Riformare è necessario. E allora perché non un'imposta sulla spesa?
A proposito di consumi e fisco
di Luigi Cavallaro da Liberazione del 5/7/2005
Visto che non mi sono spiegato, provo a prenderla da un'altra parte. Magari riusciamo ad allargare lo sguardo e a superare reciproche (e inutili) diffidenze.
Che il carico fiscale debba essere ripartito fra tutti in ragione della capacità contributiva di ciascuno è generalmente condiviso e sta scritto nell'art. 53 della nostra Costituzione. Quel che la Costituzione non spiega è cosa testimoni della "capacità contributiva" di ciascuno: il reddito, il patrimonio, i consumi o altro ancora?
Lasciamo un momento da parte i tecnicismi e proviamo a ragionare all'ingrosso. E' noto che il nostro gettito fiscale proviene per un terzo dall'Iva, per un terzo circa dai contributi sociali pagati dalle imprese sulla forza-lavoro occupata e per un altro terzo dalla somma di Irap e imposte sul reddito delle persone e delle società. L'Iva e i contributi sociali sono in buona sostanza imposte indirette, perché colpiscono la capacità contributiva rivelata attraverso atti di scambio e di consumo, mentre l'Irap e le imposte sul reddito sono imposte dirette: colpiscono cioè le imprese in base alla spesa in fattori produttivi e le persone fisiche e giuridiche in base al reddito guadagnato.
Su chi gravano, in definitiva, queste imposte? Se consideriamo che le imprese e i lavoratori autonomi hanno, in un sistema di mercato, il potere di trasferire sui prezzi qualunque onere a loro carico (incluso quello fiscale) e che questo potere è tanto più grande quanto più scarsa è la concorrenza, si capisce facilmente che, a prescindere da chi sia, di volta in volta, il contribuente "percosso" (vale a dire, colui che formalmente deve pagare l'imposta), i contribuenti "incisi", in ultima analisi, sono i lavoratori dipendenti e i consumatori.
I primi sono chiamati a ridurre le loro pretese retributive quanto maggiore è il carico dei contributi sociali, visto che questi ultimi concorrono a formare, insieme alle retribuzioni, il costo del lavoro che complessivamente grava sulle imprese; i secondi sono chiamati a pagare prezzi più alti per rifondere alle imprese e ai lavoratori autonomi il costo dell'imposta a loro (formale) carico.
Basterebbero già queste scarne considerazioni per convalidare il giudizio sprezzante con cui Marx liquidava, già un secolo e mezzo fa, le pretese di fare della "questione fiscale" il perno di una strategia riformatrice: "la riforma dell'imposta - egli scriveva - è l'idea fissa di ogni riformatore borghese economista" e "tutte le indagini e i dibattiti sull'imposta presuppongono la stabilità eterna di questi rapporti borghesi" di produzione, distribuzione e scambio. Come dire: non sprecate troppo fiato e tempo sui temi del fisco, ché tanto alla fine a pagare son sempre gli stessi.
C'è però un altro modo di guardare alla questione della ripartizione del carico tributario, facendo tesoro dell'insegnamento marxiano e implementandolo con quello keynesiano. Si tratta, in buona sostanza, di negare in radice l'assunto da cui muovono i "riformatori borghesi", vale a dire che le imposte debbano servire a provvedere il settore pubblico dei mezzi con cui offrire beni e servizi, e di considerare piuttosto l'imposizione fiscale come uno strumento di cui i pubblici poteri possono disporre (unitamente alla politica monetaria e alla politica di bilancio) per assicurare un ordinato sviluppo economico e sociale.
Da questo punto di vista, l'obiettivo principale dell'imposizione fiscale non è più quello di concorrere al finanziamento delle spese pubbliche per sanità, previdenza, infrastrutture, ecc., ma diventa quello di regolare la domanda espressa dal settore privato dell'economia, così che il settore pubblico possa variare la propria spesa (in avanzo o in disavanzo) in modo da conseguire non soltanto la piena occupazione, ma anche una struttura della produzione orientata secondo priorità decise politicamente e condivise socialmente.
Chiariamo un punto. "Condivise socialmente" significa, tra l'altro, che gli operatori privati debbono trovare economicamente più conveniente produrre certe cose piuttosto che certe altre. Significa, per fare solo un esempio, che debbono trovare più redditizio quell'"impegno massiccio di rimboschimenti su tutta la fascia alpina e prealpina", che Fabrizio Giovenale giustamente auspica per salvare il Po, piuttosto che produrre gipponi inquinanti. E' certo compito dei pubblici poteri creare queste convenienze attraverso incentivi e disincentivi fiscali, ma non possiamo dimenticare che l'impresa privata (inclusa quella nonprofit) opera col vincolo della remunerazione del capitale preso a prestito. Non tenerne conto è puerile, salvo che si voglia procedere alla nazionalizzazione integrale dell'industria e alla soppressione del commercio (incluso quello equo e solidale), nel qual caso sarebbe bene dirlo una volta per tutte.
Considerando le imposte come qualcosa che non deve servire ad evitare i disavanzi, ma a prevenire l'inflazione, il sistema fiscale più semplice ed efficace sarebbe probabilmente quello indicato da Nicholas Kaldor in un saggio pionieristico del 1955: due imposte, una sulla spesa personale, l'altra sulla spesa in conto capitale delle imprese. Lo scopo della prima, presumibilmente quella che apporterebbe maggior gettito, sarebbe quello di limitare la domanda di beni di consumo a quella frazione delle risorse che la comunità, per mezzo dei pubblici poteri, desidera destinare al consumo individuale; obiettivo della seconda sarebbe quello di stabilizzare la domanda di investimenti delle imprese.
In questo modo, il dibattito odierno circa la necessità di rendere ecologicamente sostenibile il livello dei consumi privati e pubblici (che è qualcosa che chi scrive non si sogna minimamente di revocare in dubbio) verrebbe a collocarsi su una base di merito, certamente più utile, dal punto di vista teorico e politico, delle insistite giaculatorie sulla necessità di consumare "di meno", che però non si danno carico di precisare chi, come e in che misura dovrebbe farlo. Potremmo perfino prendere sul serio la recente proposta di Giulio Tremonti (di cui chi scrive è notoriamente un apologeta, come ha ben chiarito Giovenale) di varare un programma europeo di spese pubbliche da finanziare mediante un'emissione di "union bond", cioè di titoli del debito pubblico denominati in euro, senza tema che ne vengano ponti sullo Stretto o fiumi di telefonini.
Si può aggiungere che un'imposta sulla spesa personale eliminerebbe di botto tutta la ridda di problemi circa la tassazione delle rendite finanziarie. Che sorge, a ben vedere, dal fatto che guadagni di diversa provenienza mal si prestano ad essere ridotti ad espressione della medesima "capacità contributiva". Per fare solo un esempio, anche se è vero che centomila euro guadagnati in occasione di una fortunata speculazione di borsa rappresentano una ricchezza disponibile per il soddisfacimento di bisogni personali, è altrettanto vero che non danno origine ad una capacità di spesa analoga a quella espressa da chi guadagna la stessa cifra ogni anno.
Di fatto, è sulla necessità di differenziare il trattamento fiscale di guadagni del genere che si è costruita nel tempo la legislazione di favore per le rendite finanziarie - interessi, dividendi, capital gains, ecc. Ma se è vero che si tratta di "capacità di spesa" differenti, che non si prestano ad essere trattate d'autorità nel medesimo modo, è altrettanto vero che, assumendo la spesa effettiva come criterio per misurare la capacità contributiva, si vengono a risolvere automaticamente tutti i problemi derivanti dalla non confrontabilità dei redditi di diversa provenienza: se di quei centomila euro guadagnati in borsa io ne spendo cinquantamila per comprare una Ferrari (di seconda mano, ovviamente!), sto rivelando io stesso alla comunità di quanta "capacità di spesa" dispongo nell'anno in corso.
Non è superfluo, infine, sottolineare che un'imposta sulla spesa attenuerebbe non poco i problemi che al sistema fiscale derivano dal peso sovrabbondante che sulla nostra struttura produttiva hanno la piccola impresa e il lavoro autonomo. Il prelievo sul reddito (lo ha ricordato recentemente Marcello de Cecco) funziona solo in presenza di economie basate sulla grande impresa e sull'occupazione regolare e mostra invece la corda dove autonomi e "sommerso" fanno legione. Se incentrassimo il prelievo sulla spesa, invece che sul reddito, potremmo finalmente indagare a ragion veduta sul tenore di vita di certi contribuenti che dichiarano zero e, chissà come, mantengono ville, auto lussuose e qualche yacht: ci sono molti modi per nascondere il reddito, ma non altrettanti per spendere denaro senza lasciare tracce visibili, e il rischio di essere scoperti sarebbe di gran lunga maggiore con una dichiarazione grossolanamente incompleta della spesa di quanto attualmente non sia con denunce grossolanamente inveritiere dei guadagni.
Non so se esista a sinistra un consenso intorno a proposte del genere. So soltanto che, ad un livello inferiore, la battaglia culturale e politica, per quanto voglia ammantarsi di "radicalismo", è persa in partenza. E che sarebbe il caso di cominciare a discutere di questioni di merito, e non solo di leadership, primarie e amenità del genere.
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