Il governo non è un pranzo di gala
di Rina Gagliardi da Liberazione del 28/1/2007
Discutendo con Cremaschi e Revelli
Non sono sicura di aver capito bene che cosa propongono Giorgio Cremaschi e Marco Revelli nell’articolo pubblicato su “Liberazione” di venerdì 26 gennaio: chiaro e comunque esplicito è il giudizio critico sul governo Prodi, assai meno trasparente è la conclusione, rivolta alla sinistra radicale, che essi invitano a trarne. Uscire dalla coalizione e far cadere il governo? Alzare il tiro della battaglia interna all’Unione e innalzare la posta della permanenza all’interno dell’alleanza? Intensificare l’iniziativa di movimento e l’opposizione sociale? In tutta evidenza, non si tratta solo di scelte molto diverse l’una dall’altra, ma di analisi differenti, che muovono da differenti presupposti. Nel primo caso, si ritiene che non ci siano più le condizioni minime (se mai esse ci sono state) per mantenere il patto politico-programmatico, che ha portato alla nascita dell’Unione e alla vittoria pur risicata di aprile: insomma, è venuta l’ora di “sfilarsi” dalle responsabilità di governo e di tornare alla collocazione “naturale” della sinistra, l’opposizione politica. In questa visione, le “colpe” principali vanno addossate a Prodi e alla maggioranza dell’Unione, in specie alla sua componente così detta “riformista”.
Nel secondo caso, l’accusa implicita alla sinistra radicale è quella di non saper né contrattare né combattere a dovere: insomma di essere cedevole, mollacciona, opportunista, di facile contentatura. Se è questa la posizione di Cremaschi e Revelli, è lecito discuterne – a me non pare proprio che sia così, o che finora sia stato così, ma, poiché la politica è sempre (per definizione) perfettibile, ogni stimolo critico, suggerimento, proposta è benvenuto. Nel terzo caso, si dice una cosa condivisibile – anzi “consustanziale” alla politica di Rifondazione e della sinistra radicale – che andrebbe per altro ragionata, riflettuta, precisata, anche e soprattutto rispetto a quello che un tempo chiamavamo “stato del movimento” (perché la mobilitazione pacifista generale è così latente? Perché gli stessi movimenti giovanili stentano a trovare protagonismo? O è tutta colpa del governo Prodi?). In tutti e tre i casi, mi pare, ricadiamo in discussioni antiche, che tante volte hanno attraversato la storia del movimento operaio, e in classiche dicotomie: governo\opposizione; ministerialismo\ antiistituzionalismo; politica\ movimento. Insomma, per poter svolgere, tra di noi, un confronto non scontato e magari utile, non sarebbe male capire qual è, nel tempo presente, il tema di partenza, o quello dominante. Con il conseguente, altrettanto classico, “che fare”
Intanto, certo, è giusto parlare del governo Prodi. Su un punto rilevante, Cremaschi e Revelli hanno ragione: intorno a noi, e dentro il popolo di sinistra, sono diffusi disagio, scontentezza, delusione. Non occorrono i sondaggi per capirlo – e per preoccuparsi: la contestazione degli operai di Mirafiori, o la rivolta di Vicenza, ci dicono che qualcosa di profondo non va, nel rapporto tra il governo, le sue scelte e il “suo” blocco sociale (ed elettorale) di riferimento. Che cosa, in sostanza, “non va”? Non certo, soltanto, la capacità di comunicare. Ma la difficoltà di collocare ogni passaggio specifico, ogni singola mossa, ogni scelta concreta all’interno di un progetto più generale: che sia forte e riconoscibile dai più. Questo è, a tutt’oggi, il limite maggiore di questi primi mesi di governo: un “pragmatismo” che finisce con l’apparire ora improvvisazione, ora pratica permanente del rinvio, ora esercizio diuturno di mediazioni quasi sempre defatiganti, e tali, spesso, da non soddisfare davvero nessuno, ora, e infine, scatto autoritario, come è accaduto sul raddoppio della base militare Usa del Veneto. Molti analisti convengono su questa analisi, come frutto inevitabile del carattere plurale e composito della coalizione. Della dialettica costitutiva tra la sinistra, il centro e le componenti moderate dell’Unione, aggiungiamo noi. E dunque? Dunque, per noi, per noi sinistra radicale, il governo – la scelta di stare in questo governo – configura, oggi come ieri, un “semplice” e faticosissimo terreno di lotta. Un “cantiere” dove si lavora per realizzare proposte, massime, medie e minime, e strappare i risultati più avanzati possibili e più coerenti con il programma pattuito.
Un luogo dove si danno e si prendono botte, cercando ogni volta di non farsi stritolare dall’alternativa perdente, “o si rompe o si cede”. Una leva per progettare i cambiamenti di lunga lena, sapendo che il cambiamento costa e non basta agitarlo.Tutto il contrario, per citare un vecchio Maestro, di un “pranzo di gala”.
Ora, al di là di questo giudizio certo non condiviso da Cremaschi e Revelli, mi pare che a monte, come si usava dire una volta, ci sia un ulteriore nodo da sciogliere, forse perfino un equivoco. Questo equivoco sta nell’assunzione di una sorta di “onnipotenza del Governo”, sia nel bene che nel male, non fondata sulla realtà attuale. Intravedo, addirittura, l’inseguimento di una “onnipotenza” della politica, che equivale a una sorta di politicismo rovesciato – che non a caso conferisce alla collocazione nella sfera politica, in questo caso l’opposizione, una funzione quasi salvifica. Che cosa voglio dire? Che il mio più forte dissenso dal contributo di Cremaschi e di Revelli è nell’idea di politica esplicitamente o implicitamente prospettata. Il ruolo dei governi, giust’appunto. Essi hanno forse un grande potere, il potere di plasmare nuovi rapporti e nuove forme sociali, nelle fasi rivoluzionarie – è accaduto all’indomani del ’17, nella Russia sovietica in formazione, o del ’49 in Cina. Ma questo potere diventa molto fievole nei periodi ordinari, ed è oggi diventato un “potere debole”, come tutta la politica. Non mi dilungo su una questione che ha appassionato a lungo il dibattito e prodotto un’ampia letteratura – per esempio, sul deperimento irreversibile degli stati nazionali, in alto e in basso, e delle leve decisionali centrali. Mi limito a dire che il bilancio di una compagine di governo va misurato anche rispetto a questi mutamenti, e ai nuovi parametri dei poteri proposti dal mondo globalizzato. E che la potenza relativa di un governo, paradossalmente, può oggi essere usata molto meglio, molto più funzionalmente, per opzioni restaurative o di destra, che non per strategie di sinistra – si pensi alle elaborazioni sul “governo minimo”, o al semplice non fare, lasciar fare al mercato, o alla relativa coerenza del governo Berlusconi. Ciò non significa, certamente, che il governo non possa far nulla o non conti nulla. Ma è certo che la battaglia per la trasformazione della società non può identificarsi in esso: essa ha altre sedi, altri luoghi privilegiati, altre priorità sociali, senza le quali nessun governo (neanche un monocolore di sinistra guidato dal mio amico Salvatore Cannavò) riesce non dico a rivoluzionare la società, ma a produrre riforme significative. Tra il Sessantotto e i primi anni Settanta, dall’opposizione abbiamo ottenuto risultati straordinari: dalla riforma delle pensioni allo Statuto dei lavoratori, dal divorzio al nuovo diritto di famiglia. E abbiamo abbattuto un progetto di riforma dell’università – il piano Gui – modificando in toto l’assetto di atenei, scuole, istituzioni culturali. Non eravamo al governo, no, e non ci sognavamo, allora, di andarci, ma avevamo chiari gli obiettivi da perseguire, e li perseguivamo in tutti i modi possibili: con le lotte, le vertenze, la mobilitazione dell’opinione pubblica, la ricerca culturale, i convegni, le alleanze. Sapevamo che il cambiamento, quando sia vero e reale, chiede tempo, energie, determinazione – e si può vincere, alla fine, anche nella sfera istituzionale.
Oggi siamo lontanissimi da quella temperie, il mondo in cui viviamo è largamente incomparabile rispetto a quello. Ma come si fa a pensare che la battaglia della sinistra – e dei movimenti – possa vincere in così breve lasso di tempo? Come si fa, dopo sei mesi effettivi, forse nemmeno effettivi, di governo Prodi, a emettere sentenze più o meno definitive? O a porre aut aut conclusivi? Un ultimo esempio. Cremaschi e Revelli pongono il tema della pace, della necessità di una svolta vera della politica italiana nella direzione della pace, e dell’autonomia dagli Stati Uniti d’America: d’accordo, è un’istanza di tutti noi, di tutti coloro che si sentono e sono sinistra, o anche solo schieramento democratico D’accordo – tre ministri del governo non hanno partecipato al voto, nel Consiglio dei ministri che ha varato il decreto sul rifinanziamento delle missioni militari, e quel decreto, per avere il nostro sì in parlamento, dovrà essere modificato. E’ una tattica “cedevole”? Lo è se si pensa che la lotta per la pace (e aggiungo sommessamente per una politica nonviolenta) debba incarnarsi in un solo atto, o in singoli atti simbolici – come il ritiro immediato delle truppe italiane da Kabul – e non sia, come in realtà è, un processo complesso, duro, difficile. Lo è se si ritiene, con una forte distorsione fattuale, che la politica estera di D’Alema sia equivalente a quella di Fini. Lo è, insomma, se si assolutizzano i problemi e si semplificano le questioni oltre il limite consentito. Cremaschi e Revelli temono una politica che si limiti alla riduzione del danno: hanno ragione. Ma io temo, ancora di più, una politica che fa della “massimizzazione del danno” la sua vera stella polare.
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