home > la stanza del segretario   ultimo aggiornamento 27 aprile 2005
 
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Walden Bello: «La disobbedienza civile può fermare la guerra globale»

di Checchino Antonini da Liberazione del 26/4/2005


Resistere alla guerra, anzi «disobbedirle ma i movimenti devono mettere in pratica strategie più organizzate e innovative specialmente in Italia e Gran Bretagna dove i rispettivi governi partecipano all'occupazione dell'Iraq».

A Roma, nell'Atelier occupato nel quartiere S. Lorenzo, uno spazio che si chiama "Esc" (Eccedi, sottrai, crea"), l'ospite del 25 aprile è Walden Bello, il sociologo filippino che insegna a Manila ma che, soprattutto, è conosciuto in tutto il mondo per aver fondato e diretto un osservatorio sui processi economici del Sud del mondo, "Focus on the global South". Circola già, tra Canada e Usa, il suo ultimo lavoro "I dilemmi del dominio. Disfacimento dell'impero americano" che riprende i temi della "deglobalizzazione del mondo" e la teoria della resistenza globale, ossia come far convergere i movimenti del Nord con le reti dei Sud.

Solo posti in piedi, ieri pomeriggio, nell'ex officina artigiana che, prima ancora era una rimessa dei cavalli per le pompe funebri del vicinissimo Verano, occupata dall'autunno scorso dai pre-cog, i precari dei saperi.

Bello era in Olanda, ma è tornato in Italia chiamato da "Gettiamo le basi", la campagna sarda per smantellare le servitù militari nell'isola. Molti dei partecipanti all'evento romano, tuttavia, conoscono il sociologo filippino per aver frequentato con lui i forum di Porto Alegre dove, nell'ultima edizione, i movimenti sociali hanno recuperato la tesi per cui la resistenza di un popolo è fondativa per la sua liberazione. Proprio per questo le reti antifasciste romane lo hanno voluto per «ragionare in termini innovativi di resistenza», spiega Alberto di Esc al bancone del bar, tra un caffé zapatista e una birra. «Fin dal '68 - aggiunge il cobas Bernocchi - il 25 aprile è sempre stato in bilico tra attualizzazione, come chiedevano i movimenti, e commemorazione, verso cui premeva la "sinistra storica"». Ma la presenza di Bello in Italia si iscrive anche nella più ampia rosa di «iniziative contro la presenza di basi militari, ricorda Sergio Cararo del Comitato per il ritiro delle truppe dall'Iraq.

Per tutte queste ragioni, il professore di Manila sembra l'interlocutore giusto. Bello sa bene che cosa si festeggiava ieri nel quartiere che lo ha ospitato. «Senz'altro, noi filippini possiamo metterci in relazione con voi per aver subito il fascismo giapponese - spiega a Liberazione - e per aver vissuto quattordici anni di dittatura sotto il regime di Marcos che agiva con metodi fascisti. Se i cinesi riempiono le piazze in questi giorni è perché non vogliono che i giapponesi dimentichino o riscrivano la storia. Ma anche oggi, in Iraq, c'è un fascismo della peggiore specie, quella dell'intervento imperialista. Non vedo differenze tra l'occupazione tedesca degli anni Quaranta e quella Usa a Baghdad. Non è ipocrita che un governo che festeggia la Liberazione sia partecipe dell'occupazione di un altro Paese?». La domanda è pertinente anche se, sia il cronista che la traduttrice, gli verrà spiegato che i festeggiamenti del "nostro" governo sono una facciata che nasconde l'attacco alla Costituzione.

Nell'atelier, come da "tradizione", l'arrivo degli attivisti avviene alla spicciolata. In sala età media non molto alta. Il pubblico è composto da studenti universitari, occupanti di case, lavoratori precari, militanti delle reti di movmento. Si discuterà di resistenza al "neo-imperialismo", di come l'Occidente si fa scudo dei diritti umani per regolare la competizione commerciale con la Cina. Una delle sue tesi di fondo riguarda la tendenza allo sgretolamento dell'egemonia Usa, dove i neo-cons, però, si rafforzeranno per almeno un quarto di secolo. C'è il tempo, prima del meeting, per ragionare sulle campagne contro le basi: «Nelle Filippine, negli anni '80, si riuscì a cacciare gli americani delle basi Clarck, dell'aereonautica, e Subic della marina. Dopo una grande campagna popolare, il governo semplicemente non rinnovò gli accordi con Washington. Tutta l'Asia aveva capito che quel risultato era stato imposto dalla mobilitazione. In alcuni paesi, però, la presenza militare Usa è ancora molto visisbile. L'isola giapponese di Okinawa è un'immensa base e in Corea ci sono 30mila soldati americani. Ora i movimenti di quei paesi non sono molto vivaci anche se, specialmente in Corea, l'opinione pubblica vorrebbe che gli Usa se ne andassero. Nelle Filippine, invece, il movimento è ripreso. Stavolta contesta gli accordi per le "visiting forces", gli accordi per esercitazioni bilaterali in nome della cosiddetta lotta al terrorismo. Questo tipo di cooperazione fa rientrare dalla finestra le truppe che eravamo riusciti a cacciare».

Sarà senza dubbio uno scambio di informazioni molto importante, (appuntamenti oggi e domani a Sassari e Cagliari) tra il sociologo filippino e gli attivisti di "Gettiamo le basi", protagonisti della vertenza per smilitarizzare La Maddalena. «Qui come in Asia, i movimenti no global e quelli che contestano la guerra sono fortemente intrecciati e forniscono un approccio complessivo. Anche da noi il problema è quello di mantenere visibilità». E' a questo punto che Bello suggerisce le modalità citate nell'incipit: «Servono strategie innovative, bisogna estendere la disobbedienza civile. E poi la questione delle basi, sebbene quelle Nato - con un controllo multilaterale - siano diverse da quelle Usa, può essere un punto di forte relazione tra movimenti del Nord e movimenti del Sud del mondo.

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