home > la stanza del segretario   ultimo aggiornamento 6 dicembre 2004
 
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Una moderna lotta di classe

di Giorgio Cremaschi da Liberazione del 1/12/2004


E' stato il quinto sciopero generale contro Berlusconi, ma il governo seppur segnato da una crisi di consenso che le lotte hanno contribuito a determinare, va avanti. Confusamente, litigiosamente, ma va avanti. Dal 2001 ad oggi c'è stata un'incessante iniziativa legislativa per stravolgere la Costituzione materiale così come quella formale del paese. Alcune vie erano già state aperte in questa direzione dal liberismo temperato dei passati governi di centrosinistra. Da lì il governo è partito per scatenare il suo attacco teso ad imporre un altro modello sociale, un'altra cultura civile, un altro sistema di regole formali. Anche l'ultima manovra fiscale avviene in questo quadro.

Sarebbe sbagliato e subalterno continuare a polemizzare solo sulla mancata copertura della manovra. E' troppo semplice, il ministro del Tesoro prima o poi troverà il modo di far quadrare i conti. E' molto più importante invece vedere come li faranno quadrare questi conti. Con la riduzione delle spese sociali pubbliche, con l'aumento delle imposte indirette, con il taglio degli organici e delle paghe dei dipendenti pubblici. E' una parte sola, dunque quella che paga: il mondo del lavoro, la base sociale dei sindacati e quella politica del centrosinistra.

Nello stesso tempo però si distribuisce denaro, ai più ricchi di più ai poveri di meno, ma con l'idea di dare qualcosa a tutti. Sbaglia Eugenio Scalfari, in un suo pur lucidissimo articolo, a ironizzare sul cappuccino al giorno che la manovra fiscale regala a una parte del lavoro dipendente. O meglio, ha ragione purché però ricordi che per anni, salvo eccezioni, quella è stata la dimensione degli aumenti salariali contrattati.

Ora il governo fa la sua redistribuzione e cerca di essere competitivo con la passata politica della concertazione. Naturalmente i risultati non sono gli stessi, colpiscono e danneggiano di più il lavoro. Ma il disegno non può essere sottovalutato. Si toglie dai contratti, dai servizi, da tutto ciò che è pubblico e collettivo, per dare i soldi in mano alle persone. Che poi ai ricchi tocchi molto di più è semplicemente nella logica stessa della manovra. Che nasce dalla privata riappropriazione di ciò che è pubblico, dalla generalizzazione della logica dei buoni scuola, sanità, eccetera.

Il taglio delle tasse delinea così un'idea complessiva di società. Ove tutto ciò che è pubblico, collettivo, egualitario è un costo. Mentre tutto ciò che è privato, individuale, gerarchico, è un guadagno.

A tutto questo non ci si può opporre solo nel nome del rigore e della correttezza dei conti. E' necessaria un'altra idea della società, alternativa non solo a quella delineata dal liberismo populista, ma anche a quella che esce dagli effetti del conservatorismo burocratico dell'Europa di Maastricht.

Vogliamo davvero lasciare a Berlusconi il vantaggio di dir male di un patto europeo che sta facendo ristagnare l'economia dell'Unione, senza reagire alla spregiudicata politica Usa di svalutazione del dollaro e di deficit pubblico? Un patto che alimenta il peggiore liberismo, e che rischia di travolgere i sindacati e lo stato sociale nei paesi più avanzati d'Europa. Se Berlusconi vuol mettere in discussione da destra Maastricht, magari per aumentare la spesa militare come ha dichiarato, non per questo bisogna difendere quel patto, ma anzi questa è l'occasione per affermare un altro progetto di sviluppo.

Tutto il sistema industriale è in difficoltà o in crisi. La globalizzazione liberista ha brutalmente messo in evidenza tutte le debolezze strutturali del sistema imprenditoriale italiano. Dalla Fiat, alla Barilla, il privato non ce la fa a garantire investimenti e sviluppo. Le multinazionali, come la Thyssen a Terni, fanno e disfano sulla base di loro insindacabili strategie. L'informatica e tutti i settori densi di ricerca e tecnologia, sono stati sacrificati sull'altare delle privatizzazioni e della televisione. Così la Telecom svende Finsiel, ultimo grande gruppo informatico. Ebbene tutte queste crisi non possono essere risolte senza un ritorno in campo di una forte e rigorosa mano pubblica. Bisogna dunque contrastare la politica del governo attuale, ma senza rimpianti per l'eccessiva fiducia nel mercato di quelli precedenti. Se non si fa un'altra politica di sviluppo il sistema economico finirà per assestarsi su un nuovo attacco ai diritti sociali e al costo del lavoro. E qui si potrebbe chiudere il cerchio a favore delle politiche del governo. Che non a caso, con la manovra fiscale ha voluto dare il segnale dell'attacco al contratto nazionale, partendo da quelli pubblici.

Si vuole mettere in discussione il contratto nazionale come istituzione unitaria ed unificante del lavoro, questo è l'unico obiettivo che manca ancora all'appello nell'attuazione del libro bianco del governo. Anche qui non basta denunciare il disegno avverso. Bisogna contrapporgli un'alternativa, rafforzando e non indebolendo, il contratto nazionale. Bisogna rivendicare la crescita dei salari contrattuali come alternativa alla politica delle mance e come vero strumento per la ripresa dei consumi. Bisogna abrogare la legge 30, per andare oltre la precarietà diffusa prodotta già dal pacchetto Treu. Bisogna fermare il degrado della condizione di lavoro ricostruendo un potere del sindacato dei lavoratori nelle imprese.

Fisco e stato sociale, politiche industriali e di sviluppo, contratti e condizioni di lavoro, su tutti e tre questi fronti non si può restare solo sulla difensiva di fronte agli attacchi del governo e delle forze liberiste. E' vero, con molte sue misure il governo fa propaganda. Allude a un preciso modello sociale, a una società di mercato che può essere la vera base elettorale di Berlusconi. Ma questa propaganda legislativa, incide, colpisce, distrugge. La risposta allora è quella della costruzione, passo dopo passo, lotta dopo lotta, di una diversa politica, fondata su una diversa idea della società. E' in atto un conflitto aspro di interessi e di strategie, che coinvolge tutte le principali classi sociali del paese. Per questo è impossibile il ritorno alla concertazione degli anni Novanta. Occorre costruire un nuovo blocco sociale per lo sviluppo democratico e questo lo si fa solo con la continuità del movimento di lotta.

Non saranno certo i centristi ed i moderati, come s'è visto, a fermare l'attacco di Berlusconi. Non lo farà neppure la Confindustria di Montezemolo, che rischia di comportarsi come l'Udc. Solo i lavoratori possono imprimere una svolta al paese, come hanno già fatto fermando il governo sull'articolo 18 e fermando l'attacco ai diritti in tante vertenze aziendali e di settore. Il liberismo populista può essere fermato solo da una moderna e partecipata lotta di classe.

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