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DOPO L'IRAQ

di Giulietto Chiesa del 21/04/2003


Il futuro dell'Europa sarà centrale per qualunque ipotesi di risposta organizzata e realistica all'offensiva fondamentalista che viene da Washington. Ma lo stato dell'arte ci mostra che il «ricucitore» della frattura irachena è niente meno che Blair, colui che più di tutti ha contribuito a produrla. L'ingresso in Europa dei dieci pasdaran a sovranità limitata rischia ora seriamente di dare un colore a stelle e strisce alle prossime deliberazioni europee. Infine il semestre che si apre sarà a guida italiana, cioè organizzato dal secondo protagonista della spaccatura europea. Stanti così le cose l'Europa sarà guidata allo sfacelo e aggiogata al carro di Bush. Le più alte cariche del nostro stato, incuranti di questo quadro, incoraggiano l'opposizione a una politica bipartisan, come se il prestigio del nostro paese potesse essere definito dal suo grado di acquiescenza alle volontà altrui.

Per quanto concerne l'opposizione, Margherita e maggioranza ds hanno fatto (specie nel voto sulla missione in Iraq) tutto quanto era in loro potere per adeguarsi alle posizioni di Berlusconi. Cosa si propongono? Non certo di raccogliere voti a destra. Quelli, su quelle posizioni, li prende Berlusconi in ogni caso. Forse si propongono di evitare elezioni anticipate, dalle quali temono, giustamente, di uscire frantumati. Ma nemmeno in questa recondita ipotesi possono sperare clemenza.

L'emissario dell'imperatore non concede spazio. Se sa di poter «spegnere» il nemico, lo spegne. Per fare una politica bipartisan bisogna essere in due e Berlusconi non fa regali. Ma l'opposizione di centrosinistra non si dà per vinta e insiste, conservando il silenzio, compiacente, anche di fronte a un capo del governo che viola tutte le regole della politica. E' in questo contesto che la maggioranza dell'opposizione ha deciso di spezzare i rapporti con il movimento democratico contro la guerra e, con ciò, anche con una parte molto ampia del proprio stesso insediamento elettorale. In cambio di nulla, apparentemente. Un ennesimo suicidio, apparentemente, poiché in questo modo nessuna vittoria è possibile, né nell'immediato, né in una prospettiva più lunga.

Tutto ciò è talmente evidente che non è possibile supporre che non sia stato visto da vecchi marpioni come D'Alema e i suoi luogotenenti. Dunque questa sconfitta programmata a cosa punta? A una conservazione «assicurata» di una fetta, sebbene sempre più ridotta, di spazi parlamentari e di governo locale. E a una prospettiva, su quelle basi esigue, di compartecipazione al potere degli altri, nell'ambito di una nuova vittoria di Berlusconi, in posizione e collocazione di un centro-centro-sinistra (con qualche pennellata di centro-destra), cioè con una specie di liberal-socialismo già velocemente ribattezzato come riformismo. Tutto un vocabolario di parole che hanno perduto ogni significato.

Definire tutto ciò un tradimento nei confronti del popolo democratico è banale, inadeguato e anche un po' «retro». Questo tradimento, del resto, è già stato consumato da tempo, anche se non era facile registrarlo e capirlo da quei milioni di sostenitori che non volevano perdere ogni speranza, sempre più sfiduciati comunque da un'opposizione sempre meno degna di questo nome.

Dunque non di tradimento si deve parlare, ma di un giudizio sulla situazione - che costoro sembrano avere istintivamente metabolizzato - così assolutamente privo di prospettive da non contenere più alcuna via d'uscita se non la resa. Ci si accinge dunque a piegare la schiena sotto la bufera scatenata dai «trozkisti» della rivoluzione permanente che hanno preso il potere a Washington. Tutti nel solco tracciato dalla spada di Bush, anche a costo di sacrificare la Costituzione (non solo l'articolo 11, già seppellito in modo bipartisan), l'Europa, le Nazioni unite.

Sono loro i veri catastrofisti, che hanno già proclamato la resa. Bisogna dunque lasciarli soli a consumarla, senza perdere altro tempo. Inutile attendere che producano altre rotture, perché quella essenziale l'hanno già prodotta. Sergio Cofferati dovrebbe rompere un indugio che è certo segno di grande responsabilità per gl'interessi della democrazia e del paese, ma non può più dare frutti e, anzi, rischia - se prolungato - di produrre danni. Occorre lavorare adesso, da subito, per costruire un altro e nuovo punto di aggregazione politica, democratico e di sinistra, laico e cattolico, che non escluda nessuno di coloro che sono contro la guerra di Bush, e che punti a unire sul serio tutti coloro che vedono la tragedia incombente e vogliono evitarla.

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