La finanziaria secondo noi
di Paolo Ferrero da Liberazione del 3/9/2006
La situazione del nostro paese è caratterizzata da una profonda crisi sociale. Una situazione di diffusa incertezza, di paura riguardo al futuro che si nutre di bassi salari, di precarietà nel lavoro, di affitti troppo alti, di servizi sociali troppo scarsi. Quella in cui viviamo è una società - al nord più che al sud - con i nervi a fior di pelle, che ha difficoltà ad immaginarsi un futuro positivo. Emblematica di questa situazione è la difficoltà ad elaborare collettivamente quella vera e propria rivoluzione che ci sta coinvolgendo nella trasformazione del nostro paese da terra di emigranti a luogo di arrivo di immigrati. In questa situazione le destre hanno fatto una scelta precisa di uso politico della paura, inventandosi via via nuovi nemici additati come i responsabili dell’incertezza collettiva. L’immigrato, lo zingaro, il drogato, il diverso diventano così i capri espiatori additati alla pubblica opinione come i nemici da espellere dalla comunità nazionale per darle forza e vigore. La destra usa la disgregazione sociale prodotta dalle politiche liberiste come luogo in cui costruire consenso passivo su un impianto politico di tipo fascistoide: è la guerra di civiltà ad uso interno.
La forza di questa ipotesi politica, impersonata da Berlusconi, la abbiamo vista all’opera negli anni scorsi e ne abbiamo saggiato la vitalità nella consultazione elettorale. La nostra risicata vittoria non ha cancellato questa situazione ma ha aperto la possibilità di una bonifica delle pozzanghere dell’insicurezza sociale in cui sguazza la destra. Per questo il governo dell’Unione andrà misurato sulla sua capacità di ridurre il grado di insicurezza sociale.
In primo luogo per questa ragione non siamo d’accordo con la politica economica proposta nel Dpef e ribadita dal ministro dell’Economia nel tracciare le linee di indirizzo della finanziaria. La politica economica annunciata ha aumentato l’ansia sociale e la paura; basti pensare agli annunci sulle pensioni che hanno avuto semplicemente l’effetto di far andare in bestia alcuni milioni di lavoratori e lavoratrici e di spingerne svariate decine di migliaia a imboccare senza perdere un minuto la strada della richiesta immediata di andare in pensione. Così come il ritardo con cui si affronta il problema della lotta alla precarietà del lavoro comincia a diventare imbarazzante. La sacrosanta reazione delle organizzazioni sindacali agli annunci di tagli alla spesa sanitaria e di allungamento dell’età pensionabile ci dicono che il primo inaccettabile effetto di quella linea economica sarebbe la dissoluzione della coalizione sociale che dapprima - con le lotte sulla pace piuttosto che sull’articolo 18 - ha messo in minoranza il governo Berlusconi nel paese e poi ha dato la spinta per poterlo sconfiggere sul piano elettorale. Questo governo può fare tante cose ma non una politica economica che seghi il ramo su cui è seduto, che disgreghi le forze sociali che ci hanno permesso di sconfiggere Berlusconi. Una scelta politica di questo tipo - che i poteri forti cercano in ogni modo di imporci - costituirebbe l’imbocco di una politica suicida in cui il liberismo temperato in materia economica si accompagnerebbe al neocentrismo in politica. Innanzitutto per questi motivi sociali e politici proponiamo di cambiare strada.
In secondo luogo la manovra economica si può fare in tanti modi. Lo stato comatoso dei conti pubblici che ci ha lasciato in eredità il governo Berlusconi è grave ma vi sono ottime possibilità di affrontare questa partita senza fare danni sociali. In primo luogo abbiamo proposto di aprire un vigoroso negoziato con l’Unione Europea per spalmare su due anni i tempi della manovra e poter così intervenire prioritariamente sul terreno della lotta all’evasione fiscale - che necessita di tempi medi per dare risultati tangibili - evitando i tagli alla spesa sociale. E’ infatti evidente che la vera anomalia dell’Italia rispetto al resto dell’Europa riguarda le dimensioni dell’evasione e dell’elusione fiscale, e in generale le dimensioni dell’economia sommersa e della rendita parassitaria, fondiaria e finanziaria. L’anomalia italiana si chiama Ricucci, non Cipputi.
L’apertura di un negoziato con l’Europa è stata fino ad ora rifiutata ma io credo vi siano ottime ragioni per continuare a richiederlo: è una proposta di buon senso, per nulla estremista, praticata negli anni scorsi da Francia e Germania. La costruzione dell’Europa sociale passa per la capacità di far valere le proprie ragioni a Bruxelles. In ogni caso, a prescindere dell’apertura della trattativa con l’Unione Europea, occorre battersi comunque per una riduzione dell’entità della manovra da fare nella prossima finanziaria. Grazie ai risultati della manovra di correzione sulle entrate fatta a luglio, con i provvedimenti di lotta all’evasione fiscale, ci troviamo oggi in una situazione che ci consegna significativi margini di manovra. In particolare, visto che oggi il deficit tendenziale si colloca al 3,8%, per rientrare sotto al 3% del rapporto deficit/pil bastano 12 miliardi di euro che si possono recuperare con il completamento della manovra sull’evasione ed elusione fiscale e con i provvedimenti di tassazione delle rendite. Ai fini di una migliore distribuzione del reddito si può tranquillamente abolire il secondo modulo della riforma fiscale di Tremonti (che tagliava le tasse ai redditi medio alti) per distribuire questi vantaggi fiscali sui redditi medio bassi. Si tratterebbe di 6 miliardi di euro da far passare dalle tasche dei ricchi a quelle dei poveri, dei lavoratori e dei pensionati senza costi aggiuntivi per lo stato e con un discreto beneficio per lo sviluppo economico. In questo contesto una lotta agli sprechi e ai privilegi nell’ambito della spesa pubblica potrebbe fornire le risorse per potenziare l’apparato produttivo e qualificare la spesa sociale sui terreni della casa e della lotta alla povertà senza il problema di avere il fiato sul collo da parte della Commissione Europea e senza fare tagli su pensioni e sanità.
Si tratta adesso di trovare i modi per convincere il governo e la maggioranza nel suo complesso a modificare la proposta di finanziaria per applicare fedelmente quanto previsto all’interno del programma che tutti insieme abbiamo scritto. Io penso che il percorso attraverso cui raggiungere questo obiettivo sia quello dell’allargamento della partecipazione. Quando abbiamo dovuto scegliere il candidato premier abbiamo fatto le primarie; adesso che dobbiamo costruire la finanziaria dobbiamo allargare la discussione nel paese. Dico questo nella piena convinzione che l’Unione non sia solo una aggregazione di partiti. L’Unione è un accordo tra partiti politici ma è anche il patto tra i partiti e “il popolo dell’Unione” sulla base di un programma. La nostra gente non può solo esser chiamata in piazza quando c’è da sconfiggere Berlusconi, deve essere chiamata a partecipare anche alla definizione delle scelte di politica economica. Per questo è necessario aprire la discussione nella maggioranza parlamentare ed è necessario aprire una vera discussione nell’Unione e nel paese a tutti i livelli sul modo migliore per applicare il programma.
Disturbare il manovratore, evitare ogni delega è il miglior modo per far vivere a lungo questo governo e questa maggioranza. Le ipotesi di sciopero annunciate dalle organizzazioni sindacali nel caso non si modificasse l’impostazione della finanziaria, non sono un’aggressione al governo ma il principale contributo che il movimento operaio può dare per la realizzazione del programma su cui l’Unione ha vinto le elezioni. Nell’assenza di partecipazione vincono i poteri forti e il neocentrismo. Nell’attivazione della partecipazione - nelle mille forme in cui questo è possibile - si può costruire una buona finanziaria e determinare la più grande riforma della politica che sia possibile fare: far coincidere i fatti con le parole; quelle dette in campagna elettorale, quelle scritte sul programma. La discussione è appena cominciata.
|