Il format catodico dell'egemonia
di Guido Liguori da Il Manifesto del 05/05/2006
Giornali e siti Internet di destra invitano a studiare Antonio Gramsci per capire le ragioni della sconfitta elettorale. Ma il berlusconismo ha già diffuso una visione del mondo maggioritaria che ha rappresentato una vera «rivoluzione culturale italiana»
Il 27 aprile, anniversario della morte di Antonio Gramsci, nessun quotidiano di sinistra ne ha ricordato la figura e l'opera. Poco male: l'industria culturale legata al calendario è spesso stucchevole. E il prossimo anno certo non mancheranno, nel settantesimo della scomparsa, convegni e articoli, libri e polemiche. Dunque la cosa in sé non meriterebbe di essere sottolineata se - in quegli stessi giorni - il nome di Gramsci non fosse ricorso con frequenza su Libero, il Foglio, vari siti web e altri giornali di destra, e poi di rimbalzo in un commento di Lucia Annunziata sulla Stampa. Merito del Domenicale e del suo direttore Angelo Crespi che all'indomani delle elezioni hanno lanciato una provocazione di successo: ora che abbiamo perso, bisogna studiare Gramsci, se vogliamo tornare a vincere domani.
L'interesse della destra per Gramsci non è un fatto nuovo. Subito prima del voto, Berlusconi aveva usato lo spettro del comunista sardo sulla scia di quanto avevano fatto conservatori vari delle Americhe del Nord e del Sud negli ultimi decenni, additandolo come profeta di una sinistra tanto più pericolosa perché subdola, solo apparentemente non «leninista». Il Domenicale, nell'invocare invece la lezione di Gramsci, si pone sulla scia di una tradizione più interessante, quella della nouvelle droite di Alain de Benoist, che già negli anni '70 vagheggiava un «gramscismo di destra» (nel suo caso, allora, di estrema destra). Intendendo con ciò proprio quel che oggi intende Crespi, cioè che «solo attraverso la cultura può realizzarsi una vera rivoluzione». I politici di centrodestra, invece, negli anni del governo berlusconiano, non avrebbero capito - e qui starebbe per il Domenicale una chiave di spiegazione della loro sconfitta - che «per governare ci vuole il consenso e solo la cultura permette di ottenere quel consenso necessario per immaginare la rivoluzione liberale».
Questa «autocritica della destra», che fa di Gramsci, sia pure con qualche malevolo fraintendimento, un punto di riferimento positivo, sorprende certo non per la sua novità, ma perché se c'è uno schieramento politico che di un certo «gramscismo» ha saputo, negli ultimi lustri almeno, fare tesoro, questo è proprio quello di destra.
Cosa si intende qui per «insegnamento di Gramsci»? La capacità di creare un nuovo «senso comune», di affermare una nuova «concezione del mondo» che crei i presupposti per nuovi e non effimeri equilibri sociali e politici. Ebbene, cosa è questa Italia che ancora per metà vota per l'impresentabile Berlusconi se non in buona misura quella parte di paese antropologicamente mutata dalla vera «rivoluzione culturale italiana» rappresentata da Mediaset e dai suoi modelli? Non è stata la «visione del mondo» offerta per decenni in modo martellante dalle tv berlusconiane a preparare la duratura egemonia di una visione della società come mercato, di uno stato ridotto al minimo (tendenzialmente senza tasse e quindi senza servizi), di una Costituzione della «Repubblica fondata sul lavoro» eletta a bersaglio quotidiano, di una politica vissuta da spettatori?
Certo, vi è destra e destra. Vi è anche una destra più colta, che non ne può più delle «tette e culi» e dei «reality show» delle tv Mediaset e non solo. Una destra che si è impegnata a riscrivere la storia, sia pure in modo unilaterale, ricordando ad esempio le foibe ma mai le malefatte del fascismo nelle terre del confine orientale, o gli errori della Resistenza ma mai gli orrori dei «ragazzi di Salò». Per non parlare - su un piano diverso, ma ugualmente decisivo - di quella destra più o meno antisistema che, negli stadi e nelle strade di periferia, ha creato un «nuovo senso comune» per larghi settori di popolazione, giovanile e non, anche delle gramsciane «classi subalterne», dove se si vuole insultare qualcuno gli si dice «comunista»; dove il razzismo strisciante non si vergogna più di se stesso; dove il «ventennio» è diventato un momento fulgido della storia patria; dove il tricolore viene furbescamente usato in sostituzione delle bandiere con fasci, celtiche e svastiche che la legge ancora proibisce. Una destra che nelle radio romane, ad esempio, è molto più presente della sinistra, con conduttori anche di buone capacità, che mischiano amore per la maglia di una squadra di calcio con amore per la camicia nera, sproloqui sul socialismo nazionale con odio per i «comunisti» (etichetta che copre dai centri sociali a Veltroni e Rutelli), rifiuto della società multietnica e irrisione per gli omosessuali, condanna della vivisezione e invocazione della pena di morte.
Cosa oppone la sinistra a questa destra di governo e a questa destra di opposizione che, suonando strumenti diversi, negli ultimi anni hanno riscritto la cultura diffusa del paese? Non certo Gramsci. Non solo perché le formazioni politiche di sinistra non fanno di Gramsci un riferimento davvero centrale della propria cultura, avendolo per anni sostituito da una parte con i «liberali» Gobetti e Rosselli (dei quali però si ignora il radicalismo) e dall'altra con l'esaltazione di un movimentismo lontano da ogni pratica egemonica. Le ragioni sono più di fondo. In primo luogo, l'idea di classe è stata oscurata, non importa se dalla categoria di cittadinanza o da quella di moltitudine, e non vi è più il tentativo di elaborare e diffondere una concezione del mondo che parta dalla centralità, dai bisogni e dalla liberazione del lavoro. Poi perché alla cultura come «formazione dell'uomo» si dà una importanza sempre più residuale. L'editoria impegnata è sempre meno letta, i giornali crescono in volume e pubblicità man mano che scemano di livello, le tv pubbliche rincorrono quelle berlusconiane. Allo stadio si vorrebbero opporre all'azione egemonica dell'estrema destra slogan antifascisti che convincono solo chi è già d'accordo, senza alcuno sforzo di tentare di «fare politica». E la distruzione della scuola pubblica intrapresa dalla Moratti era stata preparata dai governi di centrosinistra, che persino il sapere e la formazione avevano voluto contabilizzare sulla base di «crediti» e «debiti», quasi si fosse in banca. Scusate, ma non era proprio Gramsci a sottolineare come anche il linguaggio non sia neutro, come una «concezione del mondo» si esprima e si modifichi proprio a partire da esso?
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