home > la stanza del segretario   ultimo aggiornamento 18 agosto 2003
 
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Bertinotti risponde ... sul confronto col centrosinistra
da Liberazione del 3 agosto 2003


Caro Marco, tu ritorni su un tema che abbiamo più volte trattato anche in questa rubrica. Naturalmente comprendo che riguarda una questione assai importante, cioè il nostro eventuale accordo politico elettorale con il centrosinistra, ma vorrei evitare che diventasse una sorta di tormentone. A questo scopo propongo di fissare la nostra attenzione su alcuni punti di analisi, su un possibile ragionamento che da essi parte e sulle conclusioni cui possiamo arrivare. Penso che così ognuno di noi possa contestare l'analisi, oppure i passaggi successivi del ragionamento, infine le conclusioni cui si giunge. Oppure il nesso che collega gli uni agli altri. Quello che però dovremmo evitare è di immiserire la nostra discussione in una sterile contrapposizione di tesi precostituite che non fanno avanzare il dibattito da nessun punto di vista. Ecco perché mi permetto di riassumere, seppure in forma necessariamente stringata, alcune convinzioni che ho maturato e di offrirle alla pubblica contestazione. Se questa avverrà in forma precisa, sarà in ogni caso utile per tutte e per tutti, facendo salva naturalmente la scelta di ognuno.

Primo. Noi siamo immersi in una fase di crisi della globalizzazione capitalistica a livello mondiale. Crisi non vuole dire crollo, né fine imminente e tantomeno automatica. Ma vuole dire che siamo di fronte ad una fase di transizione e di cambiamento dall'esito incerto e impregiudicato. La crisi si manifesta in più modi, tutti evidenti. Vi è la crisi economica mondiale che vede la maggioranza dei paesi capitalistici conoscere una fase lunga e dalla fine non prevedibile attraversare un periodo di stagnazione che assume in più punti i tratti di una vera e propria recessione. Vi è una crisi di consenso poiché molti popoli si rendono conto che le magnifiche sorti progressive della globalizzazione sono un imbroglio, perché moltissimi stanno peggio di prima persino in termini assoluti oltre che relativi. Vi è una crisi politica, poiché gli organi di governo tradizionali della globalizzazione sono travolti dal ruolo della guerra costituente, infinita e preventiva. E vittorie, come quella in Iraq, accentuano invece che risolvere questa crisi. La situazione non è quindi uguale a qualche anno fa. La globalizzazione capitalistica ha cessato la sua fase espansiva, è entrata in una fase di crisi. Attendo eventuali analisi diverse.

Secondo. Le forze di destra nel mondo sono più che mai all'offensiva. Ma la conducono più che mai nel segno della guerra e della restrizione dei diritti e della democrazia, che non con la ricerca dell'egemonia. Nel nostro paese il rapporto tra la popolazione e il governo delle destre, che pure aveva ottenuto un indubbio consenso, ha subito un'evidente incrinatura. Questa mette a nudo contrasti interni tra le forze politiche che compongono la maggioranza e il governo. Ogni giornata e ogni vicenda aggiunge ormai un nuovo capitolo in questa storia. Questo non basta affatto a rendere certa la sconfitta delle destre, ma rende la loro posizione più instabile e fragile. Nessuna forza politica di opposizione può quindi trascurare la necessità di costruire le condizioni per sconfiggere le destre e il governo e non può non avvertire che questo compito può concretamente porsi anche in tempi anticipati rispetto alla normale durata della legislatura, indipendentemente dalle preferenze di ognuno rispetto alla data di questa scadenza. Il centrosinistra da solo non lo può fare ed è ovviamente escluso anche per noi. O no?

Terzo. La crisi della globalizzazione non stringe solo sulle destre ma anche sulle sinistre. In particolare spariscono gli spazi per ipotesi politiche classicamente riformiste. Non parlo solo dell'evidente fallimento del progetto dell'Ulivo mondiale, della crisi profonda di credibilità di Tony Blair, ma anche della consapevolezza di sinceri e importanti riformisti avanzati, come Giorgio Ruffolo, della impraticabilità delle tradizionali vie riformiste al fine di ottenere dei risultati. Il problema non sta ovviamente nella scelta del "tutto e subito", ma nella difficoltà di ottenere dei cambiamenti anche parziali che avviino una fase di trasformazione. Per riuscirci oggi vi è bisogno di un'assai di più di radicalità rispetto al passato e questa novità comporta un cambiamento di atteggiamento in molte parti della sinistra. Oppure vi è chi pensa che siamo di fronte ad una ripresa delle politiche socialdemocratiche?

Quarto. La gabbia del centrosinistra italiano non si è rotta, ma ha subito dei durissimi colpi. Questi sono provenuti più dall'esterno, dal ruolo di movimenti, che non dall'interno, cioè dalla soggettività delle forze politiche. Ma questo dovrebbe essere considerato da noi più un bene che un male, più un vantaggio che uno svantaggio. Il centrosinistra è assai meno forte e compatto di prima. Vi sono forze al suo interno che hanno più vicinanza di posizioni con noi che non con altre forze del centrosinistra. Forze del centrosinistra hanno prodotto un'apertura verso i movimenti che noi non possiamo trascurare né limitarci a considerare come strumentale, anche se in più di un caso lo è. Tutto questo permette oggi di progettare con l'insieme del centrosinistra un confronto reale per metodi contenuti fino a ieri inimmaginabile. Così in effetti è accaduto in alcuni importanti luoghi nelle recenti elezioni amministrative. Non capisco perché tu voglia negare o immiserire questi risultati. Ad esempio a Roma e nel Friuli si è condotto un confronto vero, con la partecipazione di più soggetti, che ha creato un effettivo consenso e ha prodotto un risultato vincente. Questo naturalmente è solo un primo passo e non garantisce che i buoni obiettivi siano poi effettivamente perseguiti. Per questo la nostra presenza nelle giunte deve essere qualificata. La cosa peggiore che possiamo fare è circondare le compagne e i compagni che ricoprono questi incarichi di un'aura di sospetto di quale non si capisce bene arrivismo. Abbiamo dimostrato, con l'esperienza del governo Prodi di produrre scelte reversibili rispetto alle collocazioni di governo, anche dovendo pagare prezzi elevati. E non ne siamo pentiti da nessun punto di vista. Rifondazione comunista non è il figliol prodigo, al contrario si è conquistata il rispetto di altri per aver una precisa identità nel campo delle sinistre. O qualcuno può porre in serio dubbio che l'autonomia del nostro partito sia a rischio?

Quinto. La legge elettorale vigente non l'abbiamo voluta noi. Infatti vogliamo cambiarla e guardiamo con interesse al manifestarsi di una qualche riflessione su questo tema ovunque essa si produca. Ma allo stato dei fatti dobbiamo ragionare con le regole vigenti. Non c'è dubbio che queste hanno prodotto una penetrazione della logica maggioritaria, cioè della scelta tra due soli schieramenti, anche in ampli strati popolari. Lo stesso dato elettorale che ci riguarda strettamente e che si è realizzato nelle recenti elezioni amministrative, lascia pochi margini di dubbio al riguardo. E' inoltre facilmente prevedibile che quando al momento del voto molti riterranno di aver a portata di mano la possibilità concreta di sconfiggere il governo e le destre questo atteggiamento sarà ancora più diffuso. O c'è qualcuno che è in grado di dimostrare che si può prescindere da questo comportamento diffuso nell'elettorato.

Sesto. Mi pare difficile che nell'attuale situazione si possa prescindere allegramente dal bisogno di assicurare ai comunisti e alle forze di alternativa una presenza nelle istituzioni significativa anche se non numerosa. Quest'ultima verrebbe messa a serio rischio da una scelta non sentita come inevitabile di partecipazione solitaria al voto. Non credo che al movimento sarebbe utile un esito di questo genere. Se dovesse accadere quest'ultimo sarebbe inevitabilmente, e giustamente a quel punto, spinto ad aprire interlocuzioni con altre forze diverse da noi. Nello stesso tempo il rapporto e il confronto con le altre forze della sinistra avverrebbe in condizioni per noi più sfavorevoli. La stessa costruzione di una sinistra di alternativa in Europa e in Italia, subirebbe un danno e un rallentamento da una estraneità dalle istituzioni di Rifondazione. In altre parole possiamo dire che il nostro progetto di alternativa si basa proprio su una critica a quello dell'alternanza, in quanto propone un orizzonte più ampio e diverso, ma per affermarsi concretamente nella nostra società non può scartare il compito che ha di fronte, cioè quello di contribuire in modo determinante - perché di questo si tratta - alla realizzazione della sconfitta delle destre. Questo non significa affatto postulare che la presenza dei comunisti nelle istituzioni è un dovere sempiterno e assoluto. Vi sono condizioni e fasi in cui questo è impossibile o non opportuno. Ma c'è qualcuno che di fronte alle nostre potenzialità e ai nostri compiti di adesso può realmente pensare di trovarsi in una situazione simile?

Non pretendo di avere esaurito tutte le questioni e di avere posto tutte le domande giuste. Ma rispondere ad esse significa spingere avanti la discussione fra noi e toglierla dalle secche improduttive della pura ripetitività.

Il confronto con il centrosinistra è una necessità, un passaggio ineludibile. La sua concreta possibilità è un successo nostro e dei movimenti. Proprio per questo diventa decisiva la questione del metodo. Infatti ogni confronto tra forze diverse non può essere concluso, anche nel migliore dei casi, con il prevalere di una sola opinione nella sua integrità. Ma ciò che rende accettabile la mediazione non è solo la qualità del suo prodotto finale, ma anche, se non soprattutto, quella del suo percorso. Non vogliamo perciò fare un confronto a due, fra Rifondazione e il centrosinistra, ma a più voci e con più soggetti, chiamando in causa allo stesso livello movimenti, associazioni, esperienze organizzate o anche singole persone. Vogliamo costruire una sorta di "stati generali d'Italia" nei quali soggetti plurimi si confrontano per progressive determinazioni, affinano gli obiettivi di un possibile programma di alternativa alle destre e quindi di governo. La sua efficacia deriva proprio da questo, dall'essere condiviso in anticipo, perché maturato nel corso di un complesso processo di confronti. Qualunque sarà la tua scelta finale, ti chiedo perciò di non estraniarti, di essere partecipe con tutta la tua passione di questo percorso.

Circolo Che Guevara (Tor Marancia-Grottaperfetta) Via Fontanellato 69, 00142 Roma - 06.54.04.393