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Le quattro verità del voto referendario

di Rina Gagliardi da Liberazione del 17/06/2003


Tre amare verità emergono dal risultato del voto referendario del 15 e 16 giugno. La prima è che si tratta di una sconfitta, che va riconosciuta ed ammessa prima di tutto per ragioni di onestà politica. Non solo il quorum non è stato raggiunto, ma la partecipazione degli elettori è stata al di sotto delle "ragionevoli" previsioni che molti di noi si sentivano di avanzare ancora fino a qualche giorno fa. Queste previsioni non si fondavano su desideri o speranze, ma sulla percezione di un consenso ai quesiti referendari, diffuso in larghe zone del Paese - quelle di tradizione "rossa", quelle a prevalenza operaia, quelle delle periferie metropolitane. Eppure, non è scattata quella mobilitazione larga di opinione e di partecipazione, quell'esercizio di egemonia, che avrebbero potuto consentire, se non il quorum, una autentica valanga di Sì.

La seconda verità è che l'attivo boicottaggio dispiegato contro i referendum (dal 90 per cento dei partiti, dal sistema dell'informazione, dai poteri forti del paese) non basta a spiegare fino in fondo l'insuccesso. Esso, certo, molto ha pesato nell'orientamento astensionista di quasi tre quarti dei cittadini: ma, più che un'influenza diretta, essa si è rivelata un'influenza generale, che ha determinato un clima, una tendenza, un comportamento. Una parte non irrilevante dell'elettorato diessino, per esempio, ha disubbidito all'indicazione del proprio Partito e ha votato Sì. Viceversa, una parte consistente dei soggetti sociali che costituivano il destinatario "naturale" dei quesiti referendari ha disertato le urne. Sono questioni, certo, sulle quali sarà necessario indagare e riflettere fino in fondo, nel tentativo di cogliere la "sostanza" non politicistica di questo voto.

La terza evidenza è che, adesso, lo schieramento governativo-padronale si sente più forte. E soprattutto più libero di realizzare a tappe forzate, i suoi progetti di restaurazione sociale, e contro il lavoro. Basti la lettura del voto fornita a "botta calda": il 75 per cento degli italiani, ha detto D'Amato, conferma la sua fiducia piena nella logica dell'impresa. E, gli ha fatto eco il ministro Maroni, siamo legittimati ad andare fino in fondo con il cosiddetto «decreto Biagi». Una interpretazione, s'intende, del tutto strumentale (non c'è alcuna connessione automatica tra il non voto e il consenso eventuale alle politiche economico-sociali del centro-destra e di Confindustria). Che però non potrà non pesare nello scontro di questi mesi.

Questi referendum sono stati dunque un errore? Un'«avventura»? Una scommessa imprudente? Nient'affatto. Se la validità delle battaglie politiche e sociali si misurasse sulla base di quest'unico criterio - la certezza del successo - l'opportunismo sarebbe senza confini (come in effetti spesso accade) e, soprattutto, nulla mai cambierebbe, nemmeno di poco. Se, all'opposto, ci facessimo guidare soltanto dalla astratta "giustezza" di un obiettivo, senza mai far conto sulle chances concrete di cui dispone, saremmo destinati ad una eterna condizione di immobilismo minoritario. Ma i referendum - e il referendum sull'articolo 18 in specie - erano insieme un valore e una grande opportunità di lotta. Una causa giusta e, allo stesso tempo, una straordinaria occasione di rimettere il lavoro al centro dell'agenda nazionale.

La sconfitta, dunque, non era scritta in partenza: è stata piuttosto il frutto di un percorso complesso, fatto di occasioni politiche mancate, di gap comunicativi, di difficoltà (strutturali?) della "questione sociale" ad orientare la politica e i comportamenti elettorali. Nonostante tutto questo, undici milioni di persone hanno risposto positivamente all'appello referendario: undici milioni di Sì che costituiscono un patrimonio nient'affatto trascurabile.

E' questa la quarta verità - la faccia positiva e nient'affatto consolatoria - della nostra domenica elettorale. Quella che ci consente di poter ricominciare la nostra lotta.

Circolo Che Guevara (Tor Marancia-Grottaperfetta) Via Fontanellato 69, 00142 Roma - 06.54.04.393