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Il segretario
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Intervista a Vladimiro Giacchè: Il dopo-Fazio e le priorità della sinistra di alternativa
di Simone Oggionni dal sito de l'Ernesto
Mario Draghi succede a Fazio quale Governatore della Banca d’Italia. Come giudichi la nomina dell’attuale vicepresidente della Goldman Sachs?
Questa domanda è maliziosa. Sembri quasi presumere che sussista un conflitto di interessi tra l’avere ricoperto una carica importante in Goldman Sachs ed il diventare Governatore della Banca d’Italia. Guarda che non è così. Ad esempio, è vero che Goldman Sachs ha assistito il Banco di Bilbao nella scalata a BNL, e quindi se Draghi bloccasse la controscalata di Unipol ci sarebbe un conflitto di interesse. Ma – a parte il fatto che parlare di conflitti d’interesse nell’Italia di Berlusconi è a dir poco ridicolo – secondo il quotidiano finanziario “Finanza & Mercati” la soluzione è già stata trovata: il “no” a Unipol lo dirà il governatore reggente Desario, prima dell’ingresso nella carica del prof. Draghi. Come vedi, da questo punto di vista non abbiamo motivo di preoccuparci.
Si può dire, come ha affermato in questi giorni più di un commentatore, che con la nomina di Draghi a governatore il segnale che viene dato è di un’Italia “definitivamente in vendita”?
Non sono molto d’accordo con quest’impostazione.
Per due motivi.
In primo luogo, presuppone un giudizio sul governatore precedente che trovo ingiustificato. L’immagine di un Fazio “difensore dell’italianità” è un’immagine che cercano di accreditare soprattutto i suoi fans (a dire il vero sempre più rari). Io credo che se l’italianità è Fiorani, forse è meglio l’esterofilia. Voglio dire che se il baluardo contro i “barbari alle porte” è rappresentato dai “furbetti del quartierino”, siamo messi proprio male. In realtà, nell’Europa della moneta unica non ha più senso ragionare in termini di mercati nazionali (del credito, come di tutto il resto): il mercato domestico è l’Unione Europea, ossia l’area valutaria di riferimento. Più tardi lo si capisce (ossia: più tardi lo capiscono gli imprenditori italiani – una volta si diceva “padroni”, ma adesso non usa più), peggio è. Questo non significa, come fa Penati su “Repubblica”, pensare che la modernizzazione del Paese passi per l’intervento di azionisti stranieri nelle nostre banche. Questo a mio avviso è l’errore opposto rispetto a quello di fare il tifo per i Fiorani della situazione: vuol dire credere, ad esempio, che le banche straniere siano per definizione più efficienti delle nostre. Non è così. Per restare in tema, il Banco di Bilbao ha da anni cariche importanti in BNL (tra l’altro esprime un vicepresidente, e suoi consiglieri di amministrazione hanno deleghe operative), e quindi ha più di una responsabilità nella gestione tutt’altro che brillante della stessa BNL negli ultimi anni. Non si tratta di un’opinione: è scritto nei bilanci di quella banca. Non capisco perché questo non lo dica nessuno.
Ma vengo al secondo motivo: questa grande svolta negli orientamenti della Banca d’Italia non la vedo anche perché Fazio non sta a Draghi come il diavolo sta all’acquasanta (o viceversa, vista la religiosità bigotta del primo…). In verità, in passato hanno lavorato insieme, ad esempio nella gestione delle privatizzazioni (e delle concentrazioni) bancarie degli anni Novanta, e non mi risulta ci siano mai state diversità di orientamento. All’epoca Draghi era direttore generale del Tesoro con delega alle privatizzazioni (lo è stato sotto 6 diversi ministri del Tesoro), e con Fazio (dal 1993 governatore della Banca d’Italia) c’è sempre stata un’intesa perfetta. La cosa non deve stupire: infatti entrambi (al pari del resto degli altri candidati al ruolo di governatore) abbracciano convintamente i presupposti del pensiero neoliberale oggi corrente. Quindi: “meno Stato più mercato” (le privatizzazioni, appunto), “riforma” (ossia forte ridimensionamento) del welfare, “flessibilità” del lavoro (che oggi significa “lavorare di più, lavorare in pochi” – ed essere pagati meno). Insomma, le cose che conosciamo. E’ la ricetta che è stata applicata scrupolosamente in Italia in questi anni, con i risultati disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti. Rispetto a chi ha tentato (molto modestamente) di applicare ricette diverse, il prof. Draghi ha avuto parole di scherno; nella “lectio magistralis” tenuta nel 2004 al Mib school of management di Trieste ha detto testualmente: “fanno sorridere le ambizioni globali dei nostri amici francesi quando pensiamo che si fondano su una settimana di 35 ore”. Non credo di dover aggiungere altro (anche se in effetti forse si potrebbe proporre al prof. Draghi un confronto tra la crescita del prodotto interno lordo in Francia e in Italia negli ultimi 5 anni…).
In che contesto si collocano le dimissioni di Antonio Fazio? Come le interpreti?
Le interpreto come tardive. Si è lasciata massacrare un’istituzione che in passato ha rappresentato un argine al malaffare e agli inquinamenti mafiosi della finanza e della politica (si pensi al caso Sindona e alla vergognosa montatura giudiziaria ordita contro il governatore Baffi), e anche - a proposito di “italianità” – una delle poche istituzioni italiane dotate di prestigio internazionale.
Il contesto politico in cui queste dimissioni sono (finalmente) avvenute è presto detto: un governo che ha colto l’occasione del provvedimento sul risparmio per mettere la fiducia e alleggerire le pene per il falso in bilancio; un’opposizione di centro-sinistra afona e smarrita come quella che vediamo in questi giorni.
Cosa mettono in luce l'arresto di Fiorani e i retroscena sul tentativo di scalata ad Antonveneta che emergono nelle ultime settimane?
Mettono in luce che “i difensori dell’italianità” appaiono piuttosto refrattari al rispetto delle leggi. Va detto che in questo rappresentano una parte piuttosto significativa della borghesia italiana: quella – per intenderci - che ha beneficiato di qualcosa come 19 condoni e sanatorie fiscali da parte del governo Berlusconi (e che se ne ricorderà al momento del voto).
Il punto è che in un Paese decente Fiorani e i suoi difficilmente sarebbero arrivati così lontano: non va infatti dimenticato che per un’acquisizione rovinosamente fallita (e non per merito di chi poteva impedirla istituzionalmente), la Lodi negli scorsi anni ne ha portate a termine con successo altre, tra cui quella delle Casse del Tirreno. Mi sbaglierò, ma ho l’impressione che all’epoca la solidità patrimoniale della Banca Popolare di Lodi non fosse granché migliore di quella odierna…
Un diverso ragionamento merita l'operazione che vorrebbe portare Unipol ad acquisire la Bnl. Come giudichi le dimissioni di Consorte e le prospettive che questa operazione, se perseguita, aprirebbe per il mondo delle cooperative?
Sì, a mio avviso qui va fatto un ragionamento un po’ diverso. A cominciare dal fatto che l’aumento di capitale per effettuare l’acquisizione nel caso di Unipol non era fittizio, ma fatto con soldi veri. Sul riferimento al “mondo delle cooperative” bisogna intendersi: credo infatti che Unipol vada ormai considerata una compagnia assicurativa e basta. Da questo punto di vista l’acquisto di una banca (che a questo punto probabilmente salterà), sarebbe stato sensato. Tanto più che tra Unipol e BNL c’era già un rapporto, che in caso di acquisizione da parte di altre banche sarebbe andato perduto. Lo stesso ha fatto Allianz in Germania (ovviamente, su scala ben diversa. In generale la banca-assicurazione è una delle tendenze di fondo del settore. Ma tutto questo prescinde dall’azionariato di Unipol. Rispetto al quale le strategie perseguite negli ultimi anni non hanno marcato alcuna specificità di comportamento.
Un discorso ancora più netto (e probabilmente distinto dalle strategie generali di impresa) va fatto per i comportamenti personali del vertice di Unipol. Ho visto che negli ultimi giorni qualche quotidiano ha ironizzato su Giulio Cerreti, messo da Togliatti a suo tempo a capo di Unipol. Ma Cerreti non si sarebbe mai sognato di far transitare milioni di euro su conti esteri a Montecarlo. Per spiegare questo strano fenomeno oggi si usa fare riferimento alla “modestia” dei comunisti. Secondo me le cose stanno proprio in maniera opposta. Cerreti – come i comunisti della sua generazione – era al contrario estremamente ambizioso: pensava di cambiare il mondo. Non la casa, la macchina o la barca…
Qual è la situazione della finanza italiana? Qual è lo stato di salute del capitalismo italiano?
Sotto il profilo che conta, ossia quello della concentrazione del settore, la finanza italiana è allineata agli altri principali paesi europei: in ciascuno di essi, infatti i primi 4 o 5 gruppi hanno una quota del 50% dei crediti a clientela e della raccolta. Inoltre, in altri Paesi (ad es. in Germania), il restante 50% è distribuito su molte più banche di quelle italiane. In generale la finanza italiana non è messa male.
Lo stato di salute del capitalismo italiano, invece, è pessimo: il settore manifatturiero, in particolare, versa in una crisi molto grave. Se le cose non cambiano, questo si rifletterà inevitabilmente anche sui conti delle banche.
Si può distinguere tra tendenze progressive e parassitarie?
Si può e si deve. Perché negli ultimi 10-15 anni hanno vinto le seconde. Le piccole e medie imprese (mitizzate a livelli grotteschi sino a pochi anni fa), che hanno costruito le loro fortune sulle svalutazioni della lira, sull’evasione fiscale e sul basso costo del lavoro, sono oggi in crisi. E si tratta di una crisi che investe interi settori (si pensi al tessile e al calzaturiero, ma anche al settore della meccanica strumentale). Quanto alle grandi imprese, proprio grazie alle privatizzazioni hanno potuto trasmigrare dal settore manifatturiero a quello dei servizi di pubblica utilità privatizzati. Si tratta di servizi offerti in condizione di oligopolio, quando non di vero e proprio monopolio (come è ad es. il caso delle autostrade): pertanto consentono di realizzare profitti facili e sicuri. In questo modo le grandi famiglie del capitalismo italiano sono riuscite a restare a galla. In compenso, però, l’Italia ha sostanzialmente perduto la grande industria. Ci sono, è vero, imprese di medie dimensioni che riescono ad essere ancora competitive sui mercati internazionali, ma non sono molte.
Non solo: tutte – ma proprio tutte - le scelte di politica economica di Berlusconi hanno favorito gli impieghi speculativi del capitale a scapito di quelli produttivi. Un esempio per tutti: attraverso la “participation exemption”, ossia la detassazione degli utili conseguiti attraverso la vendita di partecipazioni azionarie detenute da società, la finanziaria di famiglia del sig. Berlusconi ha venduto nel 2005 un pacchetto di azioni Mediaset, realizzando una plusvalenza di circa 1,9 miliardi di euro completamente esentasse. Quindi fa bene Berlusconi in questi giorni a dire che lui non ha mischiato politica e affari. È vero, non li ha mischiati: per lui sono semplicemente la stessa cosa.
Questo però non esonera il centro-sinistra, ed in particolare i DS, da una riflessione seria sui propri comportamenti. Non si può porre sullo stesso piano chi intermedia immobili con chi fabbrica auto (come ha fatto a luglio in un’intervista Fassino, prima di correggere il tiro in una lettera a “Repubblica”), né limitarsi a rifiutare la contrapposizione manichea tra “un capitalismo buono, produttivo” e “quello degli speculatori legati al mondo politico”, spostando il problema sul fatto che “il sistema è fragile” (come ha fatto D’Alema).
Sono affermazioni che non hanno soltanto il torto di regalare la difesa (almeno a parole) del settore manifatturiero ai Montezemolo e ai Bombassei (e di apparire pericolosamente prossime all’idea che pecunia non olet). Ma anche – e soprattutto – quello di non indicare le politiche, le priorità e gli interlocutori per fare uscire l’Italia dalla crisi.
Nel merito delle scelte di politica economica del governo Berlusconi, che giudizio dai dell'ultima finanziaria?
Lo stesso giudizio che si poteva dare delle precedenti: è una finanziaria che premia gli evasori, colpisce i lavoratori, peggiora le prestazioni sociali. E inoltre, in questo caso, dà un colpo tremendo alle autonomie locali, prosciugandone le finanze (e costringendo quindi regioni e comuni ad aumentare i tributi locali). I nostri Robin Hood alla rovescia hanno colpito ancora.
Cosa ti aspetti, sempre sotto il profilo economico, da una coalizione di centrosinistra che dovesse vincere le elezioni di aprile e andare al governo?
Mi aspetterei che rovesciassero le politiche seguite dal peggiore governo della storia repubblicana.
Più in generale, andrebbero indicate con chiarezza le priorità di politica industriale (questa espressione, divenuta tabù negli anni Novanta, deve essere oggi rivendicata e riproposta con forza): tra esse un ruolo centrale spetta al rilancio dell’industria manifatturiera (in particolare di quella tecnologicamente più avanzata), favorendo un robusto processo di concentrazione tra imprese. In questo contesto risulta essenziale l’utilizzo della leva finanziaria o – in parole povere – dei capitali. Che significa due cose: sul fronte pubblico, reperire capitali per investimenti in infrastrutture (materiali e in ricerca e formazione); sul fronte privato, incoraggiare certi usi del capitale e scoraggiarne altri. Le scelte politiche progressive, sotto questo profilo, dovrebbero essere evidenti: sul primo fronte, lotta senza quartiere all’evasione fiscale (da inserire nel programma di governo con obiettivi quantitativi e progressivi di recupero); sul secondo fronte, colpire le rendite speculative e incoraggiare gli usi produttivi del capitale
In questo modo si potrebbe da un lato diminuire le tasse a carico di chi le paga (ossia i lavoratori), dall’altro rilanciare gli investimenti pubblici in infrastrutture e soprattutto in istruzione e ricerca tecnologica, e garantire anche prestazioni sociali e pensionistiche pubbliche decenti.
Come giudichi le ipotesi di programma circolate in queste ultime settimane?
Programma? Quale programma?
Quanto peseranno i vincoli di Maastricht nella definizione concreta delle priorità del futuro governo Prodi?
I vincoli di Maastricht peseranno molto, ovviamente. Ma è sbagliato (e subalterno) pensare che essi di per sé determinino le priorità. Mi spiego: un Paese come l’Italia, che ha un’evasione annua di 210 miliardi di euro (sono stime dell’Agenzia delle Entrate), potrebbe benissimo trovare le risorse per rispettare i vincoli di Maastricht senza fare politiche sociali inique. Basterebbe la volontà politica di colpire sul serio il fenomeno dell’evasione, che – lo ricordo – non è soltanto uno strumento di redistribuzione del reddito a favore delle classi più agiate, ma anche uno strumento di “selezione del peggiore” tra gli stessi padroni (pardon: imprenditori).
Quali dovrebbero essere le priorità politiche della sinistra d’alternativa?
La priorità delle priorità è a mio avviso quella di formulare un programma comune minimo su cui incalzare le altre forze della coalizione di centro-sinistra (da questo punto di vista giudico molto utile il volume pubblicato da “l’Ernesto”). Il resto (l’unità politica della sinistra di alternativa, che personalmente auspico) viene dopo. Ma senza la ricerca di un minimo comun denominatore sul programma di governo non c’è nessun dopo: ci si limita a lasciare l’iniziativa politica alle forze moderate dell’Unione. Con il rischio, tutt’altro che remoto, che la coalizione oggi al potere (o alcune sue componenti fondamentali) continui anche dopo le prossime elezioni a governare questo Paese. Portandolo definitivamente allo sfascio.
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