Materiali
del
Dipartimento Economia
Bollettino di informazioni a cura del
Dipartimento Nazionale Economia
Area Lavoro e Diritti Sociali
Partito della Rifondazione Comunista
Prosegue la strategia neoliberista
del Governo Berlusconi
Il Documento di
programmazione
economico-finanziaria 2004-2006
di
Andrea Ricci
(responsabile Dipartimento
Economia PRC)
q
Che cosa sono il Documento di programmazione
economico-finanziaria e la Legge Finanziaria
Lo strumento del Dpef
(Documento di programmazione economico-finanziaria) è stato introdotto
nell’ordinamento finanziario italiano con la legge n.362 del 23 agosto 1988. La
legge 362/88 interveniva a modificare le modalità di formazione del bilancio
pubblico annuale e pluriennale, determinate dieci anni prima dalla legge
486/78, con la quale venne istituita la legge finanziaria.
L’introduzione della legge
finanziaria fu determinata dalla necessità di superare le eccessive rigidità
nella formazione del bilancio statale. Prima della sua introduzione, infatti,
il bilancio annuale e pluriennale dello Stato era determinato automaticamente
dalla legislazione in vigore. In tal modo, gli stanziamenti di ogni singolo
capitolo erano derivati dall’insieme delle specifiche leggi di settore
approvate precedentemente. La modifica degli stanziamenti poteva avvenire
soltanto attraverso un complesso e laborioso lavoro di modifica e di
integrazione delle singole e specifiche leggi. Tale meccanismo non consentiva
di operare rapidamente ed efficacemente quegli aggiustamenti della manovra di
bilancio necessari a configurare una coerente politica fiscale, capace di
rispondere alla mutevole congiuntura economica. Attraverso la legge
finanziaria, invece, diventò possibile far precedere all’approvazione del
documento contabile, la modifica della legislazione esistente al fine di
conseguire una composizione degli stanziamenti di bilancio coerente con gli
obiettivi macroeconomici generali perseguiti. In tal modo si rafforzava la
capacità dello Stato di orientare l’andamento macroeconomico dell’intero
sistema produttivo. Per queste ragioni, la sua introduzione fu valutata
favorevolmente anche dalle forze di sinistra, compreso il PCI.
Sulla base della l. 486/78,
la legge finanziaria deve determinare: a) il livello massimo di indebitamento
pubblico annuale; b) le risorse da destinare a nuovi provvedimenti legislativi
da approvare nel corso dell’anno; c) le risorse da destinare alle leggi a
carattere pluriennale; d) le integrazioni e le modifiche alla legislazione
vigente avente riflessi sul bilancio pubblico. La legge finanziaria deve essere
approvata, insieme al bilancio dello Stato, entro il 31 dicembre di ogni anno.
L’esperienza dei primi
dieci anni di funzionamento, ha dimostrato che la legge finanziaria tendeva a
trasformarsi in una sorta di “legge omnibus”, dove venivano inseriti, da parte
del Governo e del Parlamento, una serie di provvedimenti eterogenei, e spesso
incoerenti tra loro. Tutto ciò che non si era riuscito a fare attraverso i
normali canali parlamentari, confluiva, spesso all’ultimo momento, nel
carrozzone della legge finanziaria. In questo modo, i tempi di elaborazione e
di approvazione della legge finanziaria si dilatavano e superavano il limite
della fine dell’anno, rendendo necessario ricorrere all’esercizio provvisorio
del bilancio. Veniva così meno il principale scopo per il quale la legge
finanziaria fu istituita, quello di determinare la manovra di bilancio ai fini
di obiettivi generali di politica macroeconomica.
Per queste ragioni la legge
362/1988 ha modificato il meccanismo di formazione del bilancio prevedendo: a)
la presentazione da parte del Governo del Documento di programmazione economico-finanziaria
entro il 15 maggio, e la sua approvazione in Parlamento entro il 31 luglio, in
cui sono definiti gli obiettivi programmatici della successiva manovra
finanziaria alla luce dell’evoluzione tendenziale del bilancio pubblico a
legislazione vigente; b) la presentazione da parte del Governo entro il 30
settembre della legge finanziaria e del bilancio programmatico, in coerenza con
il quadro generale definito nel Dpef. La legge finanziaria deve essere
strettamente limitata alla definizione dei provvedimenti direttamente collegati
alla determinazione delle voci di entrata e di spesa del bilancio annuale e
pluriennale, senza contenere provvedimenti normativi di altra natura.
q
Le proposte di
modifica delle modalità di formazione del bilancio pubblico
Negli ultimi mesi, sotto
l’impulso in particolare del Ministro dell’Economia Tremonti, si è aperto un
dibattito intorno alla necessità di modificare la modalità di formazione del
bilancio. Due in particolare sono i rilevi mossi dal Governo all’attuale
processo: in primo luogo, l’impossibilità di prevedere nel mese di luglio con
sufficiente precisione l’evoluzione dell’economia e del bilancio pubblico nel
successivo semestre; in secondo luogo, l’eccessivo ruolo parlamentare nella
predisposizione definitiva delle legge finanziaria e di bilancio. In relazione
a queste considerazioni, il Ministro dell’Economia ha più volte espresso
l’opinione da un lato di eliminare lo strumento del Dpef e di determinare il
quadro degli obiettivi macroeconomici perseguito dal Governo in sede di
presentazione del programma di stabilità alla Commissione Europea e, dall’altro
lato, di rendere la legge finanziaria un documento inemendabile da parte del
Parlamento, il quale avrebbe soltanto il potere di approvarlo o di respingerlo
in blocco. Sulle eventuali modifiche da apportare al meccanismo di formazione
del bilancio è stato costituito un apposito gruppo di lavoro parlamentare, composto
da rappresentanti della maggioranza e dell’opposizione.
In realtà, i rilievi del
Governo servono più a coprire le proprie manchevolezze piuttosto che ad
affrontare i veri nodi del problema. I primi due Dpef presentati da Tremonti,
quello 2002 e quello 2003, infatti, si sono rivelati totalmente inattendibili
sul fronte delle previsioni macroeconomiche e sono stati smentiti
clamorosamente dai fatti (vedi tabella 1).
Tabella 1: gli errori del Governo
|
Previsioni 2002 |
Variazione PIL |
Deficit / PIL |
|
Dpef luglio 2001 |
+ 3,1 |
0,5 |
|
Finanziaria 2001 |
+ 2,3 |
0,5 |
|
Dpef luglio 2002 |
+1,3 |
1,1 |
|
Finanziaria 2002 |
+0,6 |
1,8 |
|
Dato reale 2002 |
+ 0,4 |
2,3 |
Più che
dall’imprevedibilità della congiuntura, questi errori sono da addebitare ad un
uso politico delle previsioni e ad una incapacità di comprensione delle dinamiche
reali dell’economia da parte del Governo. La descrizione di uno scenario macroeconomico
ottimistico, basato su stime di crescita addirittura otto volte superiori
rispetto a quelle reali, presente nei primi due Dpef del Governo Berlusconi,
sono derivate da fini propagandistici, anche al fine di contenere le
contraddizioni all’interno della maggioranza, e dalla rigidità ideologica
neoliberista, che è stata completamente spiazzata dall’esplodere della crisi
economica strutturale del modello della globalizzazione capitalistica che ha
investito l’economia internazionale.
La proposta di rendere
inemendabile la legge finanziaria, d’altro canto, conferma il carattere autoritario
di questo Esecutivo. Qualora ciò avvenisse, infatti, il Parlamento sarebbe
espropriato di gran parte dei suoi poteri, in quanto si troverebbe
nell’impossibilità di determinare non solo la politica economica del Paese, ma
perfino la concreta applicabilità delle leggi da esso stesso approvate. Il
Governo, infatti, potrebbe arbitrariamente sospendere l’efficacia delle leggi
approvate, privandole delle risorse necessarie e, addirittura, abrogare o
modificare la legislazione vigente. Il Parlamento sarebbe così ridotto, come
già avviene per i Consigli comunali e Provinciali, a puro organo di ratifica
delle decisioni dell’esecutivo, a semplice cassa di risonanza delle politiche
governative. In questo modo si aggirerebbe e si svuoterebbe l’articolo 81 della
Costituzione che assegna alle Camere il compito di approvare i bilanci
preventivi e consuntivi.
In realtà il problema della
modifica dei meccanismi di formazione del bilancio si pone su un versante
esattamente opposto a quello avanzato da Tremonti. All’interno dell’Unione
Monetaria Europea, le politiche macroeconomiche nazionali, non solo quella
monetaria ma anche quella fiscale, sono sempre più vincolate dalle strategie
definite in sede comunitaria, sia a livello di Banca Centrale Europea, sia a
livello di Commissione e di Consiglio Europeo. Basti pensare alla centralità,
per le manovre di bilancio nazionali, dei vincoli posti dal Patto di Stabilità
e di Crescita e dalle interpretazioni che di esso vengono date dalla Commissione
e dal Consiglio europeo. Questo livello comunitario è completamente sottratto
ad ogni controllo da parte delle assemblee elettive nazionali ed europea.
Inoltre, il quadro di politiche macroeconomiche europee è formulato in termini
di vincoli e di regole rigide e automatiche, piuttosto che di indirizzi e di
interventi attivi. Questo metalivello comunitario costituisce quindi un vincolo
esterno che condiziona pesantemente le scelte dei Parlamenti nazionali. Le
conseguenze di questa situazione sono: l’assenza di una politica macroeconomica
attiva, in grado di indirizzare e dirigere lo sviluppo economico e sociale, e
l’espropriazione dei ruoli delle sedi democratiche a vantaggio delle istanze
tecnocratiche, subordinate agli interessi economici e finanziari dominanti. E’
evidente come questo meccanismo di formazione delle politiche macroeconomiche
sia direttamente ispirato dall’impostazione neoliberista, perché di fatto
svuota le autorità pubbliche dalla possibilità di adottare una politica
macroeconomica attiva. Ai poteri pubblici rimarrebbe soltanto il compito di definire
gli interventi specifici e settoriali, di carattere microeconomico, coerenti
con il quadro rigido delle regole macroeconomiche comunitarie.
Per dotare il livello
comunitario e nazionale di un efficace apparato di intervento pubblico
nell’economia occorrerebbe allora far precedere gli strumenti di programmazione
finanziaria nazionale, come il Dpef italiano, da un Documento di programmazione
economico-finanziaria europeo, sulla cui base predisporre gli atti
programmatori nazionali. Questo Dpef europeo dovrebbe essere proposto
congiuntamente dalla Commissione europea e
dal Consiglio europeo, previa acquisizione dei pareri vincolanti dei
Parlamenti nazionali, e approvato in via definitiva dal Parlamento europeo. Il
Dpef europeo dovrebbe contenere anche indirizzi e direttive vincolanti alla
Banca Centrale Europea in merito alla politica monetaria e del tasso di cambio,
in modo da rendere coerenti e coordinati tutti gli strumenti di politica
macroeconomica a disposizione. Infatti, l’assoluta indipendenza della BCE,
oltre a rappresentare un deficit democratico, costituisce anche un fattore di
possibile incoerenza nella definizione della strategia di politica
macroeconomica. Nulla impedisce oggi che la politica monetaria, definita in
assoluta autonomia dalla BCE, agisca in direzione contraria rispetto alla
politica fiscale, generando incertezza e minando l’efficacia dell’intervento
pubblico. L’assoluta autonomia della BCE è figlia di un’impostazione
monetarista e neoliberista che non prevede nessun ruolo pubblico di carattere
macroeconomico. Solo in questa ottica essa può trovare giustificazione.
La direzione di marcia
nella definizione dei meccanismi di formazione dei bilanci pubblici deve quindi
essere quella della costruzione di un nuovo ed efficace apparato di intervento
pubblico di carattere macroeconomico e questo non può che avvenire a livello
europeo, sottoposto all’esame delle assemblee elettive democratiche. Quindi,
l’esatto contrario delle proposte di Tremonti.
q
Le previsioni
tendenziali del Dpef 2004-2006.
Elemento decisivo per
impostare una corretta ed efficace politica fiscale è costituito da una
corretta valutazione delle tendenze congiunturali e strutturali in atto. Errori
in questo ambito, quali quelli presenti nei precedenti Dpef dell’attuale
Governo, hanno la conseguenza di aggravare, con una politica fiscale
pro-ciclica, le tendenze negative in atto e di accentuare gli squilibri
esistenti. Le previsioni del Dpef sono di due tipi: tendenziali e programmatiche.
Le previsioni tendenziali sono date dalla stima delle principali variabili
macroeconomiche in assenza di interventi correttivi di politica economica. Le
previsioni programmatiche rappresentano invece gli obiettivi che il Governo
intende raggiungere attraverso la manovra finanziaria.
Quest’anno il Governo non
può ignorare la situazione di profonda stagnazione in cui si trova l’economia
italiana e internazionale da due anni e mezzo. A partire dal 2001, ben prima
degli eventi dell’11 settembre, le economie industrializzate hanno visto
crollare i propri tassi di crescita (vedi tabella 2).
Tabella 2: il rallentamento della crescita
|
Variazione
PIl |
1990-1995 |
1996-2000 |
2001-2002 |
|
USA |
+2,9 |
+3,7 |
+1,3 |
|
UE |
+1,7 |
+2,4 |
+1,1 |
|
Giappone |
+2,3 |
+1,1 |
+0,3 |
|
Italia |
+1,4 |
+1,9 |
+1,1 |
La durata, ormai pari a 10
trimestri, del ristagno mostra il carattere non congiunturale, ma strutturale
della crisi. E’ il fallimento del modello della globalizzazione neoliberista,
che aveva giustificato l’approfondimento delle diseguaglianze sociali, con il
miraggio di una crescita economica sostenuta e generalizzata. Il crollo dei
mercati borsistici internazionali e il rallentamento del commercio mondiale, i
due fattori su cui si era fondata l’espansione neoliberista degli anni Novanta,
confermano il dato strutturale della crisi.
I dati del PIL per il primo
trimestre del 2003 accentuano la tendenza negativa degli anni precedenti. Nei
primi tre mesi dell’anno in corso il PIL italiano è diminuito dello 0,1%,
mentre nel complesso dell’UME è rimasto stazionario. Il crollo del 7% della
produzione industriale italiana nel mese di maggio, fa presagire per il secondo
trimestre un andamento ancora più negativo. Ciò trova conferma dai primi dati
riguardanti la produzione industriale nel mese di luglio: la variazione su base
annua risulta essere del -1,1%.
Tuttavia, nonostante
l’inevitabile presa d’atto delle tendenze negative del passato, il Dpef
2004-2006, alla stesso modo dei precedenti, descrive per il presente e,
soprattutto, per il futuro uno scenario decisamente ottimistico (vedi tabella
3).
Tabella 3: previsione tendenziale Dpef
|
|
2003 |
2004 |
2005 |
2006 |
|
PIL |
0,8 |
1,8 |
2,1 |
2,2 |
|
Inflazione |
2,4 |
1,9 |
1,7 |
1,6 |
|
Disoccupazione |
8,8 |
8,5 |
8,3 |
8,1 |
|
Deficit/PIL |
2,3 |
3,1 |
3,2 |
2,8 |
|
Deficit
strutturale |
1,8 |
2,7 |
3,0 |
2,7 |
|
Avanzo
primario |
3,0 |
1,9 |
1,8 |
2,2 |
Infatti, tenendo conto
dell’andamento stimato del PIL dei primi due trimestri dell’anno, nel secondo
semestre 2003 la crescita del PIL dovrebbe miracolosamente balzare su valori
prossimi al 2% per rispettare le previsioni governative. Nel successivo
triennio, poi, la crescita dovrebbe mantenersi stabile e costante intorno a questo
valore, che, ricordiamo, è ben superiore a quello medio registrato
dall’economia italiana nel corso di tutti gli anni Novanta, gli anni del boom
della globalizzazione.
Stessa cosa accade per il
tasso di inflazione. I dati ISTAT, che hanno chiaramente sottostimato l’effetto
dell’introduzione dell’euro, affermano che nel primo semestre 2003 il tasso di
inflazione si è attestato intorno al 2,7%. Affinché sia confermata la
previsione del Dpef, nel secondo semestre l’inflazione dovrebbe calare al 2%.
Perchè mai? I consumatori non si stanno affatto accorgendo di ciò. Infatti, le
prime stime per il mese di luglio danno il tasso di inflazione fermo al 2,6%.
Il Governo prevede che lo
stimolo all’accelerazione alla crescita verrà dal rilancio della domanda interna.
Infatti, l’apprezzamento dell’euro e il persistente divario inflazionistico
esistente tra l’Italia e il resto dell’UME determinerà, anche nel prossimo
futuro, una riduzione della componente estera della domanda. Secondo il
Governo, saranno i consumi delle famiglie e la ripresa degli investimenti ad
essere gli elementi propulsivi della crescita. E tutto ciò dovrebbe accadere
senza alcun provvedimento di politica economica rispetto a quelli vigenti! E’
facile pronosticare un nuovo, clamoroso, errore previsionale.
Le previsioni del Governo
costituiscono un mistero della fede neoliberista. Ma si tratta di un dogma
interessato e funzionale ai propri scopi politici e sociali. Le previsioni
macoeconomiche non sono, infatti, un dato neutro e oggettivo. La loro distorsione
in senso ottimistico serve per motivare una politica fiscale rigorista,
orientata alla riduzione dell’intervento pubblico nell’economia. L’esame degli
obiettivi programmatici che il Governo si pone nel prossimo triennio confermano
in pieno questa considerazione.
q
Le previsioni
programmatiche del Dpef 2004-2006: gli obiettivi del Governo Berlusconi nei
prossimi tre anni.
Infatti, le sole
indicazioni approssimative sulle determinanti della crescita prevista attengono
al mercato del lavoro. In primo luogo, il contenimento salariale al di sotto
dell’inflazione e della dinamica della produttività dovrebbe più che compensare
la perdita di competitività estera della nostra economia ed aumentare le
prospettive di profitto delle imprese. In coerenza con ciò, Il tasso di inflazione
programmata, sulla cui base sono ancorati i livelli salariali, è previsto in
netta discesa. L’assoluta inconsistenza di questa previsione peserà caro sulle
tasche dei lavoratori e dei pensionati, in termini di ulteriore riduzione del
potere d’acquisto. In secondo luogo, l’ulteriore precarietà del lavoro,
derivante dall’entrata in vigore nel prossimo settembre della legge delega sul
mercato del lavoro, attraverso il decreto attuativo approvato dal Governo lo
scorso 31 luglio, dovrebbe generare un aumento dell’occupazione. In effetti,
nel 2002 l’occupazione è cresciuta dell’1,1%. Ma di quale occupazione si
tratta? E’ un’occupazione sempre più precaria, flessibile e poco remunerata,
anche quando riveste la forma del rapporto di lavoro a tempo indeterminato. La
ricetta neoliberista è quella di sostituire posti di lavoro stabili con salari
decenti con posti di lavoro precari e poco remunerati. In questo modo,
l’aumento dell’occupazione deriva prioritariamente dalla necessità di lavorare di
più con meno diritti per mantenere un precario tenore di vita. Il decreto
legislativo di attuazione della legge 30 sul mercato del lavoro introduce
almeno altre 40 figure contrattuali precarie e flessibili!
Bassi salari e precarietà
del lavoro, dunque, sono la ricetta neoliberista del Governo per rilanciare lo
sviluppo. L’andamento dell’economia italiana nell’ultimo decennio, nettamente
inferiore a quello degli altri principali Paesi industrializzati, dimostra che
l’attacco ai salari e ai diritti dei lavoratori non produce nessun effetto
benefico, anzi, al contrario, frena lo sviluppo e impoverisce i lavoratori.
L’Italia, infatti, detiene un duplice record all’interno dell’UE: è il Paese
con il più basso tasso di crescita medio nell’ultimo decennio ed è il Paese con
la minore quota di reddito da lavoro sul reddito totale (53% contro il 60%
della media UE). Inoltre, negli ultimi anni questo primato si è ulteriormente
rafforzato. Nel periodo 1999-2002 in Italia i redditi da lavoro dipendente
hanno avuto un tasso di crescita medio annuo inferiore dello 0,2% rispetto alla
crescita della produttività, mentre nel complesso dell’UE è accaduto
esattamente il contrario, i salari e gli stipendi sono cresciuti dello 0,1% più
della produttività. Questo vuol dire che in Italia la distribuzione del reddito
continua a spostarsi a vantaggio dei profitti e delle rendite, mentre in
Europa, sia pure molto lentamente, accade il contrario.
In questi anni il sistema
industriale italiano si è avviato, nonostante la moderazione salariale e la
flessibilità, lungo un repentino declino. I principali settori strategici
dell’industria nazionale sono stati smantellati o sono passati sotto il
controllo straniero. Il tasso di ricerca e di innovazione del nostro sistema
produttivo è tra i più bassi all’interno dell’OCSE. Lo stesso Governatore della
Banca d’Italia lancia l’allarme del declino industriale. Il Mezzogiorno rimane
privo di qualsiasi prospettiva di sviluppo. Il Governo, invece, si mostra completamente
sordo e cieco di fronte a questa realtà. Nel Dpef non è contenuta nessuna
indicazione di politica industriale attiva, né di serio intervento strutturale
per il Mezzogiorno. “Laissez faire, laissez aller”, è questo il canto allegro e
spensierato che si leva dalla plancia di comando del Governo, mentre la nave
dell’economia italiana affonda inesorabilmente.
Sulla base di queste
previsioni ottimistiche, fondate sulla credenza magica nelle virtù del neoliberismo,
il Governo prevede per il prossimo triennio una politica di rigore finanziario
finalizzata alla riduzione dell’indebitamento pubblico e al rispetto integrale
del Patto di Stabilità, che stabilisce nel prossimo triennio il raggiungimento
di un saldo del bilancio pubblico prossimo allo zero (vedi tabella 4). Infatti,
date le previsioni formulate, non esiste per il Governo un’emergenza economica
tale da imporre politiche di sviluppo e di sostegno alla domanda.
Tabella 4: previsione programmatica Dpef
|
|
2004 |
2005 |
2006 |
|
PIL |
2,0 |
2,3 |
2,5 |
|
Inflazione programmata |
1,7 |
1,5 |
1,4 |
|
Disoccupazione |
8,5 |
8,2 |
7,9 |
|
Deficit/PIL |
1,8 |
1,2 |
0,5 |
|
Deficit
strutturale |
1,3 |
0,8 |
0,3 |
|
Avanzo
primario |
3,1 |
3,8 |
4,6 |
Per questo, il contributo
della politica fiscale allo sviluppo economico nel corso del prossimo triennio
sarà irrilevante in termini di crescita economica e di riduzione della
disoccupazione. La politica fiscale continuerà a concentrarsi prioritariamente
sulla riduzione del deficit pubblico, mantenendo un carattere restrittivo, con
l’obiettivo di passare ad una situazione di avanzo del bilancio nel 2007. Il Dpef
è estremamente chiaro su questa impostazione quando afferma: “nel breve periodo
il risanamento dei conti pubblici prevarrà sull’azione di stimolo all’economia”
(pag.67). Altro che scatola vuota!
Particolarmente
preoccupante è la composizione dei saldi di bilancio prevista per conseguire
questo scopo. Infatti, da un lato l’avanzo primario (cioè la differenza tra
entrate e spese pubbliche con esclusione della spesa per interessi sul debito
pubblico) nel corso del triennio dovrebbe complessivamente aumentare, rispetto
all’andamento tendenziale, di 5,6 punti percentuali di PIL (qualcosa come 80
miliardi di euro), tornando sui livelli record della metà degli anni Novanta,
il periodo precedente l’entrata nell’UME. Dall’altro lato, invece, la spesa per
interessi dovrebbe mantenersi attorno al 5% del PIL fino al 2007. Questa previsione
contiene, implicitamente, un tasso di rendimento del debito pubblico statale
che supera il 5,5% annuo, nonostante che oggi i tassi di interesse sui BOT
siano di poco superiori al 2% e quelli dei titoli a più lunga scadenza si
collochino intorno al 3,5%. E’ da dedurre che il Governo intenda rilanciare la
rendita finanziaria, altrimenti un ministro così finanziariamente creativo come
Tremonti non avrebbe difficoltà a predisporre un piano di
riconversione-ristrutturazione del debito pubblico in grado di sfruttare il
consistente ribasso dei tassi di interesse. Poiché il Governo conferma
l’obiettivo di graduale riduzione della pressione fiscale, tutto ciò vuol dire
che quegli 80 miliardi di euro da ricavare nei prossimi tre anni usciranno
dalla riduzione della spesa pubblica corrente, cioè principalmente dalla
sanità, dalle pensioni, dalla spesa sociale e dal taglio ai trasferimenti al
sistema delle autonomie locali.
Se è vero, infatti, che il
Dpef non contiene indicazioni sull’inserimento nella prossima Finanziaria di
interventi generalizzati sulle pensioni, esso conferma e rilancia il tema delle
riforme strutturali, prime fra tutti quelle dei sistemi previdenziale e
sanitario. Sul fronte pensionistico, è presumibile ipotizzare un ulteriore
inasprimento dei contenuti della legge-delega all’esame del Parlamento, mentre
sul fronte sanitario il Dpef cita espressamente l’introduzione di un sistema
privatistico di tipo assicurativo per gli anziani non autosufficienti, in
analogia col modello sanitario degli USA.
q
La manovra
finanziaria 2004
L’esame più ravvicinato dei
caratteri fondamentali della manovra 2004, contenuti nel Dpef, consentirà di
comprendere meglio il forte impatto sulle condizioni sociali del Paese della
prossima Legge Finanziaria.
Per abbattere nel 2004 il
rapporto deficit/PIL dal 2,3% di quest’anno e dal 3,1% tendenziale fino
all’1,8% programmato, il Governo stima una manovra complessiva di 16 miliardi
di euro. Si tratta di una manovra pesante, pari all’1,3% del PIL, soprattutto
considerando la fase di ristagno dell’economia. Questo obiettivo vuole fare
dell’Italia la prima della classe all’interno dell’UME in merito al rispetto
del Patto di Stabilità. Francia e Germania ormai da due anni hanno di fatto
abbandonato il Patto di Stabilità, con deficit
crescenti e addirittura superiori al limite del 3% fissato dal Trattato
di Maastricht. La difficile situazione economica ha portato questi due Paesi a
rinunciare al rigore finanziario per tentare, sia pure con grande prudenza, di
non soffocare ulteriormente l’economia. Negli USA per il 2003 si prevede, addirittura,
un deficit pubblico intorno al 4,5% del PIL, quando soltanto due anni fa gli
USA avevano un consistente avanzo di bilancio. Insomma, il Governo Berlusconi
si colloca alla testa del fronte dell’ortodossia neoliberista internazionale.
Sui contenuti concreti
attraverso cui verranno raggiunti questi folli obiettivi il Dpef dice ben poco,
rinviando tutto alla presentazione della Legge Finanziaria. Si sa che la
manovra dovrebbe basarsi per un terzo (5,5 miliardi di euro) su riduzioni
permanenti della spesa e per due terzi (10,5 miliardi di euro) su misure
una-tantum. Il continuo ricorso a misure temporanee, già ampiamente realizzato
nei due anni precedenti soprattutto attraverso i condoni fiscali, non fa che
spostare nel tempo la resa dei conti, quando occorrerà sostituire queste misure
con interventi strutturali di massiccia dimensione.
Sul fronte delle riduzioni
strutturali di spesa il Dpef si limita ad affermare che esse si concentreranno
sulla riduzione dei regimi speciali di favore, sulla razionalizzazione degli
acquisti di beni e servizi, sull’applicazione del patto di stabilità interno e
sul piano europeo degli investimenti infrastrutturali.
E’ curioso notare su
quest’ultimo punto come il tanto sbandierato Piano di Azione Europea per gli
investimenti infrastrutturali, lanciato in pompa magna dalla Presidenza
italiana dell’UE, sia citato nel Dpef tra gli elementi di riduzione della
spesa, scoprendo così le reali intenzioni del Governo. Il piano
Lunardi-Tremonti di rilancio degli investimenti infrastrutturali, a parte il
devastante impatto ambientale, è in realtà una grande bufala e nasconde
soltanto la volontà di privatizzare la gestione dei grandi assi di mobilità, in
modo da far recuperare al grande capitale italiano quelle occasioni di profitto
sicuro che il declino industriale del Paese sta perdendo.
Sul fronte delle misure
una-tantum, invece, le uniche indicazioni riguardano la ripresa delle
privatizzazioni e il settore immobiliare.
Cosa vorranno dire tutte
queste sibilline affermazioni? Sperando di essere smentiti, esse potrebbero
significare: una riduzione della tutela previdenziale per il pubblico impiego e
per i lavoratori autonomi, l’intensificazione delle misure di esternalizzazione
nella Pubblica Amministrazione, una riduzione degli investimenti statali (pari
allo 0,6% del PIL), la privatizzazione di ulteriori quote di ENEL ed ENI, una
consistente riduzione dei trasferimenti alle Regioni e agli Enti Locali e,
infine, un grande condono edilizio. Questi ultimi due punti destano, in
particolare, forte preoccupazione. Le Regioni e gli EELL nel corso degli ultimi
anni sono già stati spremuti come limoni. Un’ulteriore, consistente, riduzione
dei trasferimenti statali vorrà dire lo smantellamento dei servizi pubblici
locali e costituirà lo strumento di una definitiva privatizzazione dei beni
comuni e dei servizi sociali e di pubblica utilità. Il condono edilizio, per
raggiungere la consistenza prevista dal Dpef, dovrà intervenire non solo sui
piccoli abusi, cosa già di per sé grave e diseducativa, ma dovrà sanare anche i
grandi abusi della speculazione selvaggia e dei palazzinari.
q
Conclusioni: il
Dpef non è una scatola vuota, ma piena di esplosivo sociale.
Molti, in particolare dal
versante del centro-sinistra, hanno criticato il Dpef più per quello che non
contiene (cioè indicazioni più dettagliate sulla prossima manovra finanziaria)
che per quello che contiene. E’ questa, in realtà, una lettura sbagliata, che
si limita ad un esame tecnicistico del documento di programmazione del Governo.
In realtà, il Dpef non è uno strumento tecnico, né uno studio accademico, ma un
atto politico significativo e strategico. Da questo punto di vista, il Dpef è
pieno di contenuti. Infatti, è certamente vero che il Dpef rimane sul generico
rispetto alle misure tecniche e specifiche della prossima Finanziaria, anche
per evitare di gettare benzina sul fuoco delle polemiche interne alla
maggioranza. Tuttavia, sul piano della strategia di politica economica le scelte
contenute sul Dpef sono chiare ed esplicite, prive di ambiguità.
Il Dpef si pone in totale
continuità con le azioni fin qui portate avanti dal Governo Berlusconi.
L’impostazione di politica economica rimane saldamente ancorata ad un
neoliberismo integrale fondato sulla riduzione dell’intervento pubblico e sulla
privatizzazione dei servizi e, attraverso le esternalizzazioni, della stessa
Pubblica Amministrazione. La politica di bilancio mantiene un carattere
marcatamente restrittivo, finalizzato al pieno rispetto del Patto di Stabilità,
nella sua interpretazione più rigida. Nessun problema di sostegno, né
selettivo, né indiscriminato, alla domanda viene posto. Le riforme strutturali
del mercato del lavoro e del Welfare, insieme alla riduzione dei salari e del
costo del lavoro, sono gli unici interventi proposti per un improbabile
rilancio delle prospettive strutturali di sviluppo. La tutela dei profitti e
della rendita, finanziaria ed edilizia, costituiscono il baricentro della
politica dei redditi governativa.
Sulla base di questi
presupposti, il Governo chiama i sindacati e la Confindustria a partecipare a
ben undici tavoli programmatici sulle più svariate materie, ribadendo però che
questa ulteriore fase di confronto si svolge all’interno della cornice definita
nel Patto per l’Italia. E’ un tentativo, questo del Governo, di recuperare la
CGIL ad una posizione accomodante nei confronti della sua politica
economico-sociale per evitare una nuova esplosione di conflittualità sociale
fin dal prossimo autunno. Ma si tratta più di un tentativo propagandistico e di
facciata, non essendoci alcun segno di ravvedimento del Governo rispetto alle
azioni fatte e ai programmi annunciati.
Lungi dall’essere una
scatola vuota, il Dpef è invece una scatola piena di esplosivo, in grado di
produrre profonde devastazioni sociali e di aggravare la crisi economica e
produttiva del Paese. Sarebbe bene che tutte le opposizioni politiche e di
movimento agissero insieme per produrre una forte mobilitazione sociale per
sbarrare la strada ai programmi annunciati dal Governo. Ma perché ciò possa
accadere, occorre che il centrosinistra prenda atto del fallimento su scala
europea e mondiale delle politiche neoliberiste, sia di quelle selvagge che di
quelle temperate, e si ponga sul terreno della sperimentazione di politiche
economiche alternative. Criticare il Dpef in nome del Patto di Stabilità e del
rigore finanziario è come essere più monarchici del re: un atteggiamento questo
non solo ridicolo, ma, in determinate circostanze, addirittura suicida.