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La relazione di Bertinotti al CPN del 6/7 marzo 2004
(2 parte)

La nostra richiesta al CPN è, naturalmente, quella di un voto favorevole. Pensiamo, infatti, che con quella scelta compiamo un passo in avanti nella rifondazione comunista e nella costruzione di una sinistra anticapitalistica in Europa. Insomma, si apre una nuova opportunità e pensiamo che anche il simbolo che presenteremo alle Europee, che è ovviamente quello del PRC, debba aggiungere un segno che rappresenti questa adesione. Riceviamo attenzione e disponibilità di adesione a questo progetto in strati significativi di intellettualità, di espressioni di movimento, di rappresentanze sociali. Se lo statuto finale che il congresso approverà, conterrà la possibilità che, oltre alle adesioni dei Partiti, saranno possibili anche adesioni personali e collettive, abbiamo segnali di interesse vasti. Con la Conferenza programmatica per le elezioni europee, che ci proponiamo di svolgere il 17 e 18 aprile a Genova, avremo un altro passaggio importante con il quale segnare una discontinuità programmatica per un'altra Europa a partire dall'uscita dalle politiche di Maastricht.
La scadenza elettorale
Il prossimo 13 giugno avremo un voto importante e difficile per le elezioni europee e per un insieme estremamente significativo di amministrazioni locali e nella Regione Sardegna. Si tratta di un impegno gigantesco e decisivo cui tutto il Partito è chiamato a fornire il massimo impegno. Si tratta per noi di un ennesimo banco di prova decisivo. Giochiamo in quell'appuntamento gran parte della praticabilità della nostra linea e dell'ambizione della nostra ricerca. L'obiettivo che deve divenire il nostro assillo consiste nel diminuire la forbice tra la simpatia e l'interesse alla nostra iniziativa e la sua tramutazione in consenso attivo, anche elettorale. Quella simpatia e quell'interesse verso di noi sono palpabili. Lo possiamo rappresentare attraverso la descrizione di tre piazze differenti nelle quali abbiamo svolto ultimamente iniziative che hanno visto grande partecipazione. A Pisa, nella sede dell'università, con una sala stipata di giovani, in particolare studenti, con un dibattito intenso, seguito con un'attenzione vera sui temi della nonviolenza con noi e Lidia Menapace da una parte e Toni Negri e Mario Tronti; a Livorno al teatro Goldoni con un platea rappresentativa di quello che possiamo definire il popolo del PCI, in un dibattito sulle prospettive delle sinistre; a Napoli in un cinema straripante di un proletariato urbano sofferente, nella drammaticità di una condizione sociale insopportabile che parla di una crisi profonda della società italiana.
La crisi del Paese
Il nostro è un Paese sconnesso in cui alle antiche contraddizioni, alle vecchie e nuove povertà, alle nuove forme di esclusione sociale, all'attacco dei diritti del lavoro e alla sua frammentazione sia aggiunge una nuova e insidiosa linea di faglia tra un'Italia in alto e un'Italia in basso. Un'Italia in basso della precarietà che si fa condizione generale di esistenza, in cui la riduzione dei salari e delle retribuzioni assume il carattere di un vero e proprio collasso del potere di acquisto e delle condizioni di vita, di una drammatica condizione di impoverimento e di marginalità. Un'Italia in alto, favorita dalla deregolazione e dai processi di finanziarizzazione speculativa dell'economia. Un fenomeno di arricchimento selvaggio dentro un processo mondiale. Negli USA in pochi anni gli stipendi dei manager sono passati dal 40% al 400% in rapporto alle retribuzioni medie. Questa linea di politica economica è clamorosamente fallita. C'è quindi la necessità e l'urgenza di una nuova politica economica. Ma questa nuova politica economica, per il livello dei guasti prodotti in questi anni di politiche neoliberiste, per la profondità e la vastità della crisi determina da quelle politiche, non può che presentarsi con la radicalità di una riforma di sistema, come negli anni 30 della grande depressione.
La costruzione dell'alternativa
Per questi motivi, questo rinnovamento è così osteggiato. La reazione delle classi dirigenti alla crisi delle politiche neoliberiste possiamo descriverla con questa formula "E' morto il re, viva il re". Ovvero siamo al fallimento, andiamo avanti comunque. E si ripresentano due versioni, quella estremistica, rappresentata dal Berlusconi e quella moderata, del temperamento di quelle politiche. In questo quadro, dalla crisi e dal fallimento può riemergere, anzi è già un processo in atto, l'attrazione per le classi dirigenti, per quell'Italia in alto di cui parlavamo, di un'ipotesi neocentrista, che erediti il fallimento di Berlusconi. Il governo delle destre, infatti, è in una crisi di logoramento e questo logoramento fa rinascere l'idea del centro moderato. E' un'ipotesi ancora immatura politicamente ma questo progetto attrae le classi dirigenti. Rutelli, certamente non da solo, sembra interpretare questa propensione. Non è un caso che questa si manifesti in due scelte precise su temi decisivi: il non voto sul ritiro delle truppe dall'Iraq e l'apertura sulla controriforma delle pensioni. Scelte sbagliate e gravi che rompono con la parte più significativa e avanzata dei movimenti che chiedono la coerenza di una scelta e di una rappresentazione di essa nelle istituzioni. Così è sulla missione militare in Iraq, rispetto cui il movimento unitariamente chiede la nettezza di una posizione chiara e netta con il voto No; così è sulle pensioni in cui va considerata provocatoria ogni proposta di elevamento dell'età pensionabile. La centralità è per noi il rapporto con il movimento, questa è la variabile indipendente della nostra iniziativa, la variabile dipendente è il sistema di alleanze, al centro come in periferia. Così nessuno si meraviglierà che a Genova, proprio sulla base di quella discriminante, arriviamo una rottura. Così, indichiamo con nettezza una prospettiva di ricerca di convergenza e di rapporto tra le opposizioni per un'alterativa di governo alle destre e lo facciamo senza minimamente deflettere dalla coerenza con il rapporto ai movimenti, anzi al contrario proprio sulla base di questo rapporto per determinare una maggiore influenze e incidenza di essi sulle scelte e per contrastare, anche attraverso questa sponda, l'ipotesi neocentrista. L'Italia in basso, se non incontra un progetto di alternativa forte e credibile, rischia di rimanere nella marginalità, di oscillare tra la delusione e l'abbandono e esplosioni di ribellismo. Per questo il nostro impegno deve consistere nel dare centralità all'opposizione al governo Berlusconi, accentuare e qualificare questa opposizione e farsi pienamente carico di quest'Italia in basso. Dobbiamo lavorare per una prospettiva unitaria delle lotte e dei conflitti in quattro direzioni: - Lavorare a una crescita quantitativa e qualitativa dell'opposizione; - Costruire i lineamenti programmatici di un programma di alternativa; - Impedire il pendolo di una politica di alternanza che lasci immutato l'indirizzo generale delle politiche economiche e sociali; - Attraverso tutto ciò, favorire la costruzione di un polo della sinistra di alternativa in cui non sia chiesto a ciascuna forza di uscire dalla casa in cui si trova o di rinunciare alla propria identità ma ci si impegni su una piattaforma programmatica comune. Riteniamo che l'esperienza delle forme di coordinamento unitarie dei gruppi parlamentari rappresenti un passo significativo in questa direzione.
Le scadenze di lotta
Il 20 marzo, la manifestazione per la pace e il ritiro delle truppe in Iraq rappresenta una scadenza fondamentale per tutto il Partito. Costruiamola, favorendo la partecipazione dell'insieme del mondo delle vertenze territoriali, favorendo così uno scambio e una contaminazione di esperienze. Avremo altri appuntamenti importanti, come lo sciopero generale del 26 marzo e quelli tradizionali del 25 aprile e del primo maggio. Noi rilanciamo, in questo percorso, la proposta, che alcuni vorrebbero derubricare, di una grande manifestazione popolare delle opposizioni contro il carovita e per l'aumento dei salari e delle pensioni. Al complesso di questo percorso di movimento e di rilancio delle lotte, dobbiamo contribuire con grande forza anche con la ripresa e il rilancio di una campagna nazionale di discussione e mobilitazione su salari e lavoro e che intrecci il tema dell'impoverimento di massa con quello del declino economico e sociale.

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