e in Calabria. Tutte queste cifre, naturalmente, andranno attentamente studiate, analizzate, valutate. In ogni caso: nella IV Circoscrizione (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria) Rifondazione ha il 6 per cento. Nella V, le due isole, ci attestiamo al 4,7.
Nel profondo Nord
Nelle regioni settentrionali, la tendenza di crescita del Prc è confermata dovunque. Nella I Circoscrizione (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia e Liguria) il Prc ha il 5,9 per cento, 1,6 in più rispetto alle europee, 0,5 rispetto alle politiche. Nella II circoscrizione (Veneto, Friuli, Trentino, Emilia Romagna) totalizziamo il 4,9 per cento: più 1,2 sul '99, più 0,4 sul 2001. Spiccano, in questo quadro, il risultato assoluto del Piemonte (6,6), gli oltre trecentomila voti in Lombardia (con una buona affermazione a Milano), l'ottima avanzata ligure. Meno brillanti le cifre del Veneto e, in genere, del Nordest, dove per altro il Prc parte, storicamente, da soglie di minor consenso. Nel complesso, si tratta di un buon risultato - quasi un milione di voti nella parte più popolosa del Paese - solo un po' meno soddisfacente di quelli ottenuti in altre zone d'Italia. Il vento del Nord, del resto, non ha ancora cominciato a soffiare con forza - con la forza necessaria - per le diverse sinistre.
Uno sguardo d'insieme
Per completare queste prime riflessioni sul 13 giugno, torniamo intanto al punto più rilevante: ovvero la sconfitta di Berlusconi. Al Cavaliere è davvero andata male, in termini di voti europei, di sindaci e giunte perduti, ed anche di preferenze personali: gli italiani gli hanno mandato un messaggio chiaro. Si sono stancati di lui. E forse si sono stancati, in generale, dell'idea stessa dell'«uomo della Provvidenza». In questa dèbacle, Berlusconi è in buona compagnia europea: con Blair, Schroeder, Chirac-Raffarin. Ma perchè le dimensioni complessive della sconfitta del centrodestra, qui da noi, sono relativamente contenute, rispetto alle catastrofi subìte da altri governi europei? I buoni risultati dell'Udc di Casini- Follini e la performance di Alleanza nazionale ci forniscono una indicazione "neocentrista" che contiene in sè una risposta abbastanza chiara: la delusione e il disagio nei confronti del Governo in carica si sono manifestate, da noi, anche attraverso la ricerca di una alternativa interna alla coalizione di maggioranza. Piuttosto che riversarsi sull'opposizione ufficiale e sull'Ulivo, insomma, i voti di molti elettori hanno premiato l'"opposizione ufficiosa", il moderatismo democristiano, il profilo neo-chiracchiano di Fini: una tendenza "postberlusconiana" presente non solo a livello delle forze politiche, ma operante nei poteri economici (la Confindustria di Montezemolo, Bankitalia) e10 mediatici.
Viceversa, il listone "riformista" paga il prezzo di una linea ondivaga, incerta, confusa. Mentre non ha sfondato, in tutta evidenza, nell'elettorato moderato, mentre, ancora, non ha molto guadagnato dalla leadership di Romano Prodi, «Uniti nell'Ulivo» ha al tempo stesso ceduto voti alla sua sinistra. Eppure quel 31 e poco più per cento ottenuto ha il segno prevalente del voto Ds: la Quercia, in questo senso, appare il partito più sacrificato, come si evince dal brillante risultato ottenuto, il 24 per cento, nella consultazioni amministrative. O come risulta chiaro da affermazioni personali significative di esponenti della sinistra - per tutti le 200 mila e passa preferenze di Claudio Fava in Sicilia. Quel che si preannuncia, in sostanza, è una discussione molto difficile, per il futuro del possibile nuovo partito "riformista", o democratico che sia.
Anche per le forze a sinistra del Triciclo è tempo di riflessione e di progetto: il 13 per cento d'insieme - grazie al risultato di Rifondazione - è un voto incoraggiante, al di là della delusione della lista Occhetto-Di Pietro. Attenzione, tuttavia, a non circoscrivere l'area della sinistra di alternativa a queste forze: essa è più ampia e al tempo stesso più fluida. Interessa i Ds, per esempio, e perfino un pezzo della Margherita. Contro ogni tentazione di «listino» (che del resto si prospettano elettoralmente infruttose, proprio come i «listoni») sarà bene avviare processi diffusi, articolati, dal basso. Custode e garante, come sempre, l'autonomia dei movimenti.
|