Le parole
della Fiom di Alessandro Curzi
Ieri in piazza a Roma c'era la classe operaia. Esiste ancora, sì. Bastava guardarsi in giro, ascoltare gli slogan, fare anche solo un chilometro del corteo, come è capitato a me, sottobraccio a Pietro Ingrao, nominato sul campo da un operaio "metalmeccanico honoris causa". In tasca ai manifestanti, l'Unità, Liberazione e il manifesto.
C'era la classe operaia costretta a battersi per la difesa dei diritti più elementari (il valore dei salari calato del 30%, una richiesta di 40 euro mensili in più dei 90 sottoscritti dagli altri sindacati, la difesa delle pensioni) e insieme di porsi e di porre al Paese, e alla sinistra politica, le grandi questioni dello sviluppo economico nazionale, dello stato sociale e della democrazia. Come fa da sempre la "classe" capace di viversi e di proporsi come "classe generale".
Ma questo governo, che sta portando al disastro il Paese e che sembra essere arrivato al capolinea grazie anche al suo sfascio interno, non deve vedersela solo con la Fiom. Registro con soddisfazione e speranza la concomitanza di tre eventi: questo bellissimo e determinato ritorno in piazza della classe operaia, la ripresa del processo unitario all'interno del Movimento (nella prospettiva di una partecipazione unitaria all'appuntamento europeo di Parigi) e l'incontro fissato per domani a Roma, al Teatro Brancaccio, per la definizione di un percorso unitario del centrosinistra e di Rifondazione.
C'è uno stretto collegamento tra questi tre eventi, pur tra differenziazioni di piani e di valori. Anzi sono numerosi i fili che li legano e che tutti insieme concorrono a dare corpo all'urgenza e alla possibilità di una forte opposizione ad un governo che sta impoverendo il Paese e che, oltre a contrastare i diritti più elementari dei lavoratori, non fa nulla contro l'aumento del costo della vita, vuole "riformare" il mercato del lavoro trattando i lavoratori come merci (da affittare, comprare, vendere e rottamare), taglia e demolisce lo stato sociale, la scuola pubblica e la sanità pubblica, premia gli evasori fiscali, si oppone ad una politica di solidarietà e di pacifica convivenza con gli immigrati, si sottrae e combatte l'unione europea nei suoi contenuti più civili e innovatori, assicura il suo contributo gregario alla politica della guerra, inquina e avvelena quotidianamente la nostra vita democratica e istituzionale, sta restringendo in misura ormai non più tollerabile gli spazi della libertà di informazione.
Ieri, di tutto questo si parlava nel corteo, per tutto questo si manifestava, pur concentrandosi ovviamente sulla questione centrale del lavoro. E domani, al Brancaccio, di cosa si dovrebbe parlare se non di tutto questo? E ci si potrà forse limitare solo a questioni relative allo scontro per abbattere il governo-Berlusconi o alle procedure elettorali, e non porsi anche questioni programmatiche, di governo e di cambiamento reale della politica?
Un sindacato come la Fiom e il Movimento impongono a tutti perlomeno un "salto di qualità" rispetto al passato. Certo, c'è bisogno di mettere in campo innanzitutto una proposta di governo nettamente alternativa a quella di Berlusconi, Tremonti e Bossi che non costituisca l'illusoria riproposizione di ricette più o meno liberiste, che hanno già fallito anche se allestite e gestite da mani più abili di quelle del Cavaliere e dei suoi altrettanto impresentabili scherani. Ma non basta. Ci vuole tutta una diversa concezione dello stare nelle istituzioni democratiche e del rapportarsi alla società reale, nettamente alternativa anch'essa a quella praticata in questi anni un po' da tutti i settori della politica - e solo portata alle estreme conseguenze dal premier-tycoon e dal partito-azienda - imperniata sul leaderismo, sull'autonomia se non sull'estraneità della politica rispetto ai processi economici e sociali reali, e sulla aberrante riduzione del tutto a rappresentazione mediatica.
Prendiamo la grande manifestazione della Fiom. I giornali, per i quali non esistono più gli operai, tanto meno in carne ed ossa, per settimane l'hanno completamente ignorata, privilegiando il teatrino politico e le truffe mediatiche del Cavaliere. Ieri, il Tg1 l'ha data come sesta notizia, persino dopo la cerimonia quirinalesca di consegna del Cavalierato alle inviate televisive. Uno scandalo, fra i tanti consumatisi in questi anni, alla quale l'Italia sembrerebbe quasi assuefatta. Invece, la Fiom ricorda a tutti che non è così. Che c'è un'Italia, forse maggioritaria, consapevole del degrado e capace di reagire. Se lo ricordino tutti, domani, i partecipanti alla riunione del Brancaccio.
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