Gli operai di Mirafiori.
L'Unione si metta in sintonia con il suo popolo
di Franco Giordano da Liberazione del 13/12/2006
Sono stupito dallo stupore. Stupito che periodicamente, e puntualmente, ci sia chi si sorprende dell’esistenza delle soggettività sociali. Stupito che ci sia ancora qualcuno che scopre dall’espressione di una critica balzata alle cronache - com’è stata quella delle lavoratrici e dei lavoratori di Mirafiori - che c’è nel paese anche una soggettività operaia.
Il paese, la società, ogni società si costituisce appunto di soggetti reali. E la politica, l’essere e il fare della politica, o si misura con la costituzione materiale di queste soggettività oppure semplicemente non è: è autoisolamento in una cittadella autonoma, è autoreferenzialità e separazione delle classi dirigenti. Il che però significa la sconfitta della politica, nel senso più compiuto di sconfitta della democrazia.
Ed è questa la sfida presente dell’Unione. Perché nei prossimi mesi si gioca davvero il profilo culturale e politico dell’Unione. Si gioca cioè la sfida di un governo capace di non precipitare automaticamente nella separazione della propria politica della condizione sociale, bensì di inverare la pratica della democrazia nella sostanza di un programma condiviso. Ovvero la sfida tra elitarismo e partecipazione, tra separazione e democrazia.
Perché l’Unione ha fatto sì cose buone, come ho già avuto modo di osservare. Ma rispetto a quelle aspettative che rappresentano insieme il collante culturale e la missione del governo e della maggioranza, c’è un evidente smarrimento di rotta. Quindi serve sì un cambio di passo. Ma ritrovare la rotta significa non farsi condizionare, non cambiare equipaggio né passeggeri. Ritrovare e seguire la rotta significa mettersi in sintonia e marciare insieme ai soggetti reali che costituiscono il blocco sociale dell’Unione; significa disporsi a un ascolto e a un’attenzione reali.
Se invece si vuole continuare a vagabondare sul terreno di attenzioni e risposte simboliche connaturate alla separazione della politica dalla società, allora entrano automaticamente in campo altri soggetti, altri poteri, altri interessi. Qualcuno lo preferisce? Questo però allargherà la spaccatura tra politica e società, tra l’Unione e il paese reale. E acuirà la crisi politica e democratica del paese e del centrosinistra.
Per questo tornano centrali le critiche di Mirafiori, centrali e tutt’altro che sorprendenti. Meritano anzi una riflessione fin dal modo di questa riscoperta improvvisa. Da una parte, infatti, ci sono stati lunghi anni di invisibilità sociale: anni che hanno alluso, fino alla sua teorizzazione, a una scomparsa della condizione operaia. E invece, persino dal punto di vista numerico bisogna ammettere che non è così.
Tuttavia il fatto ancora più rilevante ai fini del nostro discorso è che la condizione operaia esce dal cono d’ombra precisamente, e solo, quando incrocia la tematica del governo. Perché i riflettori sono solo per il governo, tutto è posto in relazione solo a quello. E’ insomma persistente un’idea della politica come cittadella separata e tutta concentrata sull’azione del governo, del governo e dell’ordine pubblico. Quindi esisti, non in quanto operaio ma in quanto critichi il governo. Non esisti, invece, in quanto soggetto in lotta per il rinnovo del contratto. Se critichi i sindacati e la finanziaria sei nei titoli di apertura dei tg; se scioperi per il contratto bisogna aspettare le notizie sul traffico per scoprire se c’è stato qualche blocco stradale.
Mirafiori, la condizione operaia è dunque un paradigma: prima ancora della contingenza, che attiene alla manovra finanziaria e alle critiche motivate della base sociale dell’Unione, un paradigma della relazione tra politica e società e della sua rappresentazione; mediatica ma non solo. E’ il paradigma che parla di una politica che ha i propri alfa e omega nel governo e nell’ordine pubblico. Perché lo stesso conflitto sociale finisce per essere imprigionato entro questi due apici: schiacciato tra espropriazione della rappresentanza, ridotta a lobby e istituzionalizzata, e risposte d’ordine.
Eppure, anche quella polemica amplificata dei giorni scorsi a Mirafiori dimostra che ci troviamo di fronte a un soggetto vivo, a una critica consapevole e concreta. Quando infatti nell’assemblea di Torino prende la parola il rappresentante dell’Ugl per muovere una contestazione tutta politicizzata, quell’intervento non raccoglie il consenso della platea.
Questo parla a noi. E parla la lingua di una condizione reale, della vita in carne e ossa delle persone. Parla al presente del nostro futuro. Perché noi, l’Unione, il governo, ma anche Rifondazione comunista, la Sinistra europea, non esistiamo se non riusciamo a dare corpo a tutte quelle figure, a quelle aree, alla corporalità che scorre nelle vene della società: controversa, magmatica, pulsante di sistole e di diastole.
E allora non si può che chiedersi: perché quel malessere? Perché il malessere e le critiche nei confronti della finanziaria e dell’azione del governo dell’Unione? Il fatto è che il governo delle destre e il decennio neoliberista hanno lasciato alle spalle una deserto sociale. Hanno lasciato in eredità una questione salariale impellente (e l’Unione l’ha scritto nel proprio programma), una crisi del potere d’acquisto delle pensioni e un’inaccettabile disparità di trattamento dovuto allo scalone della riforma Maroni (e l’Unione ha scritto nel proprio programma), una proliferazione delle formule contrattuali che si traduce in moltiplicazione delle forme di precarietà quando invece la forma di occupazione “naturale” va intesa nel tempo indeterminato (e l’Unione ha scritto nel proprio programma), una improrogabile questione di democrazia sul lavoro (e l’Unione l’ha scritto nel proprio programma). E poi ancora la Bossi-Fini e la riforma Moratti, la politica dei condoni fiscali e ambientali, l’esasperazione di un ordine pubblico e sociale tanto liberista quanto repressivo.
Dunque ora ci si chiede un cambiamento, un mutamento delle condizioni di vita del lavoro, del lavoro salariato e precario, nonché del non lavoro. E’ la legittima aspettativa del nostro popolo, dei milioni di elettori dell’Unione (e forse anche di qualcuno che non ha votato o lo ha fatto a destra). Sto insomma parlando di una politica socialmente connotata, di una politica che parta dalle condizioni del lavoro e del non lavoro, delle pensioni, del disagio sociale. Perché, lo ripeto, abbiamo fatto anche cose buone. Ma il punto politico è che il nostro popolo, quel popolo socialmente classificato, si aspetta ben altro. Si aspetta un cambiamento concreto, non solo enunciato e illustrato nei salotti televisivi.
Perché la polarizzazione non è solo virtuale e politicista: è, appunto, anche sociale e politica. Siamo persino sfidati dalla destra sul terreno di massa, siamo sfidati sul modello di società dentro un impianto populista proprio di Berlusconi. Era lui che diceva: “arricchitevi tutti quanti”. E’ lui che ora dice: “difendete la vostra ricchezza dal partito delle tasse”. E lo fa in piazza, con una sfida, appunto, di massa.
E’ una dinamica populista/plebiscitaria, questa fomentata da Berlusconi, alla quale sarebbe scellerato rispondere in modo speculare; ma che induce precisamente a quel tipo di contrapposizione. Non esistono capi che interpretano popoli. Tanto è perdente una contrapposizione tra élite e popolo tanto lo è anche quella tra popolo e popolo. Più che mai un terreno di passivizzazione, a-democratico, laboratorio di esproprio e istituzionalizzazione della rappresentanza politica e sindacale da parte di lobby e interessi inter-corporativi.
Per questo torna centrale la ricomposizione della sintonia con i movimenti e con i soggetti sociali, l’accantonamento di ogni elitarismo e di ogni propensione tecnocratica. Per rigonfiare di vento le vele di un’alternativa: quell’alternativa che l’Unione ha incarnato, se non nelle intenzioni della totalità dei suoi dirigenti quantomeno nella percezione della gran parte dei suoi elettori.
Quante critiche verso Rifondazione, quanti rimproveri. Ma non avevamo forse ragione quando siamo stati in piazza il 4 novembre non al fianco ma all’interno della lotta del movimento contro la precarietà? O quando siamo stati tra i pensionati e tra gli universitari? Oppure quando facciamo parte dei no Tav o della battaglia per la chiusura dei Cpt?
Va cancellata l’idea che quando sei al governo, siccome conti di più, devi scinderti dalla condizione sociale. Siccome sei al governo, semmai, non puoi permetterti di smarrire la relazione con la condizione sociale e le sue espressioni. Anche perché altrimenti non conti più: cambiano, appunto, le interlocuzioni e si acuisce lo strappo tra la politica e la società; perde la democrazia e vincono gli interessi particolari.
E allora, per venire alle conclusioni, due mi paiono essere i varchi stretti che ci attendono. Il primo sono le pensioni. Mi pare importante che rispetto alle smanie di allungamento dell’età Guglielmo Epifani dica “gli operai no”. Mi pare importante ma non sufficiente. Sulle pensioni io dico in primo luogo una parola sola: democrazia. Voglio dire cioè che la partecipazione deve essere la formula ispiratrice del governo e della maggioranza così come per quel che riguarda sindacato. Serve una politica del consenso dentro l’Unione, ma serve ancora di più una piattaforma votata dalle lavoratrici e dai lavoratori. E’ questa la strada delle riforme reali, delle riforme praticate conquistate e non issate a vessillo ideologico. Altre vie Rifondazione comunista non intraprende.
Il secondo tema riguarda il cosiddetto tavolo sulla competitività. Dietro o sotto quel tavolo mi pare che si giochino due questioni: la disarticolazione del livello contrattuale nazionale e quella flessibilità degli orari che finora i sindacati non hanno mai concesso, nonostante le pressanti richieste di Finmeccanica, in quanto significherebbe l’assunzione della precarietà a condizione qualificante il lavoro salariato in sé; un’intromissione del datore sull’organizzazione del tempo di vita tale da accentuare anche un tratto di mutazione antropologica ormai connaturata alla precarizzazione.
Pensioni e tavolo sulla competitività, dunque: sono questi i due varchi stretti a cui l’Unione è attesa nei prossimi mesi. Due passaggi sullo sfondo dei quali torna il tema della riduzione del costo del lavoro come architrave dell’azione di governo e delle relazioni industriali, ma anche come principale ostacolo a un miglioramento positivo delle condizioni sociali.
Bisogna attraversare quelle due secche e far rotta finalmente in mare aperto. Nuovi diritti, salari, formazione sono i lidi che ci aspettano e le risposte che ci si aspetta dal governo dell’Unione. E’ quello che si aspettano da Mirafiori al più piccolo capannone del più piccolo indotto, dai banchi di scuola ai cubicoli delle nuove professioni, dalle serre ai laboratori, dai centri anziani ai centri sociali. Il profilo sociale e politico del centrosinistra si gioca insomma proprio in questi prossimi mesi. O prendiamo il largo oppure ci areniamo su quelle secche.
Tornano perciò centrali il programma, la partecipazione, la democrazia: gli strumenti e l’ingegno per prendere il mare. Chi credeva che con la manovra finanziaria si fosse ceduto qualcosa alla sinistra, e che adesso invece è la sinistra che deve concedere qualcosa, parla solo di formule, non conosce le realtà in carne e ossa e non fa niente per conoscerla e affrontarla.
Non c’è una fase due semplicemente perché non c’è stato una fase uno, perché non c’è stato un tempo sbagliato in cui si sono accontentati alcuni (cioè la sinistra) che ora devono essere bastonati. Una è l’Unione, uno è il suo programma e uno è il tempo in cui bisogna realizzarlo: quello della legislatura. Perché in credito non è questo o quell’alleato, non questa casta o quella categoria, ma solo il nostro popolo. E il prestito che ci ha concesso è straordinariamente generoso, ma a cinque anni.
|