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Riflessioni sulla rete dei movimenti e la polemica sul «potere»
Il forum di Caracas ci dice:
non possono esserci governi “amici”


di Piero Bernocchi da Liberazione del 2/2/2006


Fin dalla nascita il Forum sociale mondiale (Fsm) e i Forum continentali (quello europeo in primo luogo) sono stati attraversati da grandi problematiche/contraddizioni teoriche, politiche e pratiche.
E cioè: 1) i Forum sono luogo solamente di discussione e circolazione delle idee o anche luogo di organizzazione di lotte politico-sociali forti e coordinate e di costruzione di una rete mondiale antiliberista in grado di agire e di influenzare le decisioni politiche e sociali mondiali come anche quelle dei singoli paesi?
2) I Forum sono un evento o un processo? E cioè, quale struttura organizzata permanente, tra un “evento-Forum” e l’altro, si dà il “processo”, consapevole che in assenza di strutture consistenti tra un Forum e l’altro, il processo di trasformazione del movimento antiliberista si perde o viene affidato alla “politica politicante” e prevale “l’evento”, destinato alla ripetitività e alla stanchezza?
3) L’unità formale che nei Forum si realizza sull’opposizione al liberismo e alla guerra vede prevalere nella piattaforma globale l’anticapitalismo (cioè la coscienza dell’incompatibilità delle richieste del movimento con il sistema dominato dal profitto, dalla merce e dallo sfruttamento del lavoro) o si ritiene che basti contrastare le punte più “aspre” del capitalismo (il “liberismo selvaggio”), rivendicando un “keynesismo del XXI secolo”, immaginando in qualche modo compatibile il capitalismo con almeno una parte delle necessità popolari mondiali?
E infine 4): che rapporti stabilisce il movimento con il quadro istituzionale, con i governi (e in particolare con quelli “amici” o supposti tali), con i partiti, con le strutture amministrative locali e nazionali, con gli organismi transnazionali?



Lo “spirito di Caracas”
In tale quadro di domande epocali, si può senz’altro dire che il Forum mondiale di Caracas è apparso politicizzato in chiave fortemente anticapitalistica più di ogni altro precedente - e forse per questo largamente trascurato dalla grande (e non solo) stampa del nostro ultra-provinciale “paesetto” Italia, mentre la Cnn ha dato uno spazio enorme per dieci giorni a Venezuela, Bolivia e Cuba, i paesi e le esperienze che più hanno pesato nel Forum - ed ha dato molte, interessanti e combattute/contrastate risposte su questi temi, che, pur non dicendo (e non poteva né doveva farlo) cose conclusive e impositive per tutti/e in materia, delinea una proposta di Alleanza mondiale antiliberista (o piuttosto anticapitalistica tout court), ove movimenti e governi antiliberisti dialogano e si “interfacciano” con modalità e rapporti (e conseguenti rischi) tutti da sperimentare.

Ma per approfondire tali risposte bisogna tratteggiare il quadro politico latinoamericano che ha influenzato vistosamente lo svolgimento del Forum. Esso si è aperto con le immagini dell’insediamento al governo di Evo Morales in Bolivia, ingigantito non solo da Vtv (la televisione di Stato venezuelana, impostata nel bene e nel male come una “radio libera” di estrema sinistra anni ’70) e da Telesur (in via, invece, di innovativa sperimentazione stilistica) ma dalla stessa Cnn, che non ha risparmiato mezzi e uomini.

Fino all’anno scorso Evo era uno di noi, lavorava al nostro fianco nei Forum mondiali e in quello continentale americano. I suoi discorsi di insediamento, sia nella forma (il rito indio la mattina con l’abbigliamento conseguente di Evo e degli altri, il maglione informale del pomeriggio, gli interventi “da movimento” nella cerimonia, il tipo di invitati/e che parlavano) sia nella sostanza, erano improntati ad un anticapitalismo radicale, ad una contestazione globale di un secolo di politica imperialistica Usa, ad un rifiuto della guerra, della repressione e della sopraffazione politica a mio avviso senza precedenti.

La rivoluzione bolivariana
In contemporanea, il procedere rapido della rivoluzione bolivariana era davanti ai nostri occhi. E’ un processo assai complesso, difficilissimo e sul quale è bene non riproporre visioni romantiche. La società politica venezuelana è stata considerata fino a ieri la più corrotta del Sudamerica, il chè è tutto dire. I due partiti dominanti si sono scambiati ufficialmente (c’era un accordo scritto e pubblico) per decenni l’incarico di gestire il governo, alternandosi ad ogni legislatura. Tutto è stato lottizzato (insomma, un’Italia portata alle estreme conseguenze) attraverso accordi trasversali e tutto il personale politico amministrativo è stato comprato e anestetizzato. Tra Chavez e la base popolare, che confida in lui perché ne migliori le pessime condizioni di vita, c’era il vuoto che solo adesso e con difficoltà si comincia a riempire, utilizzando anche personale politico venuto dagli altri paesi latinoamericani e non solo.

E’ una “rivoluzione dall’alto” con tutti i rischi conseguenti, in cui Chavez tenta di dare un’identità al popolo con il ricorso massiccio a Bolivar e Miranda, eroi dell’indipendenza nazionale e dell’unificazione continentale. Il ricorso obbligato ad una parte del corrotto personale politico pre-esistente da una parte determina nella base chiavista un forte sostegno a Chavez ma un’altrettanto forte insofferenza verso molti/e che gli stanno intorno (ed è stato questo a determinare l’elevatissimo astensionismo alle ultime elezioni); dall’altro rafforza l’opposizione dei “contra” che per fortuna ha problemi ancor più gravi di carenza/mediocrità del quadro politico, la quale però ha tra i principali argomenti sia il fatto che Chavez non ha cambiato la corruzione e la gestione pubblica, sia il fatto che il ricorso massiccio ai quadri politici e sociali (in primis medici e insegnanti cubani) stranieri sta emarginando parti consistenti della società venezuelana.

A proposito dei “contra” vanno modificate alcune immagini che ci eravamo fatti dall’Italia. Siamo stati ripetutamente “molestati” da gruppi di essi/e che più che violenti erano petulanti. Volevano convincerci (soprattutto noi italiani/e) della bontà delle loro ragioni: ma per look, discorsi e biografie essi/e, più che ricchi, apparivano piccolo-borghesi terrorizzati dal declassamento sociale, qualcosa di simile agli abitanti delle borgate italiane ad alta presenza di immigrati o ai i bolognesi che appoggiano l’aggressività razzista di Cofferati; e i loro quartieri “ricchi”, Chacao e Altamira, sono solo un po’ più puliti e ordinati del resto (Caracas ha un corpaccione che occupa un’intera valle, circondata da colline stracolme di misere baracche) e in qualsiasi città europea apparirebbero brutti quartieri di periferia. La loro manifestazione anti-Chavez è stata più o meno delle stesse dimensioni della nostra (valutata mediamente sulle centomila presenze): ma nella nostra prevalevano i non-venezuelani (i colombiani erano almeno diecimila; poi c’erano migliaia di cubani, ultra-inquadrati, tantissimi brasiliani e argentini, messicani e centroamericani, e persino molti statunitensi; pochi gli europei, con prevalenza di italiani, francesi, britannici e spagnoli) e a differenza di Porto Alegre o Mumbay le organizzazioni sociali locali erano pressoché invisibili.

Radicalità e autonomia dell’Assemblea dei movimenti
In questo contesto, si può senza ombra di dubbio dire che il Forum mondiale di Caracas abbia dato, rispetto ad ogni altra edizione, le risposte più radicali alle domande di cui sopra, soprattutto in tema di legami tra discussione e azioni di lotta, nonché partorendo piattaforme dichiaratamente anticapitalistiche e antimperialistiche. Il documento finale dell’Assemblea dei movimenti sociali ha presentato un ricchissimo programma di campagne e manifestazioni per il 2006 senza precedenti per quantità, qualità e linearità antiliberista e anti-guerra.

Certo ha influito molto il clima politico suddetto (e non dimentichiamo che tale linearità deve fare i conti con il panorama complesso emerso con tutta la sua ricchezza a Bamako e con quello altrettanto articolato che apparirà a Karachi, terzo “ramo” del Forum policentrico): però la radicalizzazione è anche il risultato di un processo mondiale di crescita dell’autorganizzazione e del collegamento di migliaia di reti e forze antiliberiste. La centralità della lotta alla guerra è stata netta: sulla base della piattaforma che abbiamo presentato come Forum sociale europeo, la mobilitazione mondiale del 18 marzo per il ritiro delle truppe dall’Iraq e dagli altri paesi occupati, contro la guerra permanente Usa e le basi militari, i rapimenti, le torture, le detenzioni illegali, per la fine dell’occupazione dei territori palestinesi e la creazione di un vero Stato palestinese, è stata il primo punto dell’agenda per il 2006. I quattro appuntamenti successivi riguardano le manifestazioni contro il Wto, il G8, la Banca mondiale, l’Alca, il vertice di Vienna euro-letinamericano. Poi, il Forum dell’educazione e quello della salute, le reti ambientali, delle donne, dei contadini e altre 30 campagne hanno riempito come non mai il calendario delle iniziative.

La Rete mondiale antiliberista, le polemiche, l’autonomia
Insomma, la grande Rete mondiale antiliberista - con componenti sempre più nette di trasparente anticapitalismo, in grado di darsi un programma globale per il superamento delle società basate sul profitto, la merce e la guerra e di mobilitare in permanenza verso tale obiettivo - ha fatto un significativo passo in avanti.

Per questo a me è apparsa fuori luogo la polemica sollevata da alcuni noti intellettuali - il gruppo di Le Monde diplomatique da una parte e Samir Amin e i sostenitori dello “spirito di Bandung” dall’altra - sulla inefficacia dell’azione di questa Rete. E’ una polemica strumentale perché, come rimedio, auspica un diretto coinvolgimento del movimento sul piano istituzionale e soprattutto mediante stretti rapporti diretti con i governi “amici” o supposti tali. Dietro tale polemica, c’è comunque una pressione preoccupante per costringere i movimenti sociali e le strutture dei Forum in un rapporto di subordinazione ai governi “amici”.

Non va dimenticato che Le Monde diplomatique ha suoi uomini tra i consiglieri più stretti di Chavez: e questo ha probabilmente indotto quest’ultimo ad esagerare un po’ nel suo discorso al Poliedro, parlando della possibile “folklorizzazione” e ininfluenza del movimento se «non si pone il problema del potere». Ma lo stesso Chavez si è corretto prontamente nell’incontro che ha avuto con noi (organizzato dai SemTerra brasiliani con rappresentanti dell’Assemblea dei movimenti sociali e di alcune forze politiche e sociali latinoamericane) sulla base del ricchissimo e radicale programma emerso dall’Assemblea e da lui letto attentamente. Chavez è passato ad un elogio sperticato del movimento, insistendo sul fatto che, non potendosi fare «il socialismo in un paese solo», i governi “amici” hanno assoluto bisogno del movimento antiliberista nel mondo.

Ma nello stesso tempo ci ha riposto il “problema del potere” che, non a portata di mano in Europa, è sembrata una richiesta di stretto collegamento con chi il potere ce l’ha già, e cioè lui, Lula, Kirchner, Castro, Morales ecc... Su questo, con un discorso interminabile (due ore e quaranta, ma niente rispetto alle sei ore e venti di un suo intervento alla Tv venezuelana) ha tolto illusioni a chi separa un Chavez di sinistra da un Lula di destra: non solo ha rivendicato lo stretto legame decisionale tra lui, Lula, Kirchner e Castro (e d’ora in poi con Morales) ma ha dato rilievo persino alla sua “forte amicizia” con il gruppo dirigente iraniano, passato e attuale, in una specie di effettiva riverniciatura di quello “spirito di Bandung” che il buon Samir Amin gli suggerisce da tempo.

Sic stantibus rebus e pur avendo chiarissimo il ruolo che questi governi dell’America Latina stanno svolgendo in chiave antimperialista e anti-Usa, ciò non può comportare la ricostituzione di nefaste sottomissioni a Stati-guida, magari spostandone “l’indirizzo” ogni quinquennio: e l’Assemblea dei movimenti (ove per la prima volta gli europei hanno avuto nella gestione un ruolo alla pari - anzi, il sottoscritto l’ha presieduta e ne ha fatto introduzione e conclusioni, nonché una buona parte della conduzione tecnica - con i latinoamericani) questo ha affermato con grande nettezza, rintuzzando anche proposte brasiliane e cubane di stampo ben diverso.

Nonostante la carica antimperialista e anti-Usa indotta dai governi venezuelano, cubano e boliviano, non possiamo considerare tali Stati a priori e di per sé “amici” e di fatto nostri Stati-guida: anzi, il movimento antiliberista non dovrebbe regalare a nessun governo, a priori, tale patente. La pessima esperienza del “liberismo alla brasiliana” di Lula dovrebbe aver insegnato qualcosa a quegli intellettuali sempre pronti a fare i “consiglieri di corte”, abdicando ad una seria funzione critica. Cercare di accodare i movimenti a governi “amici” è un pessimo servizio non solo per i movimenti ma anche per tali governi i quali, invece, vanno tenuti sotto esame - quand’anche partoriti sotto la pressione dei movimenti - senza sconti o cessioni di “sovranità”, come ci insegnano i movimenti popolari boliviani che hanno dato a Evo 90 giorni di tempo (magari esagerando un po’: ma si riferiscono a cambiamenti costituzionali e a nazionalizzazioni che non richiedono tempi epocali) per attuare le principali promesse da lui fatte. E questo deve valere anche per Chavez, nonostante il dialogo apertissimo e di grande interesse che abbiamo avuto in questi giorni e negli ultimi tempi.

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