home > la stanza del segretario   ultimo aggiornamento 8 maggio 2007
 
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Risposta a una lettera a "Repubblica"

Razzista di sinistra è possibile?

di Sandro Medici da Liberazione del 8/5/2007

Come molti, sono stato catturato dalla lettera del signor Poverini, che ieri mattina dalle pagine di Repubblica raccontava i suoi tormenti per il sentirsi di sinistra e il rischiare di diventare razzista. Bella lettera, schietta e sofferta, impulsiva come dev'essere se si decide di strappare quel pudore culturale che invita a misura e comprensione, mentre il vissuto spinge a scivolare verso impazienze e intolleranza.

Vorrei provare a rasserenarla, signor Poverini: le contraddizioni sono di questo mondo e nessuno ne è immune, tranne gli ignari o forse i presuntuosi. Ci sentiamo vicini, solidali e proviamo anche a fare qualcosa, quando incrociamo le sofferenze di quella moltitudine di disgraziati cittadini del Sud del mondo: quando c'imbattiamo nei ragazzini destinati a morire di fame, nelle donne che piangono i caduti di guerra, in quei vecchi dallo sguardo profondissimo, immobili e accucciati in qualche angolo della Terra, specchio di una vita passata a consumare speranze, una dopo l'altra perdute. Ci si agita qualcosa dentro, ci commuoviamo, ci sale un'incontenibile indignazione, malediciamo le grandi ingiustizie di un'economia che depreda e depriva, lasciando tre quarti del pianeta nella miseria e nella morte. Succede a tutti, quasi a tutti.

Così come succede a tutti, quasi a tutti, di non sopportare la zingarella ladruncola, il giovane africano strafottente, l'albanese o il romeno prepotente; a maggior ragione, la banda di slavi che rapina le villette, gli odiosi caporali che vendono le braccia di loro connazionali nei cantieri o quelle orribili signore che chiamano ragazze dai loro paesi per poi costringerle alla prostituzione. E' del tutto normale. Succederebbe anche se ladri e sfruttatori fossero italiani. O no?

Fermiamoci a ragionare per poi ammettere: non è la stessa cosa, non è lo stesso sentimento. Con gli stranieri siamo più severi, siamo meno inclini a perdonare. E' come se non potessero permetterselo; se sono ospiti qui da noi, devono rigare dritto: non solo calpestano il nostro sacro suolo, usano le nostre città, i nostri territori, godono di quanto di nostro è a disposizione, e poi si permettono anche violenze e illegalità. Sono insomma socialmente più accettabili le truffe di mafia che le risse tra africani, slavi, neo-europei o cinesi. Meglio farsi rapinare da un italiano che da uno straniero.

Tranquillo, signor Poverini, non è l'unico razzista in circolazione, lo siamo un po' tutti. Tutti preda del nostro inconscio, di quel primitivo impulso di antagonismo verso il diverso; e più diverso è, nel colore della pelle, nella lingua, nella cultura, negli odori che diffonde la sua cucina, e più intensa si manifesta l'estraneità.

E' così da sempre e forse sempre sarà. Quel che ci attanaglia è l'ingannevole stato d'animo che ci spinge a rifugiarci in un'identità, un'identità culturale, storica, sociale. Un moto irresistibile e necessario per trovar rifugio alle nostre debolezze, ai nostri esili profili impauriti dal mondo grande e terribile. Ognuno a casa sua. Rassicura, conforta stare insieme tra simili riconoscibili e riconosciuti. Fa parte della nostra natura di esseri imperfetti, vivere gli altri come minacciosi e dunque con diffidenza.

Il fatto è che con il tempo, con le grandi accelerazioni della contemporaneità le identità tendono a smarrirsi: i confini si rarefanno e i popoli si slabbrano. Tutto sembra miscelarsi e confondersi ed è difficile rintracciare cosa è chi e chi è cosa. E' quel portato inevitabile di un sistema economico globale che per garantire ai pochi gli standard di consumo e di vita considerati necessari, non esita a depredare i tanti nel resto del mondo, violentando e guerreggiando. E così producendo una sterminata popolazione di scorie umane che vagano di qua e di là, alla ricerca di qualche frammento di benessere, pur sempre migliore di quanto si lascia in un campo profughi, in una città bombardata, in un villaggio abbandonato. E' un cambiamento epocale, quello che si sta producendo sotto i nostri occhi: ed è inevitabile.

Ai funerali di Vanessa Russo - uccisa nella metropolitana di Roma da una giovanissima ragazza rumena - qualche giorno fa, una signora urlava la sua protesta, chiedendo che Roma tornasse com'era vent'anni fa. Non è più possibile che avvenga. E' illusorio, oltreché ingannevole. Il grido disperato di quella signora è il sintomo di una società che si trasforma senza consapevolezza, e che anzi resiste al nuovo perché di quel nuovo ha paura. Ma è in questo mondo che cambia che dobbiamo vivere, pur se apparentemente non ce ne sentiamo responsabili. "Anche se vi ritenete assolti, siete lo stesso coinvolti", diceva Fabrizio De Andrè.

Forse essere di sinistra, signor Poverini, è avere coscienza di quanto sia difficile questo frangente storico, per conviverci e gestirlo senza nascondere o negare dubbi e contraddizioni. Con politiche d'accoglienza per gli stranieri e garanzie sociali per tutti. E' difficile, si sa. Soprattutto quando si intuisce un odio montante, quando c'è chi, a destra, invoca misure manesche e sbrigative, raccogliendo consensi e favori. Ma bisogna aver fiducia nell'intelligenza propria e in quella collettiva.

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