La delegazione di Rifondazione in visita a Ramallah
Bertinotti - Arafat: incontro di pace
di Fabio Rosati da Liberazione del 9/4/2004
Neanche si direbbe che quello che sta di fronte ai nostri occhi sia il quartier generale del presidente Arafat. Se non fosse per la presenza di qualche giovane con mitra e mimetica e per una porta carraia che richiama alla mente i luoghi fortificati, la costruzione grigia nel cuore di Ramallah potrebbe essere un posto come gli altri, anzi peggio, visto che quasi tutto intorno è terra bruciata, visto l'enorme ammasso di macerie, visto ciò che resta del vecchio quartier generale della massima Autorità palestinese. Un presidente prigioniero, ecco la condizione del "vecchio" leader, costretto a vivere in spazi stretti, con poche possibilità di movimento, spesso lontano dalla luce del sole. Eppure ancora vivo e pieno di energie, carico di quella forza che lo ha consacrato leader della causa del popolo palestinese. Una piccola stanza, con l'arredo ridotto all'essenziale, una scrivania, un semplice leggio, 4 sedie e un tappeto appeso al muro. Tutto qui. Ma non manca la dignità in questo luogo che vuole e merita di essere considerato passaggio strategico per una pace in terra santa. Immancabili i sacchi di sabbia in ogni angolo di residenza, qualche parabola e agenti armati, sistemi di protezione che nulla potrebbero se la furia di Sharon decidesse di abbattersi sull'Autorità palestinese. Più di quanto non sia accaduto già altre volte.
Arafat, la sua kefya, il suo scampare continuamente alla condanna a morte israeliana, il suo sguardo severo e dolce allo stesso tempo: sono questi gli elementi che più fotografano la tragedia del popolo palestinese. Sono la forza di una resistenza che combatte con armi impossibili per una causa giusta. «Grazie presidente Arafat, grazie di averci concesso questo incontro, la tua resistenza non è solo ammirevole, ma è anche il miglior contributo alle ragioni palestinesi e alla pace». Non nasconde commozione Fausto Bertinotti alla vista del vecchio leader e qualche lacrima è trattenuta solo a stento. Il segretario di Rifondazione comunista ha scelto di venire fino a Ramallah per portare solidarietà e parole di speranza ad un popolo che soffre ingiustamente. L'abbraccio con Arafat è lungo e caloroso, è come se i due si fossero sempre conosciuti. C'è una comunione di intenti suggellata da un incontro molto sentito. Il Prc è qui, oltre che con il suo segretario, con i responsabili esteri Gennaro Migliore, l'euro deputata Luisa Morgantini, il coordinatore dei giovani Nicola Fratoianni. Chi scrive ha l'onore ed il piacere di poter essere testimone di un momento certamente storico. Intorno al presidente, alcuni ministri del governo palestinese, perché questo popolo, pur tra mille difficoltà e condizioni di vita impossibili, è riuscito a dotarsi di una struttura propria di uno Stato. In attesa di essere legittimato come tale dall'intera comunità internazionale. Il peso degli anni inizia a farsi sentire anche sul "vecchio" leader e se non c'è più la prontezza di riflessi di una volta, se la mano qualche volta accenna al tremolio, non mancano certamente la capacità e lucidità di analisi. Arafat mostra a Bertinotti alcune immagini che raffigurano la tragedia palestinese, il destino crudele che tiene in ostaggio i bambini, i rischi che corrono ogni giorno sotto il fuoco dei cecchini israeliani. Ma con la stessa determinazione condanna «i kamikaze» certamente ostacolo al processo di pace. E poi inaspettato arriva «l'uranio impoverito». «Lo usano gli israeliani, ci sono le prove e oggi sono aumentati tra la popolazione civile i casi di leucemia. Ci sono donne che non riescono a partorire, ci sono bambini che nascono già malati. Ma noi crediamo - continua Arafat - e lavoriamo per un percorso di pace che riconosca in pieno il popolo e lo stato palestinese».
Immancabile un passaggio sul muro voluto da Sharon, causa di ulteriori tragedie. Arafat snocciola dati drammatici. «Con la costruzione ultimata, avremo 788 km di muro, il doppio della lunghezza della "linea verde"». E i palestinesi costretti a vivere tra il muro e la stessa linea saranno circa 350mila, il 15% del totale dei palestinesi. Una tragedia nella tragedia, che rende ancora più difficile l'individuazione di una via di uscita. «Il muro - denuncia Arafat - non è costruito sui confini di Israele, ma piuttosto all'interno dei territori palestinesi occupati».
Il muro quindi diventa parte di una strategia di annessione proprio perché aggiunge divisioni alle divisioni. Una volta ultimato, costringerà i palestinesi a vivere in riserve. Arafat lo sa e lo sottolinea più di una volta. Così come conosce a perfezione le difficoltà di movimento che oggi ha il popolo palestinese. Tra muro e check point, per poche decine di km ci si possono impiegare diverse ore. Vale per tutti, per i palestinesi vale di più. Un concetto è inconfutabile e nella conversazione tra Bertinotti e Arafat viene rimarcato con forza: il muro viola i diritti del popolo palestinese all'autodeterminazione, come riconosciuto dall'Autorità internazionale e dall'Onu.
Come uscirne? «Sicuramente partendo dall'accordo di Ginevra - incalza Bertinotti». Il segretario di Rifondazione è qui per ascoltare le ragioni degli "ultimi", ma anche per rendersi utile alla loro causa. «Venire qui - dice Bertinotti - accentua la gravità della percezione della situazione che già si ha da fuori. Ma una cosa è sapere, altra è vedere. L'impressione che conservo del muro, dopo averne visto una piccola parte, è sconvolgente. E' più che evidente che la politica di Sharon sia contraria ad ogni ipotesi di pace».
Che cosa fare allora? Bertinotti illustra ad Arafat la forza ed il peso che il movimento per la pace si è conquistato in Italia e nel mondo e promette al "vecchio" presidente l'impegno di Rifondazione affinché la questione palestinese sia inglobata in un contesto che nasce dal basso, ma abbia rilevanza mondiale. «Vorremmo chiedervi - domanda Bertinotti carico di emozione - se vi sembra giusto che siamo noi a farci promotori dell'incontro tra voi palestinesi e l'intero movimento con tutte le sue componenti». La risposta positiva di Arafat è tutta concentrata in un grande gesto di fratellanza ed in un sorriso accompagnato da un sincero «con immenso piacere». «Ci lavoreremo presidente», promette il segretario di Rifondazione.
«In uno scenario drammatico, che vede l'affermarsi della guerra mondiale permanente di Bush - sono le parole di Bertinotti - l'unica risposta per arrivare alla pace può venire dalla diplomazia dal basso. Di fronte alla politica dei fatti compiuti del presidente americano e di Sharon, i popoli possono e devono esercitare una forte pressione. Per noi quella palestinese è una questione mondiale». E' vero, c'è anche l'Europa che potrebbe e dovrebbe svolgere un ruolo decisivo, «ma oggi i fatti ci dicono che si è presa un'altra direzione. Di fronte al rischio della catastrofe il vecchio continente è troppo incerto. La nostra grande risorsa resta la volontà del popolo».
Sul ruolo fondamentale che potrebbe giocare l'Europa è convinto lo stesso Arafat, «Sia perché oggi gli Usa sono impegnati in campagna elettorale, sia per l'alto numero di rapporti commerciali che l'Europa ha con Israele». Peccato che oggi il "nostro" continente stia tradendo la sua vocazione di pace. «Ed è ancor più grave sapere - puntualizza Bertinotti - che per la prima volta dalla fine della guerra, soldati italiani abbiano ucciso persone di un altro paese. Oggi l'Italia è in guerra contro la volontà del suo popolo». In questo incontro, sì formale, ma anche decisamente amichevole, chi si muove con più disinvoltura è Luisa Morgantini, autentica "padrona" di casa, da sempre impegnata al fianco dei palestinesi. «Non c'è nulla meglio dell'insediamento - dice - in grado di ritrarre questa tragedia. Insediamento vuol dire furto della terra, espropriazione, occupazione militare, umiliazione, mortificazione, distruzione economica». Un processo che lei definisce «ebraizzazione» e riguarda soprattutto Gerusalemme.
E' tempo di saluti, «sarebbe bello vederti in Europa, presidente Arafat - conclude Bertinotti - fisicamente a fianco del nostro impegno per la vostra causa, ma non sarà la tua assenza obbligata a far venire meno i nostri sforzi per la questione palestinese». Sullo sguardo del "vecchio" leader, tra le rughe resta disegnata la speranza della pace.
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